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La Fed taglia i tassi: inflazione al 2,4% nel 2024, al rialzo le stime di crescita economica

La settimana ha confermato le sfide che attendono l’altra grande economia mondiale, quella cinese che, nonostante gli sforzi di sostegno monetario/fiscale del governo i cui risultati si sono rivelati molto tiepidi, sembra essere ancora malata

Generico dicembre 2024

 

Si chiude una settimana decisamente importante per i mercati finanziari e che ha visto la Fed tagliare per la terza volta i tassi ufficiali per un totale di 100 bps. Fed che ha anche fornito le nuove stime economiche e che vede ora un’inflazione al 2,4% quest’anno, un’accelerazione al 2,5% nel 2025, un calo al 2,1% nel 2026 e solo nel 2027 il raggiungimento dell’obiettivo del 2% (lo scorso settembre le previsioni erano più basse e pari al 2.3% nel 2024 e 2.1% nel 2025). Al rialzo anche le stime di crescita economica: il PIL per il 2024 al 2,5%, ovvero mezzo punto percentuale in più rispetto a settembre. Nei prossimi anni invece la Fed si aspetta che la crescita rallenti al 2,1% del 2025 e all’1,9% del 2027. Powell ha sottolineato che i Fed Funds sono ora un punto sotto il picco che avevano raggiunto e che la banca centrale resta concentrata sull’obiettivo di ottenere massima occupazione e stabilità dei prezzi.
Le incertezze di politica fiscale conseguenti all’insediamento della nuova amministrazione che, a quanto noto al momento, dovrebbero comportare un ulteriore impulso alla crescita economica ma parallelamente un aumento del deficit e del debito di bilancio, sono attese rendere più vischiosa e resistente l’inflazione. Questo rende a sua volta la visione della politica monetaria più cauta per il 2025, come ha ricordato lo stesso presidente della Fed. Tanto è vero che i dot plot indicano ora due tagli dei tassi previsti per il 2025 (dai quattro indicati a settembre).

Settimana che ha inoltre confermato le sfide che attendono l’altra grande economia mondiale, quella cinese che, nonostante gli sforzi di sostegno monetario/fiscale del governo i cui risultati si sono rivelati molto tiepidi, sembra essere ancora malata. Problemi strutturali come l’allocazione inefficiente delle risorse, una forza lavoro in diminuzione, ostacoli alla crescita legati all’immobiliare, la diminuzione degli investimenti esteri, la ridotta accessibilità alla nuova tecnologia e le crescenti barriere all’esportazione stanno di fatto riducendo il suo contributo alla crescita globale.

Settimana che ha anche visto i dati di una Europa ancora ostacolata da un sistema economico stagnante, costi energetici elevati, spesa dei consumatori insufficiente e declino della competitività manifatturiera. L’aumento delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e la Cina stanno solo aggravando i rischi per le già deboli prospettive economiche.

I mercati azionati di tutto il mondo hanno reagito in modo negativo alle nuove stime della Fed, scendendo dai massimi relativi raggiunti nelle scorse settimane. Anche i titoli italiani hanno subìto la stessa sorte. L’indice dei titoli principali, il FTSE MIB, lascia sul campo il 3.2% mentre quello dei titoli star, il FTSE STAR, il 3.4%. Meglio si sono comportate le micro caps, il cui indice FTSE ITALI GROWTH, è sceso dello 0.9%.

E lo vediamo anche riflesso nelle performance dei titoli. Solo una fase segnare una variazione positiva: Brunello Cucinelli con lo 0.21%. Sulla base delle vendite positive degli ultimi mesi la società ha rivisto al rialzo le precedenti stime, indicando un incremento del fatturato compreso tra l’11% e il 12%, con una crescita attesa del 4° trimestre in linea con il risultato dei precedenti tre mesi.
Peggior titolo della settimana, Nexi (-8.84%) che perde parte dell’appeal speculativo degli scorso mesi. Si affievoliscono infatti i rumors secondo i quali Cassa Depositi e Prestiti, che è azionista di Nexi con una partecipazione del 14,5%, sarebbe interessata a rilevare RNI, l’infrastruttura che gestisce i rapporti fra banche, Poste e Banca d’Italia generati dalle transazioni dei clienti.
Secondo peggior titolo, Stellantis (-7.24%) dopo che le immatricolazioni Europee di novembre del Gruppo hanno fatto registrare una flessione del 10.8%, portando la sua quota al 13.5% (dal 14.8% del novembre 2023).

