Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Dario Guerini sulle preoccupazioni e le attese dei residenti di via Quarenghi a Bergamo
Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Dario Guerini sulla situazione di via Quarenghi.
Ci risiamo. Anche quest’anno in via Quarenghi le luminarie natalizie si fermano nella parte alta della via, quella incontaminata dalla presenza di negozi ed attività etniche. Le luminarie come un confine che taglia in due una via centrale, dove la parte “bella” beneficia degli addobbi e la parte “ brutta” va scartata. Se chiedi alle autorità comunali ti senti rispondere che la decisione spetta al DUC, la cui logica è di mettere le luci solo laddove i commercianti pagano. Una logica che avrebbe senso sulle vie dello struscio, ma non nei quartieri che necessitano di una particolare azione sociale e di integrazione. So benissimo che è una questione che non spetta al DUC ma all’amministrazione comunale. A parte il fatto che mi risulta che nessuno abbia chiesto contributi ai commercianti multietnici, mi chiedo con che coraggio l’amministrazione comunale non finanzi gli addobbi, quando sul territorio dimenticato è presente in modo massiccio con l’Assessorato ai lavori pubblici, un Presidio della Polizia locale, una dipendenza dell’Accademia Carrara (spazio Giacomo), una galleria per mostre di studenti della stessa Carrara.
La questione è seria perché sul destino di questa storica via i nostri amministratori (tolte poche eccezioni) hanno dimostrato atteggiamenti dannatamente accidiosi e contradditori. E si tratta di 200 metri di strada attaccata al centro-centro, non è il milanese corso Buenos Aires. Ogni anno mi tocca protestare per le mancate luminarie non perché mi piacciano particolarmente palle e cuoricini appesi, ma perché sono la dimostrazione tangibile della lontananza di Palazzo Frizzoni dalle sorti di via Quarenghi. L’attuale sindaca Carnevali, interpellata mesi fa sulla necessità di rimettere in agenda il recupero di via Quarenghi, aveva dimostrato attenzione e promesso interventi concreti. Certamente queste cose non si fanno in poche settimane, serve un progetto e servono
dialoghi con i residenti. Ma è dai piccoli interventi che si misurano le promesse.
Penso sia utile un riassunto storico sulle vicende degli ultimi anni di via Quarenghi.
Il degrado ha inizio intorno al 1990, dopo l’apertura del Sert in via Paleocapa. Un po’ alla volta via Quarenghi diventa terra di conquista da parte di bande di spacciatori, un drive-in a cielo aperto dove si compra droga senza alcun rischio. Aprono bar gestiti da malavitosi che nascondono e distribuiscono la roba e la delinquenza dilaga con risse e regolamento di conti. I controlli latitano, le attività commerciali regolari chiudono, gli anziani se ne vanno e anche molti giovani. Arriva in gran velocità una folla di immigrati irregolari che occupano in modo massiccio e caotico marciapiedi e spazi abitativi e commerciali liberati dai residenti. E naturalmente dilaga la microcriminalità. La via prima era una realtà tranquilla, operosa, dedita al commercio, all’artigianato e all’arte. I residenti rappresentavano una comunità nel senso più stretto del termine. Tanto per dire, qui prosperavano le migliori gallerie d’arte e i più quotati corniciai della città.
Ricordo la galleria Fumagalli, la galleria Hatria, la galleria Elleni. E molti artisti avevano aperto studi e laboratori. Lungo la via stazionava perennemente un vigile urbano (allora si chiamavano così), che conosceva tutto e tutti, raccoglieva le istanze e operava per risolvere e far risolvere i problemi. Si chiamava Nava e rappresentava un vero presidio per la sicurezza, altro che telecamere. In poco tempo tutto finì, le gallerie i corniciai e gli artisti cambiarono indirizzo, i negozianti abbassarono le serrande, gli appartamenti messi in vendita a prezzi di saldo. Salì in modo esponenziale il numero di case sovraffollate con numerosi immigrati stipati in spazi ristretti, in uno stato igienico da far paura. E schizzò di conseguenza anche la speculazione e la piaga degli affitti in nero. La politica locale non se ne occupa. I controlli delle forze dell’ordine sono superficiali e inefficaci. La via si degrada e diventa pericolosa.
Poi però, finalmente, ci fu un cambio di passo. Siamo nel 2004 quando l’amministrazione Bruni avviò la realizzazione di un grande progetto di rilancio, un vero e proprio giro di boa dopo cinque anni di assoluta inerzia dell’amministrazione precedente. Si comincia varando un piano particolareggiato e avviando una serie di lavori pubblici e di arredo urbano. Marciapiedi allargati, manto stradale e sottoservizi ristrutturati, zona 30, telecamere, apertura di un Presidio di Polizia locale, fioriere lungo i marciapiedi, sgravi per la ristrutturazione delle case. Da rimarcare l’acquisto e il recupero dello stabile al civico 33, prima oggetto di speculazioni sulla pelle di immigrati, poi rifugio di sbandati, con i conseguenti problemi di sicurezza. E viene varato anche il bilancio partecipativo, con tanto di votazione da parte dei residenti sulla destinazione dei nuovi spazi con vetrine sulla via. Il bilancio partecipativo obbliga l’amministrazione comunale a realizzare il progetto vincente.
