Uccise i figli neonati, il pm chiede una super perizia per Monia Bortolotti
Secondo l’accusa ci sarebbero “incongruenze, contraddizioni e omissioni” nella relazione dei due esperti nominati dal gip, che conclusero per un “disturbo depressivo maggiore”
Pedrengo. Il pubblico ministero Maria Esposito ha chiesto una super perizia per Monia Bortolotti, la 29enne accusata di aver soffocato i suoi due figli neonati, Alice di 4 mesi e Mattia di 2 mesi, perché non sopportava il loro pianto.
Sulla capacità di intendere e volere dell’imputata al momento dei fatti si sono già espressi, in udienza preliminare, i consulenti dell’accusa, Sergio Monchieri e Stella Di Milia, che avevano concluso per un “disturbo di personalità con caratteristiche borderline”, che non esclude la piena capacità di intendere e volere della donna. Per quella della difesa, Marina Verga, e per i periti nominati dal gup, il dottor Elvezio Pirfo, lo stesso psichiatra che aveva valutato Alessia Pifferi, e Patrizia De Rosa, l’imputata sarebbe affetta da un “disturbo depressivo maggiore con caratteristiche psicotiche congruenti all’umore”.
Secondo il sostituto procuratore “dalla semplice lettura dell’elaborato peritale e dall’esame dei periti in udienza emergono delle incongruenze, delle contraddizioni, delle omissioni che pongono rilevantissime e insuperabili criticità la cui conseguenza è la permanenza del dubbio”.
In particolare la pm sottolinea che il disturbo depressivo maggiore “è una patologia gravemente invalidante che influisce in modo disadattivo sulla vita sociale, sullo studio, sulle abitudini alimentari, sul sonno e sulla salute fisica, con forte impatto sullo stile e la qualità della vita in generale”.
I periti arrivano a questa conclusione dando ampio spazio al trauma legato all’abbandono nell’infanzia, essendo Monia una delle orfanelle di Madre Teresa di Calcutta, adottata a due anni da una famiglia di Gazzaniga. Ma tutti confermano che i bambini non hanno memoria prima dei 3/4 anni e i consulenti del pm sottolineano che questo tipo di diagnosi va fatta durante l’infanzia, non in età adulta.
Inoltre i periti, sempre secondo l’accusa, avrebbero assegnato “assoluta centralità allo stato mentale dell’imputata al momento della perizia”, ma ciò andava fatto con estrema cautela in quanto “in quel momento sussisteva certamente uno stato depressivo dovuto alla perdita dei figli, alle pesanti accuse nei suoi confronti e all’esperienza della carcerazione”.
Monia Bortolotti ha alle spalle anche studi di psicologia “con connesse competenze e conoscenza della valenza delle domande/risposte in sede peritale e dei test che le sono stati somministrati, che certamente era in grado di manipolare”, fatto evidenziato anche da una dottoressa del reparto Psichiatria dell’ospedale Papa Giovanni nel corso di un ricovero nel dicembre 2023 della 29enne. I sintomi psicotici riferiti dalla donna “andrebbero valutati attentamente”, così come “i presunti gesti autoconservativi (tentativi di autolesionismo e suicidio) alcuni con chiarissima valenza dimostrativa, altri solo dalla stessa riferiti, privi di riscontro e messi in dubbio dagli stessi familiari”.
Pirfo e De Rosa, in base alle dichiarazioni del pm, avrebbero dovuto tenere in maggior considerazione la storia clinica pregressa dell’imputata e gli altri atti in possesso: “Sotto questo aspetto la perizia risulta insanabilmente deficitaria, perché non richiamano e mostrano di non aver valutato la documentazione sanitaria agli atti e la trascrizione delle intercettazioni telefoniche e ambientali”.
“Stupisce che non vi sia traccia della patologia psichiatrica che i periti le attribuiscono nella sua pregressa storia clinica, sia prima sia dopo la maternità – continua il pm -. Analizzando relazioni, cartelli cliniche e diari non compare nulla né di psicotico né di dissociativo, né compare il disturbo di depressione maggiore, ma un disturbo di personalità con tratti border”.
Nessuno le ha mai diagnosticato un disturbo psichiatrico, casomai una depressione attiva e transitoria. “Hanno quindi sbagliato tutti i professionisti con i quali Monia è entrata in contatto nel corso della sua vita? – si chiede il sostituto procuratore -. Un numero cospicuo di professionisti ciascuno con un curriculum di tutto rispetto, ai quali sarebbe sfuggita una malattia grave come quella di cui parlano i periti”.
Nelle intercettazioni “non si trova traccia dello stato strutturale e endogeno di dolore e sofferenza da parte della donna di cui parlano i periti. Emerge chiarissima la preoccupazione per il procedimento penale in corso e ci sono ragionamenti sulla migliore strategia difensiva da adottare e si fa riferimento ad un’eventuale perizia psichiatrica. L’imputata, nelle conversazioni, appare lucida, orientata, consapevole delle proprie scelte e personalmente attiva nell’organizzare la propria difesa”.
Infine i periti, per quanto riguarda l’omicidio di Alice, si dichiarano non in grado di fornire una risposta clinico-forense attendibile. “Si rileva quindi un’allarmante contraddizione: se è vero che il disturbo depressivo maggiore ha caratteristiche di malattia endogena, non curata, grave, strutturale, permanente per tutta la vita, gli stessi periti non avrebbero dovuto essere sicuri nell’affermare che lo stesso disturbo fosse alla base dell’uccisione di Alice?”.
Per questi motivi il pm ritiene che “non ci si possa accontentare, in un caso di tale estrema gravità e per il rispetto dovuto alla vita di due bimbi di pochi mesi, dei dubbi tuttora irrisolti in tema di capacità di intendere e volere dell’imputata al momento dei fatti”.
Contrario alla super perizia il difensore dell’imputata, l’avvocato Luca Bosisio: “Il pubblico ministero non accetta l’esito dell’incidente probatorio, tra l’altro condotto alla presenza di periti di grandissimo spessore. Monia Bortolotti è stata sottoposta a diversi incontri in carcere, anche di 5, 6 ore. Veniva curata con un alto dosaggio di farmaci che non le permettevano certo di prendersi gioco degli esperti, dato che faticava quasi a stare in piedi. Tra l’altro l’incapacità di intendere e di volere non è un favore che le viene fatto: la detenzione nella Rems nella quale si trova è già di per sé una condanna, una sporta di ergastolo bianco. In Rems le madri rimangono per 15, 20, anche 25 anni. Quando Mattia è stato ricoverato l’imputata era lì con lui. Possibile che nessuno si sia accorto di nulla e che, all’atto delle dimissioni, il bambino le sia stato riconsegnato? Cosa dobbiamo fare? Ripetere la perizia finché non abbiamo un esito favorevole a una parte?”.
La Corte d’Assise si è riservata e comunicherà la propria decisione il prossimo 15 aprile.



