Operaio schiacciato dal muro, i consulenti: “Area non recintata e Torri non doveva essere lì”
Il 61enne, il 15 maggio 2019, era entrato nel capannone nonostante i divieti d’accesso in determinati orari. La parete gli è finita addosso uccidendolo
Bonate Sotto. “Per abbattere il rischio di infortuni erano due le strade da percorrere: o recintare l’area per evitare che qualcuno si avvicinasse oppure abbattere subito la parete”. Il muro al quale fa riferimento il consulente tecnico Marco Boniardi, professore del dipartimento di Meccanica del Politecnico di Milano che si occupa, tra l’altro, di incidenti industriali, è quello che il 15 maggio 2019 è finito addosso a Olivo Torri, uccidendolo.
L’infortunio mortale è avvenuto alla Comac di Bonate Sotto, dove Torri, 61 anni, lavorava da tempo. Era lui che sovrintendeva le manutenzioni dei 4 stabili della ditta. Nel capannone denominato Comac 4 doveva essere allargata un’apertura e ne doveva essere realizzata una nuova in un muro interno in cemento armato. Per questo era stata incaricata la ditta Cisana Srl. Quel giorno gli operai avevano effettuato i tagli nella parete sud con una sega da muro montata su dei binari e poi avevano inserito dei cunei di legno nelle fessure per mantenerla al suo posto. L’avrebbero abbattuta in un secondo momento. Nonostante i divieti di accedere al capannone, se non durante la pausa pranzo e dopo le 17, da parte degli operai, Torri e un collega erano entrati per prendere delle misure necessarie a realizzare un pannello di legno per chiudere provvisoriamente l’apertura. Mentre l’operaio si trovava nei pressi del muro, la parete tagliata è caduta e gli è finita addosso.
A processo per omicidio colposo ci sono ora Elio Cisana, titolare della Cisana Srl incaricata dei lavori nel capannone, Giorgio Donadoni, legale rappresentante della Comac, Cristian Forlani, responsabile della sicurezza e Roberto Locatelli, l’operaio che aveva eseguito il taglio della parete.
Boniardi, consulente tecnico nominato dal difensore di Donadoni, ha ricostruito la situazione ed ha concluso: “La vittima è entrata nel capannone verso le 15, quando non ci poteva andare, e la zona non era circoscritta. Tra l’altro Torri era il preposto, quindi avrebbe dovuto rispettare lui per primo le disposizioni di sicurezza. Nel 99% dei casi non succede nulla e questo spiega la confidenza, talvolta eccessiva, degli operai”. Infine, secondo l’esperto, manca il rischio interferenziale “che si ha quando due attività vengono svolte contemporaneamente nello stesso luogo. Non è questo il caso”.
Nell’udienza di venerdì 22 novembre è stato sentito anche Nicola Pasta, consulente tecnico di Cristian Forlani: “Non è corretto dire che nel piano di sicurezza e coordinamento non c’erano misure preventive per il rischio di caduta del muro. L’organizzazione del cantiere prevedeva che le attività di carico e scarico da parte degli operai della Comac potessero essere effettuate solo in pausa pranzo o dopo le 17. Al di fuori di questi orari l’accesso era interdetto al personale e questo è il miglior strumento per evitare il rischio di infortuni. Se fosse stato rispettato, Torri non sarebbe morto”.
La Comac, secondo il consulente, aveva nominato Forlani come coordinatore il 21 maggio, sei giorni dopo il fatto “in quanto le attività effettuate al momento dell’infortunio non erano attività di cantiere e quindi non necessitavano della nomina di un coordinatore”. Quest’ultimo sarebbe partito l’1 luglio “anche perché non erano arrivate le autorizzazioni di inizio lavori dal Comune”.
Forlani all’interno della Comac ricopriva il ruolo di Rspp, Responsabile del servizio prevenzione e protezione, dal 13 ottobre 2016 “ma era un esterno, non era un dipendente interno della ditta e pertanto non poteva notare eventuali non conformità nelle procedure. Il preposto al coordinamento era proprio Torri”.
La prossima udienza è stata fissata per il 6 dicembre.



