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Covo, condannato a 16 anni per l’omicidio del suo coinquilino

Davanti al gup ha scelto il rito abbreviato ma l’avvocato annuncia già il ricorso in appello: “Non c’è il movente né l’arma del delitto, non ci sono impronte. Troppi dubbi”

Covo. È stato condannato in abbreviato a 16 anni di reclusione Khadim Hussain, pakistano di 30 anni, accusato dell’omicidio di Sajid Ahmad, 29 anni, suo connazionale e coinquilino.

La sentenza è stata emessa mercoledì 13 novembre dal giudice delle udienze preliminari Alessia Solombrino, che ha accolto la richiesta di condanna del pubblico ministero Giampiero Golluccio.

La vittima è stata trovata morta nell’appartamento al civico 2 di via Pradone, a Covo, il 20 dicembre 2023, da uno dei suoi 4 conviventi. Ahmad era in salotto, sul pavimento, in un lago di sangue coagulato. Sul suo corpo diverse ferite da arma bianca, due quelle letali: una alla clavicola e l’altra all’altezza del cuore.

Il coltello non è mai stato ritrovato, così come non è mai stato determinato il movente dell’omicidio. Si sa solamente che, intorno all’ora di pranzo di quel giorno, i vicini avevano sentito qualcuno litigare. E avevano visto anche due persone allontanarsi in fretta nel tardo pomeriggio: una aveva i capelli lunghi raccolti in una coda, mentre rispetto all’altra i testimoni non sono riusciti a individuare elementi utili alla sua identificazione.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Hussain, soprannominato “Afghano” per il suo carattere irascibile, arrivato in provincia di Bergamo nel 2021 e all’epoca assunto in una ditta nel Milanese, era fuggito da Covo in treno in direzione Milano. La sua intenzione era di raggiungere la Germania, dove aveva vissuto tra il 2018 e il 2020. I carabinieri di Treviglio avevano monitorato i suoi spostamenti attraverso le celle telefoniche man mano agganciate dal suo telefonino.

Superato il confine, il 30enne aveva preso un autobus per proseguire il suo viaggio, ma era incappato in un posto di blocco. La polizia elvetica lo aveva trovato con il sopracciglio ferito e i pantaloni macchiati di sangue e lo aveva tratto in arresto. Il pakistano era poi stato estradato in Italia, il suo fermo era stato convalidato dal gip di Como e successivamente era stato trasferito nel carcere di via Gleno.

Secondo il pm Golluccio gli elementi per la condanna ci sono tutti, a partire dal fatto che Hussain è stato l’unico dei coinquilini a darsi alla fuga, fino alle ferite ricondotte a una colluttazione con la vittima e ai vestiti imbrattati di sangue. Secondo la difesa, retta dall’avvocato Corrado Viazzo del foro di Varese, le prove della colpevolezza del suo assistito sarebbero labili.

“Non c’è l’arma del delitto, non ci sono impronte digitali, nell’appartamento non è stato trovato niente – ha dichiarato il legale -. Il sangue sui pantaloni? Non è stato analizzato, quindi non è possibile ricondurlo con certezza a Sajid Ahmad. Poteva essere quello del mio assistito, visto che si è ferito al sopracciglio. Sono state viste due persone scappare. Chi ci dice che non sia stato il connazionale con il codino ad uccidere?”.

Le uniche due certezze, secondo l’avvocato, sono “la convivenza e il litigio. Che tra l’altro avveniva spesso, dato che i due si sopportavano poco perché erano sì entrambi pakistani, ma di due etnie differenti e discutevano di questioni legate alla religione. Presenteremo sicuramente appello anche perché, in tanti anni di esperienza legale, non ho mai visto una camera di consiglio durare solamente 10 minuti in un caso di omicidio, come invece è accaduto oggi. Sono davvero sorpreso e i dubbi circa la colpevolezza del mio assistito non sono stati assolutamente fugati”.

L'omicidio di Covo