Remuzzi e le staminali: “Risultati importanti per tante malattie, i pregiudizi vanno superati”
Il direttore dell’Istituto Mario Negri traccia il punto sulle novità provenienti da questo ambito di ricerca molto promettente
“Le cellule staminali, che si trovano in tante parti del nostro organismo, sono capaci di riparare i tessuti, ridurre l’infiammazione e modulare il sistema immune. Hanno un’infinità di applicazioni per tante patologie, dalle malattie del cuore a quelle dei reni e del sistema nervoso. Qualcuno dice che cureranno anche Alzheimer e Parkinson, inoltre ci sono parecchi studi in corso per utilizzarle per risolvere i danni da Covid che persistono in alcune persone che hanno avuto il virus in forma grave”. Così il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri, traccia il punto sulle novità relative a questo ambito di ricerca scientifica.
Vari centri in tutto il mondo si stanno dedicando a questi progetti e le notizie sono incoraggianti. “È una tipologia di ricerca nuova – annota – e sta avendo una grande espansione: i dati preliminari sono molto promettenti”.
Lo abbiamo intervistato per saperne di più.
Spesso si sente parlare di cellule staminali, ma cosa sono esattamente? E potrebbero curare malattie come tumori, l’Alzheimer e patologie che oggi non hanno cure?
Si. Innanzitutto va specificato che esistono tanti tipi di cellule staminali. In linea di massima sono cellule che si trovano in diverse sedi del nostro organismo e sono capaci di moltiplicarsi e trasformarsi in altri tipi di cellule. Questa capacità è stata sfruttata dagli scienziati per riparare i tessuti o per interferire su di essi in determinate situazioni. È come se ciascuna di queste cellule fosse una piccola farmacia: contiene tantissime sostanze per combattere l’infiammazione o per intervenire sul sistema immune.
Da diversi anni, in vari centri del mondo, sono attivi progetti di ricerca e sperimentazioni sulle staminali. A che punto siamo?
È una ricerca estremamente affascinante e avrà risvolti importanti per tantissime patologie. Sono utili nel campo delle malattie cardiovascolari e del sistema nervoso, ma probabilmente anche contro i tumori e tante infezioni. Trattamenti effettuati con certi tipi di cellule staminali possono essere adoperati, per esempio, per ridurre danni persistenti nel tempo nelle persone che hanno avuto forme gravi di Covid.
Ci spieghi
Con la pandemia c’è stata un’esplosione di studi che hanno coinvolto anche ricercatori dell’Istituto Mario Negri, in campo sperimentale, ossia sugli animali, ma anche in ambito clinico. L’obiettivo è capire se i drammatici danni polmonari che si sono verificati in alcuni casi di Covid si sarebbero potuti prevenire usando queste cellule. Soprattutto, vedere se sono capaci di limitare il danno cronico, a lungo termine. Quando una persona è diventata negativa dopo aver avuto l’infezione non è sempre tutto finito. Possono esserci sequele che, per fortuna, riguardano una percentuale relativamente piccola di individui. Questi pazienti stanno male per tanti anni con disturbi respiratori o di altre tipologie. Prima negli animali e poi nell’uomo si è visto che le staminali hanno dato risultati estremamente importanti: quasi ogni giorno viene pubblicato qualche studio che dà dati interessanti.
E in Italia come va la ricerca in quest’ambito?
Va bene nel senso che i ricercatori in generale sono bravi e hanno la possibilità di vincere tanti concorsi per ottenere fondi di ricerca a livello europeo. La maggior parte di loro, però, effettuerà questi studi all’estero, dove ci sono condizioni più favorevoli. Il problema più grosso è l’investimento in ricerca, che in Italia è piccolo rispetto agli altri Paesi: per arrivare a una situazione come quella della Francia, che è una realtà paragonabile alla nostra, dovremmo investire ogni anno 22 miliardi in più rispetto alle risorse stanziate attualmente. In questo modo giungeremmo al pari della Francia e non di altre realtà come la Svezia e gli Stati Uniti, dove i fondi sono maggiori. Inoltre, c’è un significativo divario nel numero dei ricercatori.
In che termini?
Abbiamo un terzo dei ricercatori della Francia e la metà della Germania, quindi siamo in difficoltà. Anche nei bandi di ricerca la presenza italiana magari è inferiore rispetto a quella degli altri Paesi soprattutto perché siamo molti di meno e con un numero più contenuto di persone si riescono a fare meno progetti anche se si hanno bravi ricercatori.
