Garattini: “Il 2% del Pil alla difesa? Penso alla ricerca, bene comune per il Paese”
Il presidente e fondatore dell’Istituto Mario Negri, compie novantasei anni e come regalo chiede maggior valore per la ricerca
Oggi, martedì 12 novembre, il professor Silvio Garattini, compie 96 anni. Il presidente e fondatore dell’Istituto Mario Negri, oncologo e farmacologo affermato su scala mondiale, ricercatore bergamasco dalla lunga esperienza, non desidera regali particolari per sé. La sua attenzione è rivolta alla ricerca scientifica, “bene comune per il Paese”, a dimostrazione dell’infinita passione che lo ha sempre animato e che tuttora guida la sua attività portandolo a continuare a studiare, approfondire e tenere conferenze.
Ha un amore inesauribile per il sapere ma anche e prima di tutto una grande sensibilità per le persone, specialmente per chi vive in condizioni di fragilità.
Lo abbiamo intervistato ripercorrendo la sua vita e la sua carriera costellata di soddisfazioni e riconoscimenti.
Lei è nato nel 1928: l’Italia era nel pieno del regime fascista e dodici anni dopo sarebbe entrata nella Seconda Guerra Mondiale. Cosa ricorda della sua infanzia?
Ho molti ricordi, soprattutto del fascismo. Avendo vissuto in quel periodo so cosa vuol dire: significa non avere libertà d’espressione ed essere minacciati. Mio padre ha avuto gravi problemi, tant’è vero che è stato minacciato di essere riempito di olio di ricino, però mi ha sempre istruito sui danni della dittatura e sulla necessità della libertà. Tutte le sere ascoltavamo Radio Londra e mi diceva di imparare a capire quale fosse la differenza fra la democrazia e la dittatura. Sono molto preoccupato perché oggi i giovani non studiano il fascismo, a scuola non si arriva mai a questo capitolo di storia ed è molto grave perché non hanno un’idea di cosa voglia dire. Non possono averlo vissuto e non sanno cosa sia.
Nel 1954 si è laureato con lode in Medicina e Chirurgia all’Università degli Studi di Torino: era uno studente modello?
Non sono stato uno studente modello nel senso della frequentazione delle lezioni. Al terzo anno di Medicina ho potuto cominciare a svolgere ricerca perché ero perito chimico. Il diploma conseguito all’Esperia, che è il titolo di cui sono più fiero, mi ha permesso di saper lavorare in laboratorio e ha costituito la base del mio sviluppo: mi sono laureato dopo aver pubblicato già molti lavori scientifici.
Come mai ha deciso di dedicarsi alla medicina e di diventare ricercatore?
Probabilmente ha influito il fatto che in famiglia mia madre a un certo punto della sua vita fosse paralizzata e uno dei miei due fratelli avesse avuto una grave malattia. All’epoca non c’era il sistema sanitario nazionale e mio padre ha dovuto svolgere un secondo lavoro la sera per pagare medici, visite e farmaci. Oggi tutto sommato siamo fortunati perché nonostante le critiche che si possono fare abbiamo un Servizio Sanitario Nazionale.
È stato docente di Chemioterapia e Farmacologia all’Università degli Studi di Milano: cosa le ha lasciato l’esperienza dell’insegnamento?
Non ho un’esperienza molto favorevole dell’università. Oggi più che in passato quella di Medicina è fondamentalmente una scuola passiva in cui si ascoltano le lezioni e si fanno poche domande. Questo non aiuta la formazione del medico: apporterei diverse modifiche, come far tenere lezioni agli studenti ecc. I ragazzi si laureano senza avere una conoscenza pratica di quello con cui avranno a che fare, con gli strumenti, la radiologia e le analisi. Non hanno un’esperienza e non sono preparati ad avere empatia, ossia a sapersi relazionare con gli ammalati e con la gente. In Francia e in Inghilterra, per esempio, sono obbligati a fare lezione con gli studenti delle scuole medie e imparano a dialogare con loro. I nostri medici possono avere doti intrinseche ma nessuno insegna loro come devono trattare i pazienti e come comportarsi se si trovano ad annunciare qualcosa di grave, ma anche la speranza che bisogna dare in ogni caso, l’attenzione e l’ascolto. C’è tanto da fare da questo punto di vista.