Furono presentati diversi progetti e vinse di gran lunga quello che prevedeva l’apertura di un teatro (un centinaio di posti). Scuola per aspiranti attori il mattino, teatro per bambini nel pomeriggio, rappresentazioni teatrali e letture la sera. Insomma una bella iniezione di cultura e un’esplosione di vivibilità. Si definirono accordi con Teatro Prova e Pandemonium Teatro, includendo pure la presenza della Fondazione Ravasio con i suoi burattini. Chi conosce le storie di recupero urbanistico sa che quando si accende un teatro, nella zona progressivamente migliora la qualità dei frequentatori, dei locali pubblici, dei negozi e delle abitazioni. Ma non successe nulla di tutto ciò perché la giunta Bruni alla scadenza non fu confermata e la nuova amministrazione ritornò in letargo. Ci volle qualche anno perché le speranze di rilancio si riaffacciassero concretamente.
Con la giunta Gori via Quarenghi tornò ad essere al centro del dibattito. Si decise di aprire nel nuovo stabile al numero 33 una sede decentrata della scuola dell’Accademia Carrara, dove trasferire alcuni corsi e avviare lezioni di disegno serale per i residenti. Non solo, il Comune affittò anche un ampio locale sul lato opposto della via dove aprì una frequentatissima galleria dedicata a mostre di studenti dell’Accademia. Questo con tanto di pubblica inaugurazione alla presenza di Gori e dell’allora direttrice dell’Accademia Alessandra Pioselli.
Sembrava di vivere un nuovo risorgimento. Anche Lab80 decise di trasferire in via Quarenghi un distaccamento ma non se ne fece nulla perché non trovò uno spazio adatto per le proiezioni. E alcuni cortili nella via dimenticata si attrezzarono per proiezioni di film (con Lab80) e rappresentazioni teatrali (con Teatro Prova). Le cose insomma stavano marciando per il verso giusto. Anche i privati si diedero da fare. Con molto coraggio venne aperta la libreria Incrocio Quarenghi, un presidio culturale e sociale straordinario, il Bugan Coffee Lab (premiatissimo a livello nazionale). Venne aperto anche un frequentatissimo locale di jazz dal vivo, il Bevero, che però dopo un paio d’anni chiuse. Ma più tardi prese vita un altro raffinato locale di musica dal vivo con ristorante, su due piani – Il Dieci10 – che nulla ha da invidiare al Blue Note di via Borsieri a Milano. Un investimento pazzesco ad opera di un imprenditore coraggioso. Si poteva pensare che il destino fosse tracciato come il quartiere più internazionale della città, un pezzo di New York in salsa orobica. E ancora altri privati avviarono attività di stampo culturale.
The Blank Contemporary Art è un fiore all’occhiello non solo a livello locale. È una rete che coordina le iniziative tra pubblico e privato, finalizzando le proprie attività alla promozione e alla valorizzazione dell’Arte Contemporanea. Realizza residenze d’artista e organizza mostre internazionali di grande livello in città. Art Date, per dire, con grandi mostre decentrate in pista da tanti anni, è una sua creazione. Nel 2017 in occasione della ricorrenza di Giacomo Quarenghi (l’architetto), una grande festa con molti eventi e un grande concerto d’orchestra jazz in strada ci illuse che il decollo ormai fosse inarrestabile.
E poi aprì anche una galleria fotografica, Quarenghicinquanta, con una forte programmazione di mostre di autori italiani e stranieri di gran calibro. Si tornarono a vendere appartamenti con nuovi residenti provenienti dal mondo universitario, artistico e culturale. Si stava mettendo in pratica una regola che aveva funzionato in molte città italiane ed estere con problemi simili: un presidio per la cultura è anche un forte presidio per la sicurezza.
Ma questo processo di rilancio cominciò progressivamente a sfaldarsi. La parte pubblica torna a dimenticarsi della via, mentre i privati cercano di resistere tra mille difficoltà. Gli spazi occupati
dall’Accademia Carrara stanno chiudendo i battenti. Se chiedi le ragioni la risposta è che servono all’Assessorato dei Lavori Pubblici. Ho interpellato l’allora assessore sulla conferma della necessità di quegli spazi e la risposta è stata negativa. E allora non si capisce chi ha la responsabilità del governo del territorio.
E viene da pensare che i nostri amministratori abbiano la memoria corta e la coda di paglia. L’apertura decentrata di quegli spazi aveva lo scopo di presidiare una parte difficile della città e di avvicinare l’arte ai cittadini dei quartieri. La stessa cosa vale per il Presidio di Polizia locale, fortemente voluto dai residenti e realizzato dall’amministrazione Bruni. Aperto al pubblico per controllare il territorio e raccogliere paure e lamenti, durò solo pochi anni. Si videro finalmente vigili appiedati sui marciapiedi e si registrò un vistoso progresso in termini di viabilità e vivibilità. Questo presidio è ancora lì, ma non presidia più. È quasi sempre chiuso, probabilmente ha funzioni diverse. Di certo non controlla più il territorio.
In conclusione non è cambiato nulla nell’attenzione pubblica su questa parte dimenticata della città.
Resistono ancora (ma per quanto?) le iniziative dei privati che chiedono il supporto dell’amministrazione comunale per permettere loro di lavorare e di crescere. Chissà se questa giunta sarà all’altezza delle attese. Se lo fosse suggerirei di accelerare progetti e interventi perché il risorgimento di questa via è utile alla città intera, persino ai flussi turistici. Tutto il mondo dimostra che una politica coraggiosa e intelligente può rilanciare e rendere attrattivi quartieri multietnici sul piano dell’offerta artistica, culturale, musicale, commerciale e gastronomico. E la mancanza delle luminarie? È un campanello d’allarme su come le sorti della via e dei suoi residenti interessi marginalmente.
Dario Guerini