Diversi scienziati, in più occasioni, hanno posto l’accento sugli ostacoli che incontra la ricerca sulle staminali. Ci sono ancora dei tabù?
Ci sono stati pregiudizi, soprattutto in passato. Ricordo che nel periodo in cui si svolse il referendum per la fecondazione assistita incontrai Paolo Mieli (ex direttore del Corriere della Sera, ndr) che, dopo aver saputo che sono cattolico, nel senso che la mia formazione è stata all’oratorio, mi mise a disposizione due pagine del Corriere in cui avrei potuto scrivere tutto ciò che volevo sull’argomento. Ho redatto un articolo e, in base alle argomentazioni che avevo specificato, come titolo scrissero: “La chiesa può accettare la ricerca sugli embrioni”. Sviluppai il mio ragionamento spiegando che quando si è in presenza di un embrione morto non significa che siano morte tutte le sue cellule e come da una persona defunta si possono prelevare gli organi da un embrione si sarebbe potuto fare altrettanto con cellule che crescono in laboratorio utilizzabili per la ricerca. La dottoressa Elena Cattaneo, senatrice a vita, sta effettuando ricerche molto interessanti con le cellule embrionali, ma non è possibile usarle in Italia: si possono prendere all’estero ed è una forma di ipocrisia. Ci sono ancora pregiudizi, anche se adesso sono meno, soprattutto perché il premio Nobel giapponese Shin’ya Yamanaka ha fatto una scoperta importante: ha preso le cellule della cute e in determinate condizioni le ha fatte tornare allo stato di cellule embrionali e queste ultime possono formare tutte le cellule e riparare i tessuti. La notizia ha suscitato un grande interesse perché con questo metodo non abbiamo più bisogno delle cellule embrionali.
Come mai?
Se le cellule indotte a essere pluripotenti sono cellule della pelle o del sangue che i ricercatori sono capaci di trattare in modo da indurle a diventare cellule come quelle embrionali, non è più necessario ricorrere a quelle embrionali. Va considerato che se queste formano tutte le cellule possono formare anche gli ovuli e gli spermatozoi e da questi possono nascere i bambini. Allora un bambino che viene dalle cellule indotte a essere pluripotenti è più etico di uno clonato come la pecora Dolly? È un interrogativo che dà l’idea della complessità della tematica, poi gli uomini non si clonano per mille ragioni, compreso il fatto che non si riesce e non si farebbe nemmeno se si dovesse riuscire. Sono problemi profondi che vanno affrontati con attenzione dalla scienza, ma bisogna capire che quello che facciamo serve per curare le malattie e per stare meglio, per fare in modo che l’uomo possa avere una vita migliore, una vita in teoria senza malattie e se si ammala, in particolare di patologie rare, possa essere curato. Questo è il nostro lavoro e non c’è niente di più etico che svolgerlo: non tutti sono convinti, ma questo è il mio parere.
Insomma i tabù sulle staminali vanno superati
Si, bisogna superarli, ma ora va già molto meglio che in passato. In ogni caso usiamo cellule mesenchimali che vengono dal tessuto connettivo del midollo osseo, che contiene cellule embrionali capaci di trasformarsi in altre cellule ma soprattutto dotate di un potenziale molto importante di tipo antinfiammatorio e immuno-modulare, perché modulano il sistema immune e possono riparare i tessuti. Utilizziamo la capacità di queste cellule non tanto di trasformarsi ma di esercitare la loro funzione di riparare, ridurre l’infiammazione e diminuire l’autoimmunità per esempio nei casi delle patologie dovute a un eccesso di attivazione del sistema immune come certe malattie virali e il Covid.
La notizia di pazienti che hanno riacquistato la vista dopo aver effettuato trapianti di cellule staminali nei giorni scorsi ha fatto il giro del mondo. Sarà possibile guarire dalla cecità?
Due signore che avevano una malattia della cornea hanno fatto questa operazione sono già guarite. La cornea è capace di rigenerarsi perché ha una nicchia in cui risiedono cellule staminali. Ogni giorno perdiamo un determinato numero di cellule della cornea e queste staminali riparano le lesioni che può avere. A causa di alcune malattie la nicchia scompare e le cellule che devono andare in soccorso a quelle che si perdono vengono meno, ma i ricercatori sono riusciti a prendere cellule indotte a essere pluripotenti e le hanno adoperate per riparare la cornea in persone che avevano perso la vista a causa di questa patologia rara.
