Il progetto
“Aiutiamo le persone a riprendere in mano il timone della loro vita”
Il progetto ‘Booster’ si rivolge ad adulti in condizione di grave marginalità; il Presidente Ranica: “La costruzione di relazioni è il primo passo per uscire dall’invisibilità”
“Il nostro intervento comincia da un caffè bevuto assieme. Ne segue un altro, e un altro ancora. Dopo andiamo a fare la spesa. Quello che facciamo è costruire relazioni, cercando di conoscere la quotidianità delle persone”, così Andrea Maggioni coordinatore dell’équipe degli educatori di ‘Booster’, progetto della Cooperativa ‘Il Pugno Aperto’, della Fondazione Opera Bonomelli e della Cooperativa Impresa sociale Ruah. L’iniziativa ha il sostegno della Fondazione della Comunità Bergamasca.
‘Booster’ mira a potenziare e consolidare il sistema di supporto per le persone in situazioni di
grave emarginazione nei territori degli Ambiti di Dalmine, Treviglio, Romano di Lombardia e Isola Bergamasca, con l’obiettivo di promuovere l’autonomia abitativa, l’inclusione sociale e il benessere personale dei cittadini.
Le condizioni dei beneficiari sono differenti: “Sono persone segnalate dai Servizi sociali dei Comuni, che non hanno un alloggio e vivono in strada; altri hanno una patologia legata alla sfera della salute mentale, sono dipendenti da sostanze oppure rischiano di perdere la casa in cui vivono. Il tratto comune a tutti è la solitudine. Nel rispetto della loro condizione, cerchiamo di offrire uno spazio di ascolto per accompagnarli verso un capitolo diverso della loro vita”, continua Maggioni. Solitudine non significa essere soli, senza nemmeno un familiare: “Magari le relazioni ci sono, ma sono sfilacciate o sono profondamente disfunzionali”.
Le azioni (tutte individuali) hanno obiettivi personalizzati: “Garantire uno spazio abitativo sicuro e accessibile a donne in situazione di fragilità abitativa; dare un sufficiente supporto ad adulti in uscita dai sistemi di accoglienza; accompagnare persone a rischio di emarginazione attraverso percorsi educativi personalizzati. In alcuni casi facilitiamo l’accesso ai servizi territoriali o supportiamo l’azione di questi ultimi, quando c’è già stata una presa in carico”.
Le fatiche ci sono, però. Torniamo al caffè, di cui parlavamo all’inizio: “La cosa più difficile è entrare in contatto. Possiamo accompagnare le persone a prendere in mano il timone della loro vita, aiutandole a superare gli ostacoli e a raggiungere maggiore stabilità e benessere, solo se ci consentono di lasciarsi avvicinare. Talvolta le questioni burocratiche diventano un pretesto per un primo aggancio. Tutto può nascere anche solo offrendoci di aiutarli a compilare un modulo”.
L’esperienza di Maggioni lo porta ad un’altra riflessione: “È impensabile che una città di 120mila abitanti si prenda sulle spalle il disagio della popolazione adulta di una provincia di oltre un milione di abitanti. Penso ai dormitori: ci sono a Treviglio e a Bergamo. Possiamo immaginare quanto il numero di queste strutture incida sulla possibilità di recupero di queste persone, che passa prima di tutto per la dignità dell’abitare. Se chi ha radici in un certo territorio è costretto a spostarsi per fruire del primo supporto dato da un posto letto in un dormitorio, tutto è molto più difficile”.
“Il progetto ‘Booster’ – sottolinea Osvaldo Ranica, presidente della Fondazione della Comunità Bergamasca – mette al centro la cura delle relazioni tra persone. Mettersi a disposizione e in ascolto di quanti stanno attraversando un momento di solitudine significa poter offrire occasioni di incontro e di condivisione con l’altro costruendo relazioni là dove sono carenti o del tutto assenti. Essere riconosciuti è il primo passo per uscire dall’invisibilità e cominciare lentamente a considerare un altro futuro per sé”.


