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I Brics e la sfida all’Occidente
Paesi Brics (Getty Images)

Il protagonismo dei Brics ci ricorda inoltre che dobbiamo ritrovare l’orgoglio di essere occidentali, avendo la lucidità di immaginare il nostro posto nel mondo, con intelligenza, pragmatismo e coraggio

Il 22 ottobre si è tenuto a Kazan in Russia il Summit dei Brics, piattaforma intergovernativa composta da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, cui si sono aggiunti di recente altri paesi africani e mediorientali. Un evento carico di significato geopolitico, dal momento che il raggruppamento si pone come un’alternativa politica ed economica al G7, il forum delle democrazie occidentali di cui fa parte anche l’Italia.

La presenza di Putin (oggetto di un mandato di cattura internazionale) e la location geografica individuata sono già di per sé un segnale: il forum si presenta con sempre maggiore intensità come una sfida alla governance mondiale a trazione americana ed esprime un desiderio di emancipazione rispetto all’architettura globale attualmente in vigore.

Ma andiamo con ordine: cosa intendiamo precisamente per Brics?
Il termine viene coniato nel 2002 dal banchiere di Goldman Sachs Jim O’Neil, che identifica un nucleo di paesi (Brasile, Russia, India e Cina), cui si aggiungerà nel 2010 il Sudafrica, come un raggruppamento di nazioni particolarmente interessanti quali meta di investimenti, dato il loro potenziale di sviluppo economico. L’acronimo viene da subito adottato nel dibattito pubblico per identificare questo “club” di paesi emergenti, ed i rispettivi governi decidono nel 2009 di fondare un forum di discussione, alternativo al G7, con l’obiettivo di condividere problematiche comuni e possibili soluzioni, tenendo conto delle peculiarità delle economie emergenti.

Sulla spinta dei motori economici dei Brics (principalmente Cina e India) la traiettoria di sviluppo dei paesi aderenti a questa piattaforma si rivela nel tempo straordinaria: crescendo sulle ali della globalizzazione ed allargando la platea dei paesi aderenti, i Brics rappresentano oggi il 30% della superficie terrestre, oltre il 50% della popolazione mondiale (contro il 10% del G7) ed il 37% del Pil globale (contro il 30% del G7).

Nonostante la grande rappresentatività articolata su più dimensioni, i Brics si configurano come un gruppo abbastanza eterogeneo, dove convivono paesi con una forte connotazione anti-occidentale insieme a potenze moderate ed impegnate su più tavoli di collaborazione internazionale.
Il dato centrale è che l’interesse verso questo raggruppamento, anche in forza di una politica di “recruiting” proattiva da parte dei membri più influenti, è in costante crescita.
Sono di recente entrati Etiopia, Egitto, Emirati Arabi Uniti ed Iran e manifestano particolare interesse paesi quali Messico, Indonesia e Bangladesh.

Ma che cosa propongono in sostanza i paesi aderenti alla piattaforma Brics?
In estrema sintesi, propongono un modello alternativo a quello delle democrazie del G7, in tutte le sue declinazioni.
Da un punto di vista istituzionale, esprimono dei modelli per lo più a vocazione autocratica, pur con le dovute eccezioni. Convivono in questa galassia, tra gli altri, la teocrazia dell’Iran, il sistema a partito unico cinese, il regime autoritario russo, la monarchia assoluta degli Emirati Arabi Uniti.
Da un punto di vista economico, viene proposto di mantenere in essere un sistema di scambi globale il più possibile esente da protezionismi ed inquadrato in una logica multilaterale. In fin dei conti la globalizzazione è stata il motore dell’ascesa economica dei Brics, ed è logico che sia interesse di questi paesi proseguire il percorso tracciato sin d’ora senza apportare particolari correttivi da un punto di vista commerciale.

Esiste però un elemento peculiare che alberga nelle richieste dei Brics: l’indipendenza dall’attuale sistema di regole e istituzioni internazionali impostato e guidato dagli Stati Uniti dal dopoguerra sino ad oggi. Viene ricercata un’alternativa alle istituzioni di Bretton Woods, in particolare alla Banca Mondiale ed al Fondo Monetario Internazionale. Dieci anni fa nasceva quindi la Nuova Banca di Sviluppo con sede a Shanghai, che a sua volta poggiava su un fondo di capitali denominato Contingent Reserve Arrangement.

Dotazione e incisività si sono rivelate decisamente più contenute rispetto alla Banca Mondiale ed al FMI, ma il percorso è iniziato, e la direzione auspicata è chiara.
L’obiettivo più ambizioso e dichiarato dei BRICS è tuttavia la sostituzione del dollaro come valuta di riserva, la de-dollarizzazione dell’economia mondiale. In altre parole il tentativo di scalzare il dollaro come valuta globalmente accettata e diffusa in forza della solidità e della posizione di preminenza economica e militare degli Stati Uniti.
Guardando al lungo periodo e con le lenti della storia, il tentativo di de-dollarizzazione ha un significato profondo e sottende ad un obiettivo politico.

Gli Stati Uniti contano sulla forza e sulla diffusione globale della propria valuta per mantenere una posizione di preminenza, come già accaduto in passato nel caso dell’impero britannico. La sterlina rappresentava nel momento di massimo splendore dell’impero la valuta di riserva utilizzata per commerciare globalmente, sostenendo la posizione egemonica della nazione emittente. Il tramonto della sterlina è coinciso con il declino della potenza britannica, una lezione di storia che all’interno dei Brics viene compresa appieno.