Com’è andata?
Le due signore trattate hanno riacquistato completamente la vista in modo duraturo: è un risultato straordinario e pare che permanga nel tempo. Una terza signora che ha ricevuto il trattamento ha avuto un risultato meno brillante, perché non ha riacquistato completamente la vista, ma vede più di prima e questo dimostra che la strada è assolutamente giusta.
Per quanto riguarda gli occhi, una delle componenti più complicate da curare è il nervo ottico, perché è collegato direttamente con il cervello. Le staminali possono essere utili per ripristinarlo?
Si stanno ottenendo risultati molto interessanti sugli animali e ci sono tantissimi studi sugli uomini. Iniziano a vedersi risultati promettenti come avviene nel trattamento di lesioni a tante altre strutture nervose come il danno al midollo spinale che succede quando si resta paralizzati in seguito a un incidente stradale. È una ricerca molto avanzata e per avere novità è questione di qualche anno: quando si comincerà a essere capaci di riparare le lesioni alle varie strutture nervose succederà anche per il nervo ottico.
Uno studio che ha coinvolto l’Istituto Mario Negri ha dimostrato che è possibile evitare la crisi di rigetto di un organo trapiantato senza dover somministrare farmaci utilizzando terapie a base di staminali. Quali sono gli scenari?
Abbiamo realizzato lo studio prima sugli animali – più precisamente sui ratti e sui topi – capendo che queste cellule mesenchimali sono capaci di indurre tolleranza. Non si tratta tanto di affrontare la crisi di rigetto in sé ma del fatto che quando un organo è trattato con queste cellule non viene più rigettato, il sistema immune lo riconosce come se fosse proprio ed è straordinario.
Cosa intende?
Quando facciamo un trapianto, presto o tardi questi organi vengono rigettati. Se il rigetto non avviene, la terapia immunosoppressiva induce altre complicazioni incluse infezioni, danni al cuore, tumori ecc: riuscire a indurre tolleranza, cioè fare in modo che l’organo sia accettato dall’organismo del ricevente come se fosse proprio è formidabile. È successo negli animali e quando eravamo sicuri abbiamo cominciato a studiarlo nell’uomo: abbiamo realizzato uno studio che ha compreso sei pazienti che hanno avuto un trapianto.
Che risultati avete ottenuto?
Una delle persone trattate, man mano, ha completamente sospeso la terapia immunosoppressiva e credo che sia il primo paziente al mondo a vivere senza seguire una terapia antirigetto: è stata la realizzazione di un sogno. Un altro l’ha quasi sospesa tutta: sta assumendo solo un farmaco in una dose molto bassa e pian piano succederà anche agli altri. Stiamo cercando di proporre alla Comunità Europea di poterlo eseguire in un grande numero di pazienti e comporta costi molto alti, che possono ammontare a molte migliaia di euro. Lo studio che abbiamo effettuato era una prova del concetto, ma se volessimo farlo coinvolgendo una quantità importante di persone abbiamo bisogno di uno sforzo europeo: parecchi individui che partecipino come abbiamo fatto in altre malattie renali e penso che ci arriveremo presto.
Per concludere, in base ad alcuni studi le cellule staminali possono essere utili anche per chi ha subito un trauma cranico grave. Cosa sappiamo in merito?
È un altro aspetto che si sta studiando al Mario Negri. Alcuni ricercatori si trovano alla sede dell’Istituto a Milano e il capo di questo gruppo è Elisa Zanier che, in collaborazione con diversi ospedali, sta approfondendo la possibilità di somministrare queste cellule in persone che hanno avuto un trauma cranico per un incidente stradale o per altre cause al fine di ridurne i danni a lungo termine. Le cellule in questione si possono prendere dal midollo delle ossa lunghe ma anche dal cordone ombelicale, dalla polpa dei denti, dal tessuto adiposo ecc, tutti tessuti che contengono cellule mesenchimali, ma il modo più semplice è prenderle dal cordone ombelicale o dal midollo. Si tratta di uno studio molto affascinante che non parte da zero ma da esperimenti sugli animali che dimostrano che in loro funziona. Specifico che se qualcuno vi dice che si può fare ricerca scientifica senza topi e ratti non bisogna crederci perché non è vero.

