La vera storia della famiglia Colleoni e di quel cognome ‘ingentilito’
Una ricerca di Vito Tartamella, uno dei massimi esperti di turpiloquio in Italia, ha confermato l’onomastica del nome dell’illustre stirpe e rivelato curiosità inedite
Bergamo. Un viaggio nella storia onomastica di una delle famiglie più nobili di Bergamo, un cognome con una genesi a dir poco originale. Una ricerca pubblicata lunedì 2 dicembre dal giornalista Vito Tartamella sul suo blog ha confermato l’origine del nome della famiglia Colleoni, illustre stirpe bergamasca che ha scritto pagine gloriose della storia d’Italia: ‘Colleoni’ deriva dal latino ‘coleus’, testicolo, e inizialmente gli esponenti della casata sarebbero stati noti come ‘Coglioni’ – sinonimo di coraggio e audacia -, titolo raffinato nei secoli fino all’odierna versione.
Capo redattore del mensile Focus, Tartamella è uno dei massimi esperti nel Bel Paese di turpiloquio, secondo Treccani il “parlare con un linguaggio osceno, triviale, sboccato, o comunque contrario alla decenza”. “Mi occupo del tema da quasi vent’anni – racconta Tartamella -. Nel 2006 pubblicai ‘Parolacce’, il primo saggio in Italia sullo studio delle espressioni blasfeme: fino ad allora nessuno aveva pubblicato un volume di analisi linguistica, sociale e storico-letteraria del turpiloquio nella lingua italiana”.
Lo studioso ha poi continuato le sue ricerche su un blog appositamente creato, iniziando recentemente ad interessarsi della famiglia Colleoni quando s’imbatté navigando sul web nell’antico stemma nobiliare, uno scudo con tre paia di testicoli. “Siamo abituati a quest’espressione con un senso dispregiativo, ma i nobili bergamaschi erano fieri di questo appellativo – spiega il giornalista -. La svolta è stata il ritrovamento di una nota espressione latina, ‘magnum coleum habet’, un detto diffuso ancora oggi per indicare una persona in gamba, determinata”.
Come era già noto la denominazione originaria risale al primo rappresentante della famiglia d’origine longobarda, Ghisalberto Attonis, console della città di Bergamo nel 1117: il capostipite era stato il primo a guadagnarsi il soprannome ‘il Collione’. Un titolo testimoniato dai documenti dell’epoca e presente in una bibliografia dell’esponente più celebre della casata, Bartolomeo, condottiero che nel XV secolo fece le fortune della Serenissima e a Bergamo edificò la Cappella Colleoni in piazza Vecchia.
La Cappella ColleoniAttraverso lo studio dell’araldica Tartamella ha poi interpretato la presenza dei tre testicoli nell’antico stemma come un segno inequivocabile che il termine fosse effettivamente usato come titolo di vanto. La prima attestazione letteraria del termine ‘coglione’ come insulto – sinonimo di ‘sciocco, stupido’ – risale infatti al 1526, nell’opera “La cortigiana” di Pietro Aretino.
“Raccolte le prove mi sono confrontato con uno storico medievale, Gabriele Medolago (autore di diversi saggi sulla famiglia Colleoni, ndr), che non ha potuto fare altro che confermare la questione”, precisa Tartamella.
L’antico stemma dei Colleoni, modificatosi più volte nel corso della storia fino ad esporre gli odierni tre cuori rovesciati al posto dei testicoli, è ancora presente tra l’altro nel gonfalone ufficiale del Comune di Cavernago, dove sono situati due castelli costruiti da Bartolomeo (Cavernago e Malpaga).
Lo stemma di Cavernago“Credo di poter dire che è un caso unico al mondo: non mi risulta che in altri parti siano stati usati appellativi di questo genere, una storia straordinaria – sottolinea -. In un forum anglosassone di araldica era stata diffuso lo stemma dei Colleoni senza trovare riscontri simili in altre nazioni o epoche”.
I tre testicoli dello stemma antico sono rimasti anche sul cancello della Cappella Colleoni. Una presenza che ha portato alla singolare tradizione diffusa a Bergamo di toccare gli organi genitali, un gesto considerato porta fortuna.
“Analizzare il turpiloquio è un modo divertente ed affascinante di studiare la mentalità umana attraverso le parole che vengono utilizzate – conclude il giornalista e scrittore -. Fare ricerca in questo ambito è estremamente complicato e necessita di documenti medievali e repertori, un lavoro che spesso svela bizzarrie inedite”.
Qui la ricerca completa di Vito Tartamella.


