“L’umiltà di ascoltare, il coraggio di guardare, la voglia di capire: c’era tutto questo nella felicità dei tuoi occhi”
Pubblichiamo integralmente il discorso pronunciato dalla direttrice dell’Isrec Elisabetta Ruffini alla cerimonia civile di commiato per Angelo Bendotti
Sala Galmozzi. Pubblichiamo il testo integrale pronunciato da Elisabetta Ruffini, direttrice dell’Isrec, alla cerimonia di commiato per Angelo Bendotti.
“Il tuo lavoro, nato dal dolore che ti portavi dentro”
“Io vengo dai boschi neri”, in queste settimane mi hai ripetuto infinite volte questo verso di una poesia di Brecht. Non lo sapevi nemmeno tu perché, mi dicevi. E te ne sei andato proprio in un giorno in cui il vento fischiava, attraversava strade e montagne, spazzava parole e cancellava le impronte. Te ne sei andato così, tu che mi ripetevi “Noi lo sappiamo, siamo solo di passaggio”.
Nessuna morale, nessuna verità svelata, nessun discorso in pompa magna. Solo “quel che conta: l’onestà di una pagina quotidiana” (Elias Canetti).
Il tuo lavoro: metodico, mai pago, curioso, inquieto. Nato dal dolore che ti portavi dentro e che ti faceva sentire la profondità della vita risuonare, battere, sussurrare dentro di te e dentro gli altri.
Il tuo lavoro quello che ci hai insegnato, quello che mi hai insegnato a fare come si deve, a farlo bene con onestà, intelligenza e immaginazione. Che il lavoro ben fatto – da te l’ho imparato – è il modo migliore per cullare, far crescere, proteggere e anche difendere le proprie idee e forse anche la vita.
“Di passato te ne sei occupato per tutta una vita e l’hai fatto spettro, inquietudine del tuo presente”
Quante pagine Angelo hai scritto per raccontare, sbirciare nel fondo dei giorni vissuti l’esperienza come grumo di “sconfinata complessità”, per rubare le parole usate in questi giorni da un tuo giovane amico. L’umiltà di ascoltare, il coraggio di guardare, la voglia di capire: c’era tutto questo nella felicità dei tuoi occhi quando scovate umane storie decidevi di portarle con le tue parole.
Angelo BendottiQuante pagine, Angelo, hai dovuto difendere da donne e uomini impauriti. Già difendere con il tuo corpo di fronte a commenti sibillini, accuse esplicite, e perfino in tribunale. Già difendere dalla ragionevolezza che imbriglia la vita, dalla quiete di giorni ricomposti sotto i valori con la lettera maiuscola che giustificano solo le nostre esistenze e cancellano l’eco del tumulto, del dolore passato.
Di passato te ne sei occupato per tutta una vita e si potrebbe dire che l’hai reso vivo, memoria viva, ma a me viene da sussurrare che l’hai fatto spettro, inquietudine del tuo presente, dentro nel nostro presente e forse per il nostro presente.
“Il freddo dei boschi fino a che morirò sarà dentro di me”
È stata, Angelo lo so, una sfida non facile da portare. Bisognava rinunciare a ragionevolezza e quiete appunto, a certezze e conferme o auto conferme. “Io dormo in inquietudine”, dice la poesia e tu l’hai fatto per una vita. Bisognava imparare leggerezza e ironia per non prendersi troppo sul serio e non smettere di immaginare. La letteratura, il tuo modo di attraversare questo mondo.
Le mani di Gabri, la tua compagna per una vita, ti hanno aiutato a scivolare per terra. La sua comprensione e la suo sguardo ti hanno accompagnato, come sempre. Non so Angelo se la terra ti sarà lieve. So che la tua poesia diceva: “Il freddo dei boschi fino a che morirò sarà dentro di me”. E adesso che non ci sei più che sei morto, io so che ti sentirò dentro il caldo che fa brillare ogni mio – o ogni nostro – pensiero selvatico e irriverente da cullare e da difendere con un onesto lavoro quotidiano e con un sorriso sbilenco.
Ciao Angelo, grazie per tutto.
Angelo Bendotti