Puntare quindi alla sostituzione del dollaro come valuta di riserva globale (proponendo anche l’emancipazione dai sistemi di pagamento bancario occidentali) significa proporsi come attori in un processo di ridimensionamento del paese che detiene l’egemonia, un obiettivo che deve far riflettere.
Guardando al breve termine, la de-dollarizzazione e la creazione di sistemi di pagamento bancario alternativi a quelli in vigore avrebbero invece un impatto più immediato e ugualmente gravido di conseguenze geopolitiche rilevanti. L’obiettivo dichiarato dei Brics sarebbe quello di neutralizzare quelle che vengono definite “sanzioni illegali” applicate a livello internazionale da Washington e Bruxelles: per intenderci, quelle applicate alla Russia di Putin per l’invasione dell’Ucraina e quelle comminate all’Iran in seguito alle gravi violazioni dei diritti umani perpetrate al popolo iraniano dalla teocrazia di Teheran.

La sostituzione del dollaro e delle istituzioni finanziarie internazionali rappresentano quindi la declinazione economica della volontà politica dei Brics di modificare strutturalmente la governance globale, ridimensionando il ruolo degli Stati Uniti (e dell’Occidente) a beneficio di una nuova schiera di paesi che hanno conosciuto uno sviluppo economico vigoroso nel contesto della globalizzazione ed intendono incidere maggiormente nei meccanismi di governo internazionale, intravedendo le debolezze (vere o presunte) dell’Occidente.

La sfida quindi è chiara, ma quale potrebbe essere il nostro posizionamento rispetto all’assertività dei Brics?
Le ramificazioni dell’economia globale, pur in un periodo di crescenti protezionismi, rendono necessario perseguire un dialogo costante con l’obiettivo di allontanare o per lo meno mitigare i motivi di contrapposizione. Per un’area a forte vocazione manifatturiera ed esportatrice come l’Europa (e l’Italia in particolare), i Brics costituiscono un’importante fonte di sbocco e di fornitura: un de-coupling completo delle nostre economie risulterebbe di difficile attuazione. Pensiamo all’importanza dei mercati asiatici per il settore dell’automotive tedesco (per il quale l’Italia è un importante fornitore di componenti): immaginare uno sganciamento dai mercati asiatici, in assenza della costruzione di alternative, significherebbe dover gestire un ridimensionamento importante dell’assetto produttivo tedesco, e di riflesso della rete di subfornitura italiana. I riverberi economici e sociali sarebbero rilevanti.

Al tempo stesso, come ci hanno insegnato i conflitti in Ucraina e Medio Oriente, la nostra epoca si caratterizza per l’amplificarsi del rischio geopolitico all’interno delle valutazioni di tipo economico. Un tema chiave emerso con forza negli ultimi anni è proprio quello della resilienza delle catene del valore in presenza di shock esterni, dalle pandemie alle tensioni geopolitiche, ed il perseguimento di efficienze di costo ha lasciato il passo alla necessità di privilegiare solidità e sicurezza delle filiere. L’emergere di visioni del mondo distanti ci suggerisce ancora una volta di perseguire una strategia di de-risking nei confronti di quei paesi che assumono una postura particolarmente assertiva nei confronti dell’Occidente, lavorando al contempo alla costruzione di relazioni il più possibile esenti da barriere commerciali all’interno dell’ecosistema del G7.

La proattività dei Brics può inoltre avere un ruolo positivo nell’evoluzione delle relazioni tra i paesi del G7. Può fungere da acceleratore dei processi di integrazione delle democrazie occidentali, spinte dalla consapevolezza che i paesi Brics e del Sud Globale stanno forgiando intese ed alleanze con l’obiettivo di costruire un’alternativa alla nostra architettura economica e istituzionale. La forza identitaria dei Brics può quindi essere uno stimolo ed un’occasione per riflettere sulla nostra identità, sui valori che vogliamo sostenere e gli interessi che dobbiamo tutelare, insieme.
Il protagonismo dei Brics ci ricorda inoltre che dobbiamo ritrovare l’orgoglio di essere occidentali, avendo la lucidità di immaginare il nostro posto nel mondo, con intelligenza, pragmatismo e coraggio. I Brics lo stanno facendo, è il momento che l’Occidente tracci la rotta, spieghi le vele e si rimetta in viaggio verso il proprio futuro.

Alessandro Somaschini

Alessandro Somaschini*, bergamasco, classe 1984, è Vice Presidente Nazionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Membro del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo presso il Ministero degli Affari Esteri (MAECI) e Membro del Gruppo Tecnico Internazionalizzazione di Confindustria.

È inoltre Membro della Task Force Trade & Investment del B20 – Brasile 2024, engagement group ufficiale della comunità imprenditoriale presso il G20, Membro del Comitato Esecutivo di YES for Europe e Presidente della delegazione italiana della G20 Young Entrepreneurs Alliance, oltre ad essere Consigliere di Amministrazione di diverse aziende bergamasche.
In passato è stato Membro di Task Force all’interno del B20 nelle edizioni organizzate in Italia (2021), Indonesia (2022) e India (2023), ed in precedenza ha ricoperto le cariche di Membro del
Comitato Esecutivo dell’Associazione Italiana dei Costruttori di Organi di Trasmissione (ASSIOT) e di Vice Presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Bergamo.
È stato Consigliere di Amministrazione di Somaschini Automotive ed Executive Vice President di Somaschini North America, lavorando negli Stati Uniti nel settore della componentistica meccanica.
Ha cominciato la sua carriera a Roma nel settore Aerospazio e Difesa all’interno del Gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo), dopo essersi laureato con lode in International Management presso l’Università Bocconi di Milano.