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Per il bene di vivere, un Natale da ritrovare

Troppo del Natale è diventato una parodia, “in città senza cielo e in questo mondo, dove nessuno più attende nessuno”, per usare un’immagine forte di Turoldo: dove l’”avere” vince sull’”essere” e nel frattempo non siamo mai contenti, perché abbiamo smarrito anche la via della serenità

Forse nessuna festa ha un cammino di avvicinamento lungo come il Natale, che ormai in molte vetrine si accende già alla fine di ottobre.

Due mesi punteggiati da momenti che “preparano” il clima: dal rovello dei regali all’immancabile convivialità aziendale condita da sbuffamenti interiori vari, infine – andando per sommi capi – il
tormentone di cosa fare, dove, come, con chi, cenone della vigilia o pranzo l’indomani e, cuore della magia, lo spacchettamento dei regali sotto l’albero. Di transenna: per regali e ristoranti, Confcommercio Bergamo stima per la nostra provincia una spesa di 140 milioni (e quasi 270 mila bergamaschi non rinunciano a pranzi e cenone fuori casa).

Giusto o no, così vanno le cose ed è dimostrato che non serve rompere il termometro perché ce l’abbiamo con la febbre. Ma vale la pena di domandarsi: “chi” festeggiamo poi a Natale?
Il panettone, che è l’icona di questa solennità, o il “Bambino” di 2024 anni fa a Betlemme?
Per la piega dell’evoluzione, si può ben dire che il festeggiato (o festeggiando) è il grande assente della contemporaneità. Sì, figura come statuina in qualche presepe, che otto secoli dopo il primo di Greccio resiste in alcune case; il Natale però sta andando altrove. E qui abbiamo una prima grande trasformazione di approccio alle nostre latitudini.

Quando tornavano gli emigranti

Sino a metà Novecento e anche un po’ oltre, si aspettava dicembre che coincideva anche con il rientro dei molti emigranti dalla Svizzera e dalla Francia, per ricomporre le famiglie, anche allargandole ai parenti, per stare insieme e vivere la festa. C’era poco ma si viveva un diffuso “molto”. Adesso ci si disunisce per l’occasione, si respira un’atmosfera di fastidio o insofferenza o noia all’idea di ritrovarsi, un rito monotono di frequentazioni barbose, “uffa, ancora loro”.
Ecco allora – sempre più diffusa – l’alternativa fantastica che risolve più o meno elegantemente tutto: si decolla per spiagge esotiche o per montagne innevate. E del significato dell’evento che ha cambiato la storia dell’umanità, che si creda o no, cosa rimane?
Mutata quasi interamente la coreografia – pure la forma è sostanza e vuole la sua parte – la cornice della neve si fa desiderare, l’attesa della Messa di mezzanotte è stanca e in molte chiese la si celebra già alle 21, anche l’usanza del “vin brûlé” crea bruciori e non solo di stomaco, frettolosi saluti e via alla chetichella.
Poi ci lamentiamo della solitudine, allergici a ogni circostanza comunitaria…

Sulla nuova bilancia del Natale il piatto pende dalla parte degli acquisti, dello scambio di doni, nella speranza di aver fatto centro e interpretato con classe le attese del destinatario. Certo oggi, con il ritmo che ci ha imposto la modernità, è impensabile ricreare l’ambiente e le usanze della civiltà contadina, con la Novena, i banchi che si affollavano di volti desueti nelle altre stagioni – il popolo delle valigie – la preparazione dei presepi dove si faceva a gara perché c’erano collateralmente il concorso e la premiazione del meglio riuscito a insindacabile scelta del curato o del prevosto.

Se qualche rintocco…

Natale dava il via al “sant’inverno” con addensamento di feste in una manciata di settimane per poter contare sulla presenza degli stagionali (la condizione più diffusa tra chi lavorava in Svizzera). Da Santo Stefano a San Silvestro, da Capodanno alle Quarantore, ai Tridui, ai Santi dell’estate “traslocati” nell’algido gennaio; e matrimoni quasi ogni sacrosanto giorno per poter contare sulla presenza di parenti e amici degli sposi altrimenti lontani. Il proverbio dell’Epifania “che tutte le feste si porta via” non valeva dovunque. In molti paesi aveva un felice e prolungato corollario.

E ora? Troppo del Natale è diventato una parodia, “in città senza cielo e in questo mondo, dove nessuno più attende nessuno”, per usare un’immagine forte di Turoldo: dove l’”avere” vince sull’”essere” e nel frattempo non siamo mai contenti, perché abbiamo smarrito anche la via della serenità. Con i rintocchi – nella memoria – della poesia “La Notte Santa” di Gozzano, l’augurio per tutti è quello di ascoltare qualche rintocco interiore per ritrovare un po’ del vero Natale perduto.