Logo

Temi del giorno:

Aviaria, Ariela Benigni: “Diffusa fra i bovini, ma nell’uomo i casi sono molto sporadici”

La ricercatrice, segretario scientifico dell’Istituto Mario Negri, traccia il punto sui rischi derivanti da un possibile salto di specie di questo virus

“Il virus H5N1 ad alta patogenicità (HPAI), che inizialmente ha colpito gli uccelli e il pollame, si è diffuso fra i bovini e da questi ultimi ha contagiato alcuni uomini, ma si tratta di casi molto sporadici”. Così la dottoressa Ariela Benigni, segretario scientifico dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri e Coordinatore delle Ricerche per le sedi di Bergamo e Ranica, traccia il punto sull’aviaria.

Nei giorni scorsi se n’è parlato molto evidenziando i rischi derivanti da un possibile salto di specie che possa rendere il virus capace di infettare l’uomo.

L’abbiamo intervistata per saperne di più.

Cosa sappiamo dell’aviaria?

L’influenza aviaria è stata descritta per la prima volta nel 1878. Una ventina d’anni dopo, nel 1901, si è capito che era dovuta a un virus successivamente qualificato come virus influenzale. Dal 1996 diverse epidemie di influenza hanno colpito volatili selvatici e domestici in Africa e nel sud-est Asiatico. A causa della caratteristica migratoria di questi uccelli la diffusione del virus si è estesa in Europa e in America.

Come mai si è diffuso proprio fra gli uccelli?

Il virus dell’influenza aviaria è un virus a RNA che presenta sulla sua superficie due proteine: una chiamata emoagglutinina, che in inglese corrisponde a Hemagglutinin e viene identificata con la lettera H, l’altra è la neuraminidasi, indicata con la consonante N. Sulla base delle classificazioni dei ceppi virali, H è di tipo 5 e N di tipo 1, per questo per definire il virus dell’aviaria si parla H5N1. Il virus si lega tramite la proteina H ad alcuni zuccheri presenti sulla superficie delle cellule delle prime vie aeree degli uccelli e le infetta. Le prime vie aeree dell’uomo non hanno questi zuccheri.

Nel tempo il virus si è diffuso fra altri animali?

Molti ricorderanno le foto che nel 2006 immortalarono parecchi cigni morti a causa di questo virus. Il consumo di polli crollò perché le persone avevano paura di infettarsi e l’economia avicola ebbe una dura crisi. Non si verificò una pandemia grazie alle misure sanitarie molto rigorose di contenimento del virus.

Ma consumando carne di animali positivi si viene infettati?

L’infezione avviene attraverso il contatto con goccioline di saliva, con le feci e i liquidi biologici degli animali infettati. È possibile che un esemplare ne contagi altri se si verifica una commistione con questi elementi, mentre consumare la loro carne non rappresenta un problema per l’uomo. La strada da percorrere per contrastare il virus, quindi, è mettere in atto misure rigide di abbattimento degli animali infetti negli allevamenti per evitare la diffusione.

Si sono verificato casi di infezione nell’uomo?

Dalla scoperta del virus, occasionalmente, sono stati registrati sporadici casi negli esseri umani, come quello rilevato all’inizio di quest’anno negli USA. Il soggetto viveva in Texas dove lavorava a stretto contatto con mucche da latte infette. È stato contagiato dal virus che si era diffuso tra i bovini.

È un dato importante

Si, ha permesso di capire che il virus si poteva diffondere non solo fra gli uccelli e il pollame ma anche tra i bovini. Bisogna prestare attenzione alla trasmissione dell’aviaria fra le mucche da latte, soprattutto negli Stati Uniti, dove sta circolando in maniera significativa. A pochi mesi di distanza dal caso rilevato in Texas sono state riferite altre 15 infezioni negli USA che riguardano soggetti del settore lattiero caseario. I soggetti infettati hanno manifestato sintomi lievi come leggere congiuntiviti e problemi respiratori non severi, in rari casi la malattia è stata fatale. Sono stati descritti in passato sporadici casi di morte, ma non è possibile definire la percentuale di letalità perché non si conosce quanti siano stati i soggetti infettati. A fine ottobre è stato riportato il caso di un adolescente canadese che ha contratto il virus e si è ammalato gravemente, le sue condizioni sono ancora critiche ma non si è ancora riusciti a stabilire come si sia infettato.

Cosa si può fare per ridurre la diffusione del virus?

È utile mettere in atto misure di monitoraggio sanitario negli allevamenti per intervenire tempestivamente ed evitare che l’infezione si propaghi a molti animali che potrebbero rappresentare un serbatoio importante.

Ci sono studi riguardo alla possibilità che il virus infetti l’uomo?

Non ci sono evidenze al momento che la trasmissione del virus dell’aviaria possa avvenire tra uomo e uomo. All’inizio di questo mese un lavoro pubblicato sulla rivista scientifica Science ha mostrato che sostituendo una piccola parte della proteina H del virus dell’influenza aviaria aumenta la sua capacità di legarsi alle cellule umane. Sappiamo che i virus influenzali mutano continuamente; la speranza è che il virus dell’aviaria non muti proprio nella porzione che alla luce di questo studio sembra molto importante per l’infezione dell’uomo.

Per concludere, quali sono le prospettive per il futuro?

Tenere sotto controllo gli allevamenti e analizzare i casi sospetti per isolarli tempestivamente. Al momento, non ci sono allarmi particolari sul rischio di una nuova pandemia, ma la comunità scientifica deve continuare a monitorare i cambiamenti genetici di questo virus.