David Lynch, il disorientante surrealismo per immagini di un cineasta totale
Ci ha lasciato a 78 anni uno dei registi più importanti di sempre, ricordato per capolavori come “Velluto blu”, “Mulholland Drive” e la serie “Twin Peaks”
“C’è un grande vuoto nel mondo ora che non è più con noi. Ma, come avrebbe detto, guardate la ciambella e non il buco”. Così la famiglia ha comunicato la scomparsa, a 78 anni, di David Lynch. Regista, fotografo e musicista, Lynch ha mostrato, attraverso un particolare immaginario, la propria percezione del mondo. Percezione che si amplifica attraverso una continua ambiguità dell’immagine, uno straniamento che dal soggetto si sviluppa verso il dualismo e poi ad una molteplicità di esseri-monstrum che abitano la provincia americana.
L’immagine straniante, in un rimando continuo tra reale e surreale, assume nelle opere di Lynch il carattere di una lettura multipla verso l’inconscio, attraverso un’ambiguità inquietante velata sempre da un tocco di humor. A partire da “Eraserhead”, cortometraggio divenuto lungometraggio di culto (1977), un horror sperimentale in bianco e nero, che evidenzia l’incontro tra realtà e mostro, con uno stile surreale vicino ad un incubo violento.
Una visione mostruosa dell’ordinario che ritorna in “The Elephant Man” (1980), con protagonista un freak vittoriano, la cui stessa esistenza riflette l’importanza dell’apparenza e della difficoltà nell’accettare il diverso.
Uno sguardo che si amplia è poi protagonista in “Dune” (1984), suo primo film a colori, tratto dal celebre romanzo di fantascienza, mai realmente apprezzato e disconosciuto dallo stesso autore.
Uno sguardo delirante, illogico e perverso segna poi “Velluto blu” (1986), tra i capolavori del regista, un neo-noir che introduce l’inaspettato e sconvolge la tranquillità della provincia. Così come “Cuore selvaggio” (1990), un road movie allucinatorio che porta al disgregamento dei generi, svuotando di significato il ruolo della società.
Il 1990 è l’anno di debutto di “I segreti di Twin Peaks”, opera visionaria che ha dettato nuovi paradigmi nella serialità televisiva, nell’esasperare i luoghi comuni della provincia, attraverso un immaginario ormai celebre, come le iconiche tende della Stanza Rossa, anticamera della Loggia Nera, raffigurazione immortale dei luoghi dell’inconscio. Dopo il successo della serie, il regista porta al cinema “Fuoco cammina con me” (1992), prequel di Twin Peaks, non riuscendo però ad accontentare fan e critica, a causa delle sequenze disturbanti e di un pessimismo di fondo che non lasciava spazio allo humor.
La ricerca sul crinale tra reale ed immaginario continua con “Strade Perdute” (1997), un noir ipnotico che si allontana dal reale rasentando la follia, dove lo sguardo e la visione attenta delle immagini continuano ad assumere particolare valenza.
Apparentemente più vicino ad uno stile classico è il successivo “Una storia vera” (1999), con il Midwest americano attraversato con un tosaerba, dove non manca però la consueta crasi tra verosimiglianza ed eccentricità.
Nel 2001 debutta a Cannes, vincendo la Palma d’Oro per la miglior regia, “Mulholland Drive”, il capolavoro di Lynch, un onirico e surreale neo-noir con protagoniste le ormai celebri Betty e Rita. Qui le immagini tornano a riempirsi di significato prima di perderlo, in continui rimandi che frammentano il racconto, interrogando e mettendo alla prova lo sguardo e la memoria dello spettatore. In bilico tra cinema classico e postmoderno, “Mulholland Drive” presenta uno sguardo frastagliato sull’identità e sulle sovrapposizioni che si perdono nell’eterno limbo tra reale ed inconscio. Un confine che viene definitivamente travalicato con “Inland Empire – L’impero della mente” (2006), un flusso di immagini mentali capaci di disvelare e ricreare una molteplicità di mondi.
Un’arte dell’immagine, quella di David Lynch, cineasta totale, capace di travalicare i confini, mostrando così anche l’infilmabile. Uno sguardo da ritrovare ancora, dietro una tenda rossa, a patto di tornare ad osservare l’immagine di una ciambella e non il vuoto che circonda.


