L'iniziativa
|Callas e Abramović, donne oltre il mito insieme a Gres Art 671
Le anime delle due artiste hanno in dialogo tra vita e arte
Bergamo. Ci sono donne che non vivono semplicemente la loro esistenza, ma la trasformano in mito. Maria Callas e Marina Abramović appartengono a questa ristretta cerchia: artuste che hanno trasceso il proprio tempo per creare un ponte tra l’umano e il divino, tra il presente e l’eternità. La prima, con la sua voce, ha scolpito emozioni immortali; la seconda, con il corpo, ha sfidato limiti fisici e mentali per trasformarli in un atto artistico totale. Cosa hanno in comune la più famosa delle cantanti d’opera e la madre della body art? I loro destini, di epoche diverse, tra vulnerabilità e forza titanica, si incontrano in sette dimensioni: vita, arte, mito, scandalo, corpo, guerra, morte.
Mercoledì 27 novembre 2024, al gres art 671, Maria e Marina si sono trovate fianco a fianco per la prima volta. È stato un incontro che ha superato le barriere del tempo e persino della morte, quello nato dalla collaborazione tra Gres Art 671 e il Donizetti Opera Festival. L’evento intitolato “Between Art and Life: Maria Callas e Marina Abramović, eroine donizettiane sul palcoscenico e fuori”, ha regalato al pubblico un’esperienza unica, capace di intrecciare le radici dell’opera classica con la pulsante contemporaneità dell’arte performativa. L’attrice Matilde Facheris ha aperto la serata con grande intensità portando in scena un’eco potente della Callas, ricreato dal monologo scritto da Alberto Mattioli. “Perché lei, da morta, è ancora così viva? Perché era una musicista vera. Rigorosa. Estesa, potente, disomogenea (…). Nella sua voce c’erano le ombre. E il suo genio fu quello di trasformare i difetti in opportunità”.
Con la guida del carismatico Francesco Micheli, direttore artistico del Donizetti Opera, e del profondo Fabio Cleto, docente di Letteratura Inglese e Storia Culturale, la serata si è aperta su un tema che ha attraversato ogni intervento: l’essere eroine, non solo in scena, ma nella vita. Maria Callas, nata in un’epoca in cui le donne combattevano per affermarsi, ha trasformato i suoi limiti – una voce “disomogenea”, ombre caratteriali – in una firma inconfondibile. Era capace di evocare, con un semplice sguardo o un respiro, un universo di emozioni. Micheli ha evocato con passione il mito della Callas: “Maria non si accontentava di vivere. Lei era la vita che diventa arte, la passione che trasfigura ogni gesto, ogni nota.”
Ma Callas non era solo perfezione: era anche corpo, fragilità, scandalo. Come ha ricordato Cleto, la Callas, tanto in scena quanto fuori, ha infranto barriere, rompendo il confine tra ciò che era accettabile e ciò che era sublime. Dall’altra parte, Marina Abramović, artista della provocazione e della resistenza, ha fatto del corpo il suo linguaggio. Le sue performance, come la celebre Rhythm 0 del 1974, dove si è resa oggetto di un esperimento radicale sul limite umano, parlano la stessa lingua del sacrificio che la Callas cantava nei ruoli donizettiani.
La serata ha trovato il suo apice emozionale nell’esibizione del soprano Eleonora Boaretto, accompagnata dal pianista Giulio Zappa, che ha dato nuova vita a Donizetti. Ogni nota risuonava come un filo invisibile che univa l’arte sacra della Callas con la visionarietà corporea della Abramović. L’evento si è concluso con l’apertura della mostra Marina Abramović, Between Breath and Fire, un’immersione nelle creazioni dell’artista serba che ha saputo rendere la vita e la morte parte integrante del suo vocabolario espressivo.
Ma il vero epilogo si è consumato nelle menti e nei cuori di chi era presente. Perché la magia di questa serata ha lasciato un messaggio chiaro: Maria Callas e Marina Abramović non appartengono al passato o al presente, ma al perenne dialogo dell’arte con l’umano. Le loro vite ci ricordano che ogni limite può essere superato, ogni difetto trasformato in opportunità, ogni istante elevato a bellezza immortale.


