Contro la violenza
Libere e indipendenti: i percorsi di inserimento lavorativo di Aiuto Donna
Osvaldo Ranica presidente Fondazione della Comunità Bergamasca: “Attraverso il supporto concreto e a tutto tondo alle vittime di violenza, il futuro può essere pensato e costruito
Il 33% delle donne che si rivolgono ad Aiuto Donna è in cerca di lavoro. A partire da questo dato, l’ente, che dal 1999 opera a Bergamo e provincia per prevenire e contrastare ogni forma di violenza contro le donne, ha costruito ‘Libere e indipendenti: percorsi di inserimento lavorativo per liberarsi dalla violenza‘, un progetto che ha il sostegno della Fondazione della Comunità Bergamasca.
Il lavoro è una risorsa fondamentale per avviare il proprio percorso di emancipazione: iniziando a pensare sé stessa come lavoratrice, si avvia nella donna un processo di riconoscimento delle proprie capacità di indipendenza, di scelta, di valutazione delle proprie competenze, capacità sottovalutate e criticate in anni di maltrattamento.
L’iniziativa del Centro antiviolenza si è rivolta a cinque donne (una italiana e quattro straniere, tutte adulte con figli) e ha consentito l’attivazione di sette tra borse lavoro e tirocini, al momento conclusi. Con quali esiti? Una delle donne è stata assunta a tempo indeterminato, un’altra ha aperto collaborazioni con diverse sartorie e ha trovato una soluzione lavorativa.
Risultati resi possibili dall’azione delle tutor del progetto di autonomia lavorativa, che hanno accompagnato costantemente le donne coinvolte dal progetto, in una relazione fatta di incontri volti a conoscere le reali esigenze, i desideri, e le aspettative delle donne, oltre che di regolari contatti con tutti i soggetti in gioco (Centri per l’impiego, enti formatori, contesti in cui si svolgono i tirocini, educatrici referenti, scuole guida). Un intervento di supporto necessario, considerato che le donne prive di autonomia lavorativa sono assenti dal mondo del lavoro da molto tempo o hanno avuto occupazioni spesso precarie o informali; hanno molte difficoltà a conciliare il lavoro e la gestione dei figli, non avendo reti familiari di sostegno; hanno scarse competenze linguistiche e manifestano difficoltà culturali nella conciliazione dell’organizzazione del lavoro e di cura della famiglia.
“Aver avuto la possibilità di sperimentarsi in ambito lavorativo – spiega Sara Modora, coordinatrice del Centro Antiviolenza Aiuto Donna di Bergamo – ha permesso loro di sentirsi più efficienti, sicure e competenti. Hanno potuto ricordarsi della loro capacità di mettersi in gioco per imparare attività nuove o riprendere quelle abbandonate da anni. Tutto ciò ha creato sicuramente in loro senso di efficacia e indipendenza, economica ed emotiva”.

Come è accaduto a una donna di mezza età, italiana, che “all’incontro con Aiuto Donna – prosegue Modora – si è presentata come una donna spenta, impaurita e con bassa autostima. Nel colloquio ci ha parlato della sua passione per il ricamo e il cucito. Alla proposta di sperimentarsi in un atelier di sartoria con il tirocinio, ha accettato con entusiasmo e un po’ di preoccupazione. Avendo trovato un ambiente accogliente e stimolante, le sue attitudini hanno trovato espressione e le hanno dato soddisfazione. Sono tornati il sorriso, la spensieratezza e la voglia di giocarsi nel mondo con maggiore fiducia in sé stessa. Concluso il tirocinio, ha preso contatti con altri atelier e oggi porta con sé un bagaglio di esperienza che può spendere, facendo un lavoro che le piace”.
Perché l’autonomia economica, per le donne vittime di violenza, significa un alloggio sicuro, esercitare consapevolmente il controllo sulle proprie vite, prendere decisioni per sé e per eventuali figli a carico, rispondere ai propri bisogni. In una parola: il lavoro accelera il processo di empowerment.
“Ogni anno, il 25 novembre, Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza sulle Donne, è l’occasione per fare il punto su quello che stiamo facendo per arginare un fenomeno preoccupante e che sembra non conoscere momenti di arresto – commenta Osvaldo Ranica, presidente della Fondazione della Comunità Bergamasca – Tuttavia, per le donne maltrattate, questa ricorrenza potrebbe avere un sapore amaro, apparire sterile, anche. Perché è solo attraverso il supporto concreto e a tutto tondo, capace di rispondere alle esigenze di sicurezza, di casa, di indipendenza, di serenità familiare, quando ci sono figli, di crescita personale, che il futuro può essere immaginato, progettato, costruito. Celebrare è utile se contribuisce a consolidare la consapevolezza dell’azione. In questa direzione va, da 25 anni, l’opera di Aiuto Donna, un impegno che siamo lieti di sostenere di anno in anno”.


