Se i sistemi di governance e di conseguenza i criteri di nomina devono essere coerenti con le finalità di un’istituzione, l’Unione Europea è tempo che cambi rotta, altrimenti implode
Adesso che a Bergamo le nomine in Fondazione Accademia Carrara e Fondazione Donizetti sono, come tutti i Salmi, finite in gloria, qualche riflessione sul tema, tra Bergamo e Europa, si può cominciare a fare senza rischi di polemizzare.
Anche perché dopo le indicazioni di Trump per il suo futuro governo, con scelte a quanto sembra tragicamente bizzarre, non si vorrebbe che tutti si ritenessero liberi di scegliere senza procedure di nomina corrette. È fondamentale, infatti, che alla base delle scelte ci siano delle regole e dei criteri di governance che rispondano poi ai meccanismi di gestione di un ente, di un governo, di una istituzione successivamente alle nomine. Così chi è chiamato in un ruolo può sapere prima che cosa lo aspetta.
Il mondo bancario, a differenza di altri enti e istituzioni, ha cercato nel tempo di identificare molto nel dettaglio i criteri per le nomine. Regole non banali che hanno talvolta confuso gli interessati e magari perdenti nella corsa ad una nomina, ma soprattutto è risultato ostico ai magistrati o alle autorità che erano stati depositari di ricorsi e denunce fino a pensare che accordi complessi fossero invece “occulti”…
Altri mondi sembrano meno sensibili al tema. Per esempio, siamo stati tutti un po’ perplessi sulle modalità con la quale è stata composta l’ultima Commissione dell’Unione Europea. Il criterio è quello di avere tutti i 27 stati dell’Unione rappresentati. Poiché l’indicazione la danno i governi, ci sono due problemi: il primo riguarda il colore politico, il secondo le competenze. Come avevamo anticipato tempo fa, lo spostamento verso forze più conservatrici o, per usare un vecchio linguaggio, di destra, era prevedibile. Così il PPE ha accettato di buon grado il ministro Italiano di Fratelli d’Italia Fitto e un po’ meno la ministra socialista spagnola Teresa Ribera. Peccato che il partito della nostra Presidente del Consiglio aveva votato contro la nomina della von der Leyen, manifestando quella distanza dagli europeisti, che seppur mitigata dalle responsabilità e dai finanziamenti del PNRR, probabilmente è sempre presente nella mente euroscettica dei suoi seguaci. Una sorta di voto disgiunto, non chiaro per nulla.
Ma ci sarà anche una diversa visione del Green Deal, come dice la nostra Presidente Meloni? Quale sarà la politica per i migranti? Quale rispetto alla posizione nei confronti della guerra in Ucraina e alla difesa comune europea? In compenso i popolari spagnoli hanno contestato la candidatura della Ribera per fini politici interni, senza nessun collegamento con le capacità dell’interessata di rivestire il ruolo. Finalmente, l’inserimento del Commissario ungherese Varhelyi, uomo di Orban, confonde del tutto le idee.

Alla base c’è però un equivoco: la scelta dei Commissari è su base nazionale e non per competenza o curriculum.
I cittadini europei fanno fatica a capirlo e sospettano segreti e bugie. Ma il problema è il sottostante: la Commissione propone regole ma gestiscel’1% del PIL europeo; quindi, è un governo senza soldi a meno che si indebiti. Le vere decisioni le prende il Consiglio, cioè il raggruppamento dei capi di governo e inoltre all’unanimità in molti campi. Così la Commissione non avendo risorse continua a creare solo norme (troppe) affidate alle strutture tecniche, mentre le decisioni e gli investimenti in questioni cruciali, quali l’efficienza nella produzione e distribuzione dell’energia, nel mercato unico dei capitali e nella difesa, rimangono una chimera.
Se i sistemi di governance e di conseguenza i criteri di nomina devono essere coerenti con le finalità di un’istituzione, l’Unione Europea è tempo che cambi rotta, altrimenti implode. Sicuramente sarà in una fase di stallo per la presenza negli organi di forze politiche con idee profondamente diverse. Ci si augura un approccio pragmatico, ma spesso non è sufficiente.
Nelle decisioni di governo di qualsiasi realtà gli ambiti di azione devono essere il più possibile definiti per evitare fastidiose sovrapposizioni e /o conflitti, oltre a inevitabili polemiche.
Del resto nella divisione dei ruoli, nella ricerca dei “pesi e contrappesi”, il lavoro deve essere ben precisato, evitando equivoci di qualsiasi natura, nelle grandi istituzioni e nelle piccole.
Anche se alla fine, definite le regole, tutto cammina sulle gambe degli uomini, sperando che ci sia condivisione e buona volontà da tutte le parti.

* Andrea Moltrasio, Industriale, già presidente di Confindustria Bergamo e del Consiglio di Sorveglianza di Ubi Banca


