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“Lettera in coro”: impegno e riflessione sull’infanzia grazie al coro cittadino degli abitanti

A Loreto l’efficace azione teatrale che ha coinvolto adulti e bambini nella riflessione dall’esempio di don Milani e della scuola di Barbiana sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza

Bergamo. Un teatro che è scuola e che si fa scuola, che nasce nella comunità in cui è situato per farne parte, facendosi accogliere per accogliere a sua volta, che nasce dal quartiere per ritornarci, per dare voce ad un coro che è l’essenza più pura del teatro. Nella tragedia greca, il coro è un elemento che riflette sul destino del singolo eroe protagonista, ma anche sul tema universale che la rappresentazione porta con sé.

Proprio in questo senso sembra compiersi “Lettera in coro”, azione teatrale del progetto “Teatro Libera Tutti” che ha dato forma, grazie aPandemonium Teatro, ad un coro cittadino con adulti e bambini in scena, per celebrare la Giornata Mondiale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza.

Una riscrittura di “Lettera a una professoressa” di Don Lorenzo Milani, portata in scena mercoledì 20 novembre al Teatro di Loreto, primo atto di un progetto di performance e narrazioni corali che prenderanno forma in alcune ricorrenze particolari (i prossimi appuntamenti sono previsti in occasione del Giorno della Memoria e del 25 aprile). Un progetto di Cori Cittadini che, come spiega Walter Maconi, attore responsabile del progetto, “nasce da ‘VajontS 23’, progetto corale voluto da Marco Paolini in collaborazione con La Fabbrica del Mondo, che ha unito più di mille compagnie attraverso la lettura di un testo dedicato alla tragedia del Vajont. Dalla comunità di amici, spettatori, appassionati e abitanti del quartiere che si è venuta a creare, abbiamo deciso di dare forma e seguito a questa esperienza”.

Un desiderio di partecipare, di raccontare e testimoniare che, in questa giornata particolare, ha voluto affrontare un tema caro a diversi partecipanti, cioè quello della scuola, dell’educazione e della formazione. Un tema importante anche per membri di Pandemonium, che da sempre lega il proprio lavoro teatrale all’infanzia e all’adolescenza.

Un lavoro di ricerca e formazione che si materializza subito sulla scena, con il palco, due tavoli sul fondo, che diventa aula. “Nel testo viene indicato come l’aula non avesse bisogno di lavagne, banchi o cattedra: aveva soltanto i tavoli”: così il palco diventa aula della scuola di Barbiana, una scuola aperta, dove si insegna negli orari dopo il lavoro, sette giorni alla settimana. Sulla scena prende forma una delle aule ideate da don Milani e, in essa, risuonano le parole del sacerdote, quell’”I care” che si traduce nei volti e nelle azioni degli adulti protagonisti. Grazie a loro rivivono nel teatro le frasi di don Milani, parole forti che fanno riflettere sulla scuola degli anni Cinquanta, ma anche (e soprattutto) sul valore che ha oggi l’istituzione scolastica e, di conseguenza, il rispetto dei diritti di ogni bambino.

Una scuola che, al tempo, “respinge e dimentica” (le parole sono degli stessi ragazzi di Barbiana), che “fin da piccoli, era peggiore per i poverini”. Un racconto adulto che prende forma grazie ai bambini sulla scena, giovani studenti (e giovani partecipanti dei laboratori Timidi Ribelli) guidati da don Milani, interpretato dall’ educ-attrice Giorgia Aceti. Il modello scolastico si interseca inevitabilmente con il teatro ed il suo insegnamento.

La veste da sacerdote indossata da Giorgia svolazza seguita dai “suoi” ragazzi, studenti della scuola e del teatro (già risoluti ed abili nel muoversi sulla scena), mentre, sul fondo, gli adulti proclamano le parole di don Milani e dei suoi alunni. Una scuola che nasce dal gioco, simbolo di un’infanzia che, proprio tra quelle mura, deve trovare le fondamenta. Un aeroplanino di carta porta allora a Barbiana, un luogo dove “accogliere anche gli svogliati”, dove l’educazione era un bene fondamentale per il singolo, uno scopo da raggiungere “anche la domenica”. I metodi di don Milani erano spicci, ma non dimenticavano mai il loro scopo principale: un’educazione scolastica per tutti, in grado di emancipare ogni bambino, indipendentemente dal rango sociale.

Sulla lavagna si legge a chiare lettere “la scuola sarà sempre meglio della merda”, poche parole che riflettono però sul loro utilizzo e, soprattutto, sulle difficili condizioni in cui si trovavano costretti i bambini del tempo, che spesso lavoravano sin dalla giovane età. Una scuola per tutti, che non facesse distinzioni di classe e censo, rimanendo così mera questione elitaria. Se “tutto diventa voto e null’altro”, se “il diploma è quattrini”, don Milani si rivolge ai suoi ragazzi con affetto, li educa nella sua scuola per educarli, anche e soprattutto, alla vita. Così, sulla scena, i libri diventano una scuola disegnata ed i quotidiani una barca su cui navigare, nell’ideale mare del sapere, dove “politica e cronaca valgono più delle sofferenze”. Dalla scuola, la scena diventa un’immensa lavagna, dove si leggono parole come “casa”, “amore”, “amicizia”. Esistono i sentimenti e la protezione, mentre don Milani porta i suoi ragazzi tra il pubblico, prendendolo in causa. La scena è una lavagna, il pubblico una nuova classe di studenti, mentre i bambini prendono ancora una volta possesso della scena, guidati da Giorgia-don Milani.

È la scuola o il teatro? Il teatro o la scuola? Il luogo è solo un luogo, ma la didattica è viva, così come la scuola ed il teatro civile. Entrambi fondamentali, entrambi “dell’obbligo”, nell’accezione più nobile del termine. “Se non lascio futuro, sono passato per niente”, canta Ghali in ‘Niente Panico’, e dagli anni Cinquanta si torna (o si resta?) ad oggi. La parola rimane viva, dal passato al presente, e prende corpo sul palco, “perché il sogno dell’uguaglianza non resti un sogno”. Un’uguaglianza democratica, dall’antica Grecia, ad oggi, passando per l’esperienza di Barbiana, che parla all’alunno così come al singolo cittadino, che dal teatro nasce per tornarci, nella sua forma più viva e vitale; un teatro civile, ancor più consapevole nel solco delle parole di don Milani: “è la parola che fa eguali”.