Ballando di architettura
|Nel cassetto della memoria: a tu per tu con Marco Grompi e Michele Fortis
C’è chi è stato in grado di rispolverare il lavoro di una vita, tirandolo a lucido e restituendogli la meritata dignità. Parliamo di un viaggio musicale a ritroso, figlio di un’amicizia che dura da oltre quarant’anni: tutto questo è Winterflowers, il loro disco d’esordio
Siamo sinceri, l’amarcord non passerà mai di moda. Il successo della recente serie televisiva sulla storia degli 883, coi suoi due milioni di spettatori in media a episodio, ne è solo l’ultima testimonianza. Eppure c’è chi, anche senza riempire gli stadi, ha saputo conservare con cura i propri ricordi, evitando di buttarli in una scatola finita chissà dove in cantina. C’è chi è stato in grado di rispolverare il lavoro di una vita, tirandolo a lucido e restituendogli la meritata dignità. Parliamo di un viaggio musicale a ritroso, figlio di un’amicizia che dura da oltre quarant’anni. Di canzoni scritte sull’onda emotiva (e le frequenze) dei migliori cantautori d’oltreoceano. Un rock disteso e solare, con qualche venatura blues e tante chitarre acustiche in primo piano, sin dall’immagine di copertina. S’intitola “Winterflowers” ed è il disco d’esordio di Marco Grompi e Michele Fortis.
Abbiamo avuto il piacere di conoscerli e scambiare due chiacchiere con loro.
A quando risale la vostra collaborazione musicale?
Noi siamo amici fin dai tempi delle scuole medie e la grande passione per la musica ci ha sempre legato, al punto che abbiamo letteralmente imparato a suonare la chitarra e a canticchiare insieme, armonizzando da adolescenti. I nostri modelli di riferimento erano gli artisti che più ascoltavamo ed amavamo: Beatles, Dylan, Simon & Garfunkel, CSNY, Joni Mitchell, James Taylor, Jackson Browne, Van Morrison, John Martyn, e molti altri. Insomma i più grandi singers/songwriters di allora, e probabilmente di sempre. Dopo qualche esperienza on the road, facendo anche busking in Europa durante le vacanze, a partire dal 1985 abbiamo cominciato anche a scrivere e scambiarci le nostre canzoni e a girare nel circuito dei folk club lombardi. Per quasi un decennio abbiamo suonato nei pub, nei bar, nelle birrerie approdando anche a qualche palco prestigioso: ci è capitato di aprire concerti per gente come John Renbourn e Joe Henry, di partecipare a festival, tributi, rassegne locali e compilation varie. Nel 1993 abbiamo anche raccolto alcuni nostri brani originali in un demotape autoprodotto registrato dal vivo. Poi, dal 1994 in poi Michele ha fatto il medico specializzato (e anche lo scrittore e molto altro) e Marco ha continuato sia come musicista (Cristina Donà, Feel Hippie & Grumpy, Rusties, con i quali ha pubblicato una dozzina di album e tenuto centinaia di concerti), sia come divulgatore musicale (è autore e traduttore di molte monografie di ambito rock, ha collaborato con riviste specializzate, enciclopedie rock, radio: nell’ultimo ventennio ha lavorato anche come consulente alla promozione discografica, ufficio stampa e promoter di eventi culturali).
Come avete suddiviso tra voi – Marco e Michele – la stesura dei singoli pezzi?
La quasi totalità dei brani che compongono l’album Winterflowers sono stati scritti proprio in quegli anni di gioventù. Sono canzoni nate dal continuo confronto reciproco. Alcune sono rimaste fedelissime all’idea originale di ciascuno, altre sono state sviluppate, arricchite o addirittura completate insieme con vari livelli di coinvolgimento creativo. Più che di una suddivisione si tratta di una sinergia al momento dell’idea: a volte uno propone un pezzo alle prove, lo interpreta, lo “scalda” e poi l’altro ci mette la sua nota di gusto che, alla fine, contribuisce a fare la differenza tra i pezzi buoni e quelli da lasciare da parte. Con l’eccezione di un paio di brani a cui sono state apportate piccole modifiche al testo (alcune parole si potevano cantare a 23 anni, ma a 58, necessitavano di un “minimo aggiustamento di prospettiva”), queste canzoni erano rimaste “nel cassetto della memoria” per oltre trent’anni, eppure le abbiamo ritrovate intatte e ci siamo ancora rispecchiati nei loro contenuti.
Quanto ha pesato la partecipazione di “veterani del rock” come Robi Zonca, Fulvio Monieri, Massimo Piccinelli e Stefano Bertoli in fase di scrittura e quanto in fase di registrazione?
A parte To Fill My Soul (testo di Marco su musica di Robi Zonca, che l’aveva pubblicata come title track del suo album del 2013) tutti i brani sono stati scritti soltanto da noi due, singolarmente o in coppia. Potevamo scegliere tra alcuni grandi musicisti e, tra questi, ci siamo rivolti agli amici che hanno già vissuto con noi il palco in passato, soprattutto con Marco. Loro hanno le stesse nostre memorie emotive e si può proprio pensare che le sensazioni che ne fluiscono apporteranno una sicura crescita al sound predisposto per il live che immaginiamo. L’apporto fondamentale alla registrazione dei brani è venuto soprattutto dall’esperienza di Pasquale “Paz” De Fina, il quale ha curato con noi la produzione, ci ha seguito nelle registrazioni, arrangiato le parti ritmiche e aggiunto la sua chitarra elettrica in un paio di brani, e di Fulvio Monieri e Massimo Piccinelli, con i quali abbiamo costruito gli arrangiamenti di basso, tastiere e armonizzazioni varie. Robi Zonca ha contribuito aggiungendo la sua chitarra elettrica in quattro brani e Stefano Bertoli, alla batteria, si è unito alla Winterflowers Band per i concerti live.
Siete arrivati in sala d’incisione con i pezzi già pronti e pre-prodotti?
Dopo aver rispolverato la memoria su queste canzoni registrando dei grezzi demo casalinghi, ci siamo resi conto che i brani erano già ben strutturati. Tuttavia non avremmo potuto portare a termine il progetto senza la guida e la pazienza di Paz che, oltre a d aggiungere la consistenza ritmica e i suoni più adatti alle nostre idee, ha creato le condizioni affinchè le registrazioni restituissero il giusto pathos.
Durante le registrazioni, avete scelto un approccio live o vi sono molti overdub?
Le registrazioni sono state fatte nelle prime settimane del 2024 nel ministudio casalingo – il “Bugigattolo”, appunto – di Marco che per, dimensioni e logistica, non consentiva la presa diretta di tutta la band. Inseguendo un approccio live, ma usando tutti i minimi benefici che le sovraincisioni consentono, abbiamo cercato di rappresentare al meglio ciò che queste canzoni ci suggerivano. Il tutto è stato poi mixato con Paz De Fina nel suo studio a Milano.
Nell’album si percepiscono influenze smaccatamente west coast. È una scelta operata prima di iniziare a scrivere o, al contrario, è scaturita naturalmente, in fase di composizione?
La musica che ti colpisce e che ami, in qualche modo, ti segna per sempre: noi ascoltiamo e abbiamo assorbito di tutto, eppure queste canzoni sbocciate nella nostra gioventù conservano ancora oggi quei profumi, o meglio, quell’identità, quell’inconfondibile senso di appartenenza. È un concetto che abbiamo cercato di trasmettere anche con l’immagine di copertina dell’album, una nostra vecchia foto scattata proprio in quegli anni.
Il disco ha un impasto e una resa sonora stupenda, sia nelle voci che nella base ritmica e nei soli. Come ci siete riusciti?
Quando abbiamo iniziato a cantare insieme, in breve tempo, abbiamo trovato un equilibrio che naturalmente desse spazio alle nostre voci così diverse: Marco trova naturalmente tonalità più acute e Michele, generalmente, un registro più basso. Poi spesso ci incrociamo tra “le discese ardite e le risalite…”. La qualità sonora complessiva è indubbiamente merito di Pasquale: con la sua esperienza, tecnica e sensibilità, ha saputo ottenere il meglio dalle circostanze in cui l’album è stato realizzato.
In quale direzione si muovono, secondo voi, il mercato discografico e quello della live music?
Dalle vendite fisiche e dallo streaming, ormai, agli artisti non arriva quasi nulla. Le percentuali sono irrisorie e questo è un grave danno alla creatività. È un problema serio e complesso. La velocità di fruizione è sempre maggiore, indubbiamente. La società dei consumi vuole sempre tutto, subito e a basso prezzo. E così va anche la musica che, tuttavia, non è un mero bene di consumo, ma merita il rispetto dovuto alle cose durature, infatti le canzoni, una volta pubblicate, rimangono per sempre. Ovviamente, ci sono anche oggi musicisti eccezionali sia tecnicamente che come idee, ma trovano poco spazio in un mercato saturo e rigidamente regolato da soli interessi economici. Il fatto da non sottovalutare è che molti giovani sono disponibili ad ascoltare e conoscere musica realmente suonata da persone, nonché ad apprezzare strumentisti e cantanti che non necessariamente svettano nelle classifiche. Le reali possibilità di esibirsi dal vivo – l’unica reale fonte di reddito per un musicista – sono troppo poche e si decide di spendere solo per i “top sellers” o i grandi eventi. Urge riproporre musica suonata anche in piccole situazioni, per riscoprire la passione per i suoni e la comunicazione diretta.

Come sta procedendo la presentazione dell’album e com’è la risposta del pubblico?
Al momento abbiamo fatto una manciata di concerti di presentazione dell’album con una sorprendente risposta di pubblico. Domenica 15 dicembre, allo Spazio Polaresco, sarà per noi un momento importante: una festa-concerto prenatalizia (inizio ore 19:30) nella nostra Bergamo. La prima impressione è che ci sia un certo stupore e sorpresa nel riascoltare musica nuova ma scritta e suonata “alla vecchia maniera”, dove ciò che conta di più è la volontà di mettere in circolo delle emozioni. Continuiamo a cercare di trovare il modo di portare tutto questo anche al di fuori dei soliti circuiti. Un segnale in questo senso è anche la pubblicazione di un videoclip del brano “Level Crossing”, una delle nostre canzoni più delicate e ricche di sfumature, realizzato dalla regista Ila Scattina.
Prossimi impegni?
Stiamo già lavorando a diverse tracce in italiano, molto dirette e con un approccio produttivo molto più contemporaneo. Inoltre, stiamo collaborando con un grande artista italiano per un pezzo e un video che pubblicheremo prestissimo e che, crediamo, sorprenderà in molti!


