“Nell’occhio del labirinto”, una claustrofobica apologia di Enzo Tortora
Ad Altri Percorsi, Simone Tudda ha messo in scena un monologo ben recitato dedicato al celebre presentatore, protagonista di un caso controverso della nostra storia recente, che riflette anche su carcere e sistema giudiziario
Bergamo. Una claustrofobica apologia di Enzo Tortora. Una claustrofobia fisica, ma soprattutto mentale, provocata da un giustizialismo ingiusto che sbatte il mostro in prima pagina. Un mostro da osservare, da giudicare e da condannare prima della definitiva condanna, protagonista di “Nell’occhio del labirinto”, monologo scritto e diretto da Chicco Dossi e portato in scena da Simone Tudda (produzione Teatro della Cooperativa) al Teatro Sociale nella serata di giovedì 16 gennaio, proposto all’interno della rassegna Altri Percorsi della Fondazione Teatro Donizetti.
Il “mostro” dalla doppia faccia è Enzo Tortora, celebre presentatore della TV di Stato che, nella notte del 17 giugno 1983, viene arrestato con l’accusa di associazione camorristica e spaccio di droga. Un famoso caso di malagiustizia, uno dei più controversi del recente passato, che ha trasformato una persona onesta in un malavitoso capace di spostare milioni di lire e chili di cocaina. Un’accusa ingiusta, portata avanti senza alcuna presunzione d’innocenza, senza prove, con magistrati desiderosi di arrestarlo e blitz antimafia venduti alla stampa. Accusa controversa che porta ad una riflessione sui meccanismi della giustizia ed anche, più nel profondo, sui concetti stessi di verità e realtà.
Simone Tudda porta in scena la verità di un uomo estraneo ai fatti per i quali viene accusato, sulla base di pettegolezzi giudiziari capaci di alimentare la cosiddetta macchina del fango. Di fronte ad una verità manipolata, Tudda-Tortora si erge solitario in una scena quasi spoglia, con una panca al centro, con la parola e l’eloquenza come unica forma di resistenza alle ingiustizie, con la voce, che si caratterizza in maniera diversa a seconda dei diversi momenti narrati, come unica arma nella battaglia per una giustizia giusta.
Il monologo (l’ “Apologia” del titolo) inizia dalla narrazione per mutare in un dialogo con la Storia, cambiando persona e punto di vista, dal narratore onnisciente alla prima persona dello stesso giornalista, del quale rende espliciti anche sentimenti ed emozioni, fino all’occhio giudicante dei media. Un capro espiatorio che si presenta, già in scena, con un look total white prima e poi con un completo elegante del quale viene progressivamente spogliato, così come l’uomo kafkiano viene spogliato delle sue certezze e della sua dignità di uomo libero. I cambi d’abito comunicano le varie tappe della vita di Enzo Tortora, dal saluto alla sua Genova per diventare conduttore radiofonico prima e poi storico conduttore in giacca e cravatta di “Portobello”, con i suoi 26 milioni di spettatori. Una sigla che risuona all’interno del penitenziario dove alcuni appartenenti alla camorra decidono di incolpare ingiustamente Tortora, con il solo fine di vedere la propria pena accorciata, rovinandone però la vita.
Tudda è granitico e magnetico sulla scena, eroe resistente che si spoglia di ogni certezza, rinunciando anche all’immunità da europarlamentare, per ottenere la propria, desiderata e consapevole, assoluzione di fronte ad una giustizia che lo vuole condannare per scopi meramente personali. Una giustizia che si sgretola, nei movimenti reiterati di un uomo in gabbia, rinchiuso in un labirinto mediatico claustrofobico (“una parete a destra, una a sinistra…”), che si fa prigione fisica ma soprattutto psicologica, eretta da un giustizialismo che reclama il proprio “nome importante” da gettare in pasto all’opinione pubblica. Il carcere diventa un dedalo di sofferenza e falsità, dal quale dover uscire per ritrovare giustizia, ma soprattutto un’identità come innocente, come pienamente uomo. Tudda si muove come in un labirinto, sulla scena spoglia, mentre il monologo si riferisce di riflesso a tutte le ingiustizie carcerarie che non hanno potuto trovare verità nella giustizia.
La drammaturgia delle luci rende viva la scena e ne modella gli spazi, cambiando anche significato per diventare prima televisione, poi allarme e dramma grazie alle stroboscopiche, fino a nascondere totalmente il volto di Tudda (“al buio non ti ci abitui mai”) mentre i rimandi sonori accompagnano il racconto della vicenda. Anche la panca trasforma il proprio significato con lo scorrere della narrazione, da seduta in legno marcio del carcere di Regina Coeli a banco di un’aula di tribunale, fino ad una lapide.
Una battaglia del singolo, che diventa battaglia comune, nonostante un occhio giudicante che non placa mai la propria sete. “Dunque dove eravamo rimasti?”, così Enzo Tortora esordisce di nuovo in televisione, a Portobello, nel 1987. Una domanda che, grazie a Chicco Dossi e Simone Tudda, risuona ancora oggi, nel commemorare una targa dalle parti di Corso Magenta che ricorda un caso spesso dimenticato, ma che è bene riportare alla memoria, perché “dal passato bisogna imparare”. Un caso di giustizia dal quale bisogna ripartire, non dimenticando però la claustrofobia dell’ingiustizia e della condizione carceraria che non devono mai permettere che si possa tramutare un uomo in un mostro.