Il 1961 è una data particolarmente importante: ha fondato l’Istituto Mario Negri di cui è stato il primo direttore. Si è trattato di un progetto epocale: com’è nato? E cosa ha rappresentato per lei concretizzarlo?
Il progetto è nato perché sono sempre stato interessato a quello che facevano gli americani, che erano un esempio nel campo della ricerca. Ho avuto la fortuna di avere dal Consiglio nazionale delle ricerche un grant (finanziamento, ndr) per trascorrere due mesi negli Stati Uniti e visitare tutti i loro enti di ricerca. Compiendo quell’esperienza ho imparato che la ricerca è un lavoro a tempo pieno: il ricercatore faceva il ricercatore, poteva tenere qualche lezione ma il suo compito fondamentale era fare ricerca. In Italia, invece, ci si dedicava quando si poteva e con difficoltà per via della grande burocrazia. Inoltre avevo appreso che le fondazioni in America non avevano soltanto il compito di distribuire risorse ma disponevano di un proprio laboratorio. Quando sono tornato ho detto ai miei collaboratori in università che avremmo dovuto andare a lavorare tutti in America oppure fare qualcosa di differente dall’università. Abbiamo optato per questa seconda opzione e dal ‘58 ho cominciato a chiedere a tutte le persone che incontravo di aiutarmi a costituire una fondazione.
Come reagivano?
Quando spiegavo quello che avevo in mente molti ridevano mentre altri pensavano che fossi troppo giovane. Nel ’59, però, è arrivato in università Mario Negri, un gioielliere che aveva capito che il gioiello industriale rappresentava il modo migliore per vendere perché quello artigianale era troppo caro. Aveva raccolto risorse e siccome in quegli anni c’era incertezza aveva investito in molte attività fra cui l’industria farmaceutica. Voleva chiedere consigli, dopo un confronto iniziale tornò e gli parlai del progetto di istituire una fondazione. Aveva capito che avrebbe potuto essere interessante anche per mantenere il suo nome e così è stato perché venne intitolata a lui. Ha avuto un tumore al colon nel ’60: morì e nel testamento scrisse che l’istituto avrebbe dovuto essere no profit, lasciò 100 milioni di lire e le azioni della ditta Farmacosmo che poi vendemmo rapidamente. Ero l’unico nominato nel testamento come direttore e successivamente abbiamo costruito la sede. Il 1° febbraio 1963 abbiamo cominciato la nostra attività contando su venti persone e affrontando gravi ostacoli da parte dell’università per fare in modo che quelle risorse rimanessero a sua disposizione, ma alla fine siamo riusciti a dar vita a questa realtà che oggi conta oltre 700 persone fra Milano, Bergamo e Ranica.
La sua carriera è molto lunga ed è ricca di soddisfazioni. Quali momenti ricorda con maggior intensità?
Tutti sono momenti molto belli. L’opportunità migliore è quella di crescere con i giovani: ogni anno ne arriva in istituto un certo numero e stare a contatto con loro mi ha mantenuto sensibile alle esigenze e ai problemi che vivono.
Come sono questi giovani?
Sono diversi da quelli di una volta. Hanno una maggior volontà di tempo libero e la coscienza che le tecnologie permettono di lavorare meno. Rispetto al passato, in loro è più presente il pensiero che l’Italia non sia il Paese ideale in cui lavorare, molti sono spinti ad andarsene e io stesso li invito a farlo con l’idea di tornare in futuro. A livello caratteriale, in genere sono più chiusi di una volta, non fanno molte domande e partecipano poco alle attività in cui ci sono gli adulti perché c’è una differenza fra generazioni che dobbiamo cercare di capire e solitamente non siamo abituati a trattare con loro.
A proposito di nuove tecnologie, quali sono i rischi e i benefici dell’intelligenza artificiale?
I benefici possono essere enormi perché ci permette di sapere tante cose che non possiamo ricordare in quanto la nostra memoria ha limiti mentre l’intelligenza artificiale no. Al tempo stesso, rappresenta un grande pericolo se non si pongono paletti perché qualcuno può farci fare quello che vuole in base a interessi economici o ideologici. Dobbiamo pensare a quello che è successo con internet: poteva essere un grande bene per avere molte più informazioni ma è diventato anche una fonte di notizie false e vendita di prodotