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Il mondo cambia, la Germania si scopre vulnerabile: la crisi d’identità della locomotiva d’Europa

La necessità di evoluzione che investe la Germania può essere una grande occasione di cambiamento anche per l’Europa nel suo complesso, a patto di liberarci dai dogmi del passato ed essere consapevoli della nuova mappa geopolitica che cambia intorno a noi a grande velocità

Nel corso del 2024 siamo stati testimoni di tanti cambiamenti, tra i quali uno particolarmente inatteso: la caduta, vera o presunta, del mito dell’invulnerabilità tedesca. Abituati a considerare la Germania come un modello da studiare, nonché locomotiva cui si è agganciato per anni il treno europeo, abbiamo assistito ad una serie di accadimenti che hanno messo in discussione la posizione di leadership economica e politica tedesca, aprendo interrogativi per il futuro non solo della Germania, ma anche dell’Europa intera.

La crescita prevista per il 2025 si attesta tra lo 0,4 e l’1%, valori decisamente modesti per quella che siamo abituati a considerare la prima economia europea. Il calo della produzione industriale rispetto al 2023 si colloca nel mese di ottobre nell’intorno del -4,5%, un valore che desta preoccupazione. A completare il quadro, è esplosa la crisi del gruppo Volkswagen, che per la prima volta nella sua storia ha considerato la chiusura di stabilimenti produttivi nel proprio paese, segnale di una crescente difficoltà economica sfociata a dicembre in una crisi politica: il Presidente ha sciolto il Parlamento e sono state indette nuove elezioni il 23 febbraio.

La crisi delle Germania appare quindi complessa ed articolata nelle sfere dell’economia e della politica ma le difficoltà tedesche affondano le proprie radici in un concetto molto semplice: il mondo è cambiato e le architravi del successo tedesco degli ultimi decenni non risultano coerenti con il nuovo contesto.

Procedendo con ordine, un buon punto di partenza è quello di chiederci quali fossero gli assi portanti della crescita tedesca nel periodo in esame. Come ormai noto, gli ingredienti principali dello sviluppo tedesco possono essere identificati principalmente in tre fattori: rifornimenti a basso costo di energia dalla Russia, una straordinaria capacità di esportare nel mondo, in modo particolare intercettando la crescita del mercato cinese, e la possibilità di non destinare risorse rilevanti al comparto della difesa in virtù dell’ombrello di sicurezza americano.

Questi tre fattori, tra gli altri, hanno consentito alla Germania di diventare la terza economia del mondo e la prima in Europa , raggiungendo una quota export stabilmente tra il 40% ed il 50% del Pil, diventando un partner commerciale chiave sia degli Stati Uniti che della Cina.

Il volto dello sviluppo tedesco ha quindi mostrato negli ultimi decenni una sovrapposizione pressoché perfetta con il volto del mondo globalizzato, in un ambiente caratterizzato da una fortissima integrazione ed interdipendenza economica, nonché da un contesto geopolitico privo di tensioni rilevanti. Gli accadimenti degli ultimi anni, tra i quali l’assertività della Cina, la postura internazionale della Russia ed il generale ridimensionamento della globalizzazione, hanno minato alla base le fondamenta di questo paradigma di sviluppo.

L’approvvigionamento energetico a basso costo dalla Russia si è rivelato un’opzione strategica rischiosa e non più praticabile, dato il cambiamento dei rapporti con i nostri vicini sul fianco orientale dell’Europa: anche qualora la situazione in Ucraina dovesse migliorare, la lezione appresa nel corso del 2022, con i prezzi energetici alle stelle ed i timori per la continuità dei rifornimenti nonché per l’accendersi di fiammate inflazionistiche come non si verificavano da decenni, sarebbe difficile da dimenticare.

Per quanto riguarda il rapporto con la Cina, altro propulsore dello sviluppo tedesco, assistiamo ad un drastico ridimensionamento: come ricorda Federico Rampini, se nel 2020 le automobili straniere rappresentavano il 60% delle immatricolazioni cinesi, lo stesso dato nel 2024 si assesta al 37%, un crollo verticale. Volkswagen in particolare ha subito una caduta del 64% delle vendite in Cina, evento che ha pesato in maniera determinante sulla performance del gruppo. Il settore dell’automotive cinese ha assorbito per decenni competenze tedesche (ricordiamo l’obbligo cinese per gli investitori esteri di includere nella compagine azionaria un produttore locale) ed oggi propone modelli competitivi sia sul mercato locale che su quelli esteri. BYD, Changan, Cheery e Geely forse non sono marchi noti a tutti in Occidente, ma stanno diventando protagonisti del mercato globale dell’automotive, sia da un punto di vista dimensionale che della competitività tecnologica e di prezzo: la capitalizzazione di mercato di Volkswagen è pari a poco più della metà di quella della cinese BYD, nata nel 1995.

sciopero lavoratori Volkswagen Wolfsburg automotive crisi (Getty Images)Lo sciopero dei lavoratori della Volkswagen

Per quanto riguarda l’ombrello di sicurezza americano, tante parole sono già state spese per fotografare la situazione: gli Stati Uniti, indipendentemente dal colore politico al governo, stanno chiedendo agli Alleati di contribuire in misura decisamente maggiore ai costi della propria sicurezza, ponendo pressione sui bilanci degli Stati europei, già gravati da livelli di indebitamento mediamente elevati e strutture di welfare generose, limitando le risorse a disposizione per manovre espansive a supporto dell’economia.

La crisi della Germania è quindi seria e riguarda tutti noi, poiché la nostra economia è profondamente interconnessa con quella tedesca (pensiamo ai tanti fornitori italiani di componentistica) e poiché in qualche modo il modello economico tedesco ha plasmato quello europeo: trasformatore, poiché privi di materie prime, esportatore e con una cronica riluttanza a risolvere il problema dell’autonomia energetica, una delle cause fondamentali della nostra perdita di competitività.

Quali possono essere quindi le direttrici di sviluppo per gli anni a venire in Germania ed in Europa?

Anzitutto merita attenzione il tema dell’energia. Diventa prioritario mettere in atto una strategia energetica efficace, perseguendo la massima tutela ambientale ma rifuggendo i dogmi dell’ambientalismo radicale. In un mix di approvvigionamento che consenta di perseguire una sempre più necessaria autonomia energetica, possono essere considerate senza pregiudizi la strada dell’energia nucleare di ultima generazione ed anche le tecnologie estrattive del fracking, che hanno giocato un ruolo importante nel conferire agli Stati Uniti l’emancipazione energetica dal resto del mondo. L’ambientalismo radicale ha trovato in passato terreno fertile in Germania, sbarrando la strada sia all’opzione del nucleare che del fracking, ma lo scontro con la realtà impone visioni equilibrate.

In secondo luogo, sarebbe utile prendere atto dei mutamenti nello scacchiere geopolitico, ed in particolare degli impatti sul commercio. Il ridimensionamento di alcuni mercati orientali come sbocco per le merci tedesche ed europee è un fatto strutturale e non contingente: è forse opportuno investire energie e risorse nel rafforzare rapporti commerciali con paesi alleati, sia nel Pacifico che nell’Atlantico. Ridimensionata l’epoca dell’offshoring prende forma l’epoca del friendshoring, sia per quanto riguarda la produzione che il commercio. Un’attenzione particolare dovrebbe inoltre essere riservata all’Africa: essendo meno sicuro e vigoroso il traino di crescita dei paesi che storicamente abbiamo considerato emergenti, acquisisce importanza il fatto di intercettare la crescita nei paesi emergenti del domani. Il continente africano si caratterizza per innumerevoli complessità, ma i tassi di crescita demografica ed economica raccontano un potenziale ancora da esprimere ed i principali avversari dell’Occidente stanno da tempo costruendo relazioni ed effettuando investimenti in loco.

In terzo luogo, dal momento che l’incremento delle spese per la difesa pare essere un percorso inevitabile in virtù del parziale ridimensionamento del supporto americano (alcuni ipotizzano sarà necessario un importo addirittura superiore al 3% del Pil per i membri della NATO, pur in un momento nel quale risulta faticoso raggiungere il target attualmente in vigore del 2%) sarebbe auspicabile utilizzare gli stanziamenti per la difesa come volano di sviluppo e digitalizzazione, favorendo le applicazioni dual-use (civile e militare) ed un rapporto osmotico tra il comparto della difesa e la società civile. Un esempio a riguardo può essere il caso di Israele, oggi considerato (senza entrare nel merito del drammatico conflitto attualmente in essere) una vera e propria start-up nation nonché punto di riferimento per gli investimenti dei venture capitalist internazionali: un centro di eccellenza digitale capace di trasformare ricerca e sviluppo in ambito militare in driver di crescita economica per il settore civile.

La necessità di evoluzione che investe la Germania può essere una grande occasione di cambiamento anche per l’Europa nel suo complesso, a patto di liberarci dai dogmi del passato ed essere consapevoli della nuova mappa geopolitica che cambia intorno a noi a grande velocità.

Alessandro Somaschini

Alessandro Somaschini*, bergamasco, classe 1984, è Vice Presidente Nazionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Membro del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo presso il Ministero degli Affari Esteri (MAECI) e Membro del Gruppo Tecnico Internazionalizzazione di Confindustria.

È inoltre Membro della Task Force Trade & Investment del B20 – Brasile 2024, engagement group ufficiale della comunità imprenditoriale presso il G20, Membro del Comitato Esecutivo di YES for Europe e Presidente della delegazione italiana della G20 Young Entrepreneurs Alliance, oltre ad essere Consigliere di Amministrazione di diverse aziende bergamasche.
In passato è stato Membro di Task Force all’interno del B20 nelle edizioni organizzate in Italia (2021), Indonesia (2022) e India (2023), ed in precedenza ha ricoperto le cariche di Membro del
Comitato Esecutivo dell’Associazione Italiana dei Costruttori di Organi di Trasmissione (ASSIOT) e di Vice Presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Bergamo.
È stato Consigliere di Amministrazione di Somaschini Automotive ed Executive Vice President di Somaschini North America, lavorando negli Stati Uniti nel settore della componentistica meccanica.
Ha cominciato la sua carriera a Roma nel settore Aerospazio e Difesa all’interno del Gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo), dopo essersi laureato con lode in International Management presso l’Università Bocconi di Milano.