Chiude la settimana in negativo anche Iveco Group (-7.21%) che rifiata dopo la crescita del prezzo delle scorse settimane avvenuta a seguito della firma del preliminare con cui il gruppo parteciperà alla mega commessa per i nuovi carri dell’esercito italiano per la neonata JV Leonardo-Rheinmetall come subfornitore (di scafi di entrambi i veicoli e il motore dei Lynx), prendendo una quota del 15-17%, presa dal 50% dei lavori che verranno assegnati a Leonardo. Considerando che la commessa vale oltre 20 miliardi di euro, si tratterebbe di ordini per ben oltre 1,5 miliardi di euro da spalmare in circa 10 anni.

Siamo arrivati alla fine dell’anno. Come consuetudine prima di guardare avanti, vediamo che cosa ha lasciato il 2024 alla più grande economia al mondo, quella degli Stati Uniti, in grado di pilotare l’andamento di gran parte dei mercati finanziari. Vediamo dunque per punti i fatti importanti.

L’espansione economica degli Stati Uniti ha rallentato, ma rimane solida. Il raffreddamento dell’economia complessiva ha contribuito a portare le condizioni di domanda e offerta nel mercato del lavoro in un migliore equilibrio e ha sostenuto il progresso dell’inflazione verso l’obiettivo a lungo termine del 2% della Fed.

Il tasso di disoccupazione all’inizio del 2023 era sceso al 3.4%, il livello più basso dal 1969. Da allora, è salito al 4.2% in novembre, muovendosi in modo irregolare. Questo è leggermente al di sotto della stima mediana del tasso naturale a lungo termine del FOMC, il che suggerisce che il mercato del lavoro è vicino all’obiettivo di occupazione massima della Fed e quindi di fatto in equilibrio.
L’equilibrio tra domanda e offerta nel mercato del lavoro si riflette anche nelle misure dei lavoratori disponibili rispetto ai posti di lavoro disponibili. Dopo la pandemia, l’eccesso di posti di lavoro disponibili rispetto ai lavoratori disponibili ha raggiunto livelli senza precedenti. Questo divario si è gradualmente ridotto man mano che la solida crescita della forza lavoro negli ultimi anni ha spinto verso l’alto la disponibilità di lavoratori, che gli ultimi dati ci dicono superare leggermente i posti di lavoro disponibili.

Mentre il raffreddamento dell’economia e del mercato del lavoro hanno contribuito a ridurre l’inflazione, i progressi verso l’obiettivo a lungo termine del 2% della Fed sono stati lenti e irregolari quest’anno. Dopo il suo picco a un massimo di 40 anni nel 2022, il tasso di inflazione delle spese per consumi personali (PCE) core a 12 mesi è sceso rapidamente, dal 5.6% di settembre 2022 al 3.0% di dicembre 2023. Da allora, l’inflazione PCE core è scesa solo di due decimi di punto percentuale al 2.8% di ottobre 2024.

Il percorso di inflazione previsto è cambiato poco dall’inizio dell’anno. Questa era leggermente superiore alla proiezione iniziale della Fed all’inizio del 2024, ma i dati successivi hanno confermato il suo percorso discendente. Ci aspettiamo che i progressi verso l’obiettivo del 2% rimangano piuttosto lenti ed irregolari. La nostra previsione non incorpora alcuna modifica alle politiche federali, data l’incertezza prevalente sulla loro forma ed entità.

