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L’anno della Speranza si apre a Bergamo in un modo che ferisce e scuote le coscienze

Speranza e Coraggio diventano virtù che ci definiscono come esseri umani: credenti o laici, uomini e donne chiamati a costruire legami che riscaldano e rinvigoriscono

In un tempo in cui la Chiesa cattolica celebra il Giubileo, siamo chiamati a confrontarci con episodi drammatici: omicidi, femminicidi, violenze che colpiscono, troppo spesso, le donne. Sarebbe superficiale – forse anche più comodo – liquidare tutto questo come un problema di ordine pubblico. Chi si è fermato a riflettere ha compreso che la questione è molto più profonda.
Viviamo immersi in una spirale di povertà che scava nell’anima della nostra comunità: povertà materiale, educativa, affettiva. Strati di fatica che si accumulano, induriscono i cuori e raffreddano i legami. E ciò che definiamo “problemi sociali” spesso lo sentiamo prima come ferite personali: sono storie che riguardano tutti noi: italiani, stranieri, giovani, adulti, donne e uomini. Noi.
Ma cosa scatena la violenza più cieca? Cosa manca davvero? Cosa abbiamo perduto?

Forse proprio quello che Papa Francesco ci invita a riscoprire: la Speranza. Non un’idea astratta, ma un’attesa fiduciosa del Bene, capace di illuminare il buio e di indicare una via d’uscita dalla disperazione e dalla solitudine. Perché, davvero, si può vivere senza speranza? Senza intravedere una possibilità di riscatto, un volto amico, una mano tesa quando tutto sembra crollare?
Non esistono risposte semplici a domande così profonde. Eppure, tutti possiamo percepire la forza generativa della Speranza. Ce lo ha ricordato il Vescovo Francesco Beschi nella sua omelia per l’Epifania: “I Magi hanno trovato ciò che speravano e ora sperano a partire da Colui che hanno trovato”. Un pensiero che richiama le parole di don Sergio Colombo, storico parroco di Redona: “Per avere coraggio occorre che qualcuno ci dia coraggio”.

E allora, Speranza e Coraggio diventano virtù che ci definiscono come esseri umani: credenti o laici, uomini e donne chiamati a costruire legami che riscaldano e rinvigoriscono.
“I Re Magi – conclude il Vescovo – dopo l’incontro fecero ritorno alla loro casa, alla vita quotidiana”. La loro Speranza si è fatta concreta: è tornata a illuminare i volti delle persone, i gesti della quotidianità, le storie che ci circondano. Quelle stesse storie che non possiamo ridurre solo a questioni di ordine pubblico, ma che ci ricordano di essere vigli, solidali, accoglienti con chi incontriamo sulla nostra strada.

Essere ‘Pellegrini di Speranza’ come ci esorta questo Giubileo, portatori di una luce capace di riaccendere il Bene dove sembra svanito. Una Speranza che non è solo un dono, ma un impegno.