Un libro per le feste
L’insoddisfazione verso il “disumanesimo contemporaneo” nei racconti di Ruffinoni
Il giovane scrittore bergamasco nella sua raccolta “Desiderio e frustrazione” pone uno sguardo irrequieto sull’incomunicabilità e sul deserto inerte ed indifferente che avvolge la società
“Penso alla signora Corbetta, al fatto che ognuno di noi, in fin dei conti, non desideri altro che un po’ di amore e un po’ di libertà. I meno ambiziosi, forse, solo un po’ di pace”. Desideri inappagati e irrealizzati, che sfociano nella frustrazione, ma che possono trovare reale compiutezza nell’equilibrio, in una pace che è consapevolezza dello stare nel mondo. Desideri di un “uomo a metà”, di una città anonima e fredda dove l’esperienza della caduta è terreno fecondo per un viaggio alla ricerca di se stessi, ideale figura protagonista degli undici racconti di “Desiderio e frustrazione”, raccolta del giovane autore bergamasco Francesco Ruffinoni, impiegato e giornalista pubblicista, laureato in Lettere moderne, appena pubblicata (pp.143, euro 14) per Bolis Edizioni.
Undici “piccoli scorci sull’indicibile, racconti sulle crepe dell’esistenza”, undici sguardi in crepe dove trovare tracce, spiega l’autore, “di un desiderio inappagato e irrealizzato, che sfocia nella frustrazione”.
Uno sguardo che prende forma nel primo racconto (che dà il titolo all’intera raccolta), punto di partenza fondamentale di un’opera strutturata in maniera speculare, fra divertissement e contaminazione di registri.
“Esiste una corrispondenza, anche tematica, tra il titolo, il primo racconto e i restanti – spiega Ruffinoni – . Il fil rouge dell’intera opera è il desiderio inappagato e irrealizzato, che poi sfocia nella frustrazione. Ogni racconto mette in scena un’insoddisfazione di fondo che può essere materiale o esistenziale, più o meno distruttiva”. La struttura del libro mostra un diversificarsi dei racconti in maniera speculare: il primo richiama l’ultimo, il secondo il penultimo, ecc. Ideale nucleo è proprio quello centrale (“La maglia rotta nella rete che ci stringe”), “un racconto con una certa aura poetica, frutto di forti sentimenti e sensazioni che avevo interesse a mettere su carta: la malinconia e la nostalgia, l’amore per l’Irlanda, una caduta e un ritorno, la ricerca di una dimensione di equilibrio”.
Una ricerca che si origina da un “uomo a metà”, protagonista del primo racconto, che, in maniera grottesca, affronta una sorta di irrequietezza di fondo, una non-finitezza complessa che si scontra nell’incomunicabilità con l’altro, in particolare verso chi dovrebbe trovare una cura ai mali che ci affliggono. “Se si parla di malessere, non si può non parlare di cura, e quindi di medici e di medicina – spiega Ruffinoni – Siccome la situazione posta in essere nel primo racconto è una situazione grottesca e surreale, mi piaceva l’idea di porre questa vena anche nell’ambito della cura. Al di là del gioco letterario, è presente anche una riflessione velata verso un servizio sanitario che, nella nostra contemporaneità, fa fatica a curare al meglio perché non in grado di mettersi realmente in ascolto. Se non c’è empatia, come può esserci cura?”.

Un contemporaneo che si mostra nei racconti, sempre mediato dallo sguardo e dalle parole di Ruffinoni che, attraverso forme e linguaggi diversi, da singolare si fa universale, inserendo sempre il dubbio nelle piccole crisi della contemporaneità, ma anche una lieve dose di ironia. L’autore prende il “disumanesimo contemporaneo” per interrogarlo e farsene beffe, dall’esperto di medicina generale dottor Lattosio ad una stramba e cinica psicologa, dalla minuta e magrissima Margherita fino all’Angelica detta Nilli: brevi ritratti sintomatici di come l’incomunicabilità del singolo risulti ormai generalizzata.
Racconti che si nutrono delle singole esperienze di vita “portate al parossismo e rese funzionali alla narrazione”, con personaggi e situazioni inventate che rimandando però al reale, sia a livello singolo che per quanto riguarda la collettività. Dall’esigenza di lasciare il proprio paese natio (“Un’ossessione” ed “Ad ognuno il proprio mare”), fino al piccolo spaccato sul mondo del lavoro in “Articolo 1”, ritorna la frustrazione del titolo e sottolinea, ancora una volta, diverse declinazioni dell’incomunicabilità nelle relazioni e della mancanza di sguardo onesto e sincero verso l’altro.

Ruffinoni, nei suoi racconti, scritti tra il 2018 e il 2023, inserisce piccoli tratti di umanità che si immergono in una quotidianità capace di farsi paradigma, anche grazie all’utilizzo del discorso diretto, che riprende ed enfatizza il confronto comunicazione-incomunicabilità, immerso in una comune convivialità dove risuonano Chopin e Tenco, Creedence e John Frusciante, insieme ad echi di Heidegger e Leopardi, il tutto scritto su una pagina di “Una pinta d’inchiostro irlandese” di Flann O’Brien rigorosamente immersa in un bagno di Guinness.
Una quotidianità che rimane sfondo di un desiderio inappagato, descritto e delimitato attraverso amore e rispetto per la letteratura.
In “La giornata di un impiegato postale”, il protagonista riflette sulla ricerca comune di “un po’ di amore, un po’ di libertà, un po’ di pace”. Una ricerca forse già terminata o che può durare una vita, con la consapevolezza che “l’arte possa aiutare a rigenerare lo spirito”. “La letteratura ci insegna a dubitare e a disubbidire – spiega Ruffinoni – ma anche a commuoverci, suggerendoci che non siamo padroni di nulla e che, citando e parafrasando Thomas Bernhard, è sempre la nostra storia quella che troviamo narrata nei libri”.