Nonostante i recenti progressi della disinflazione, un periodo prolungato di inflazione come quello degli scorsi anni ha fatto aumentare molti prezzi decisamente al di sopra dei livelli pre-pandemia. La loro impennata iniziale è stata particolarmente grave per le componenti volatili di cibo ed energia dell’indice PCE complessivo. Da allora, i prezzi per queste componenti si sono appiattiti, mentre quelli per la componente dei servizi abitativi è aumentata costantemente. I prezzi complessivi nell’economia sono aumentati di circa il 20% in media da poco prima della pandemia. La media maschera però un’ampia variazione, con i prezzi di alcuni prodotti e servizi che hanno visto un aumento decisamente maggiore.

I redditi reali delle famiglie aggiustati per l’inflazione sono aumentati in modo sostanziale dalla fine degli anni ’60. La crescita cumulativa maggiore ha riguardato le famiglie vicine alla cima della distribuzione del reddito. I redditi reali delle famiglie al 90° percentile della distribuzione, ovvero solo una famiglia su dieci ha un reddito maggiore, sono aumentati circa il doppio dei redditi reali delle famiglie nella mediana, il 50° percentile, o delle famiglie vicine alla base, il 10° percentile.

I dati mostrano che durante la lunga espansione seguita alla fine della grande recessione nel giugno 2009, gli incrementi nei redditi reali delle famiglie sono stati distribuiti in modo più uniforme, con una crescita generalizzata di circa il 20-25% dal 2012 al 2019.
Gli stessi dati mostrano che i redditi reali delle famiglie sono diminuiti durante la pandemia di COVID-19, inizialmente trascinati verso il basso dalla recessione pandemica e poi dall’impennata dell’inflazione che ha superato il ritmo degli incrementi salariali nominali. La storia cambia, tuttavia, quando correggiamo la sottostima del reddito familiare dai sussidi di disoccupazione correlati alla pandemia durante il 2020-21. Dopo aver apportato questa correzione dei dati, le famiglie nel 10° percentile della distribuzione hanno registrato un aumento del reddito reale nel 2020 che è stato in parte sostenuto nel 2021. Successivamente, tuttavia, i redditi reali per tutti i gruppi di reddito sono diminuiti nel 2022, poiché i sussidi di disoccupazione temporanei e altri pagamenti di stimolo pandemico sono diminuiti e l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto delle famiglie in generale.

I redditi reali delle famiglie hanno ripreso a crescere per tutte le fasce di reddito nel 2023, poiché il ritmo di crescita dei salari ha nuovamente superato l’inflazione. È probabile che i redditi reali delle famiglie continuino a crescere man mano che l’espansione economica procede e l’inflazione diminuisce ulteriormente verso l’obiettivo del 2%.

In questo contesto e dai dati recenti, le aspettative del mercato finanziario per il percorso del tasso dei fondi federali sono cambiate nelle ultime settimane, soprattutto dopo il discorso di Powell a chiusura dell’ultimo meeting dell’anno. Le aspettative del mercato a fine ottobre erano allineate con il percorso politico mediano del FOMC nel Summary of Economic Projections (SEP) di settembre 2024. Se il SEP di settembre mostrava una riduzione di un punto percentuale intero nel tasso dei fondi federali sia per il 2024 che per il 2025, portandolo al 3,25-3,50% alla fine del 2025, ora le previsioni della Fed indicano due riduzioni.

Le aspettative di mercato si sono quindi immediatamente adeguate, prevedendo il tasso dei fondi federali che scende ad un livello leggermente inferiore al 4%. Questo cambiamento nelle aspettative si riflette in rendimenti più elevati sui titoli del Tesoro a 2 e 10 anni, che hanno invertito un calo di inizio anno.

 

Antonio Tognoli Antonio Tognoli

Ho iniziato a lavorare come analista finanziario nel 1983, occupandomi di economia e politica economica e nel frattempo mi sono laureato in scienze bancarie, finanziarie e assicurative. Oggi mi occupo di analisi macroeconomica all’interno di Corporate Family Office – CFO SIM. Giornalista pubblicista, docente ai corsi post laurea de “24Ore Business School” e dell’Associazione Italiana per l’Analisi Finanziaria – AIAF e co-autore del libro Analisi Finanziaria e Valutazione Aziendale, a cura di Franco Pedriali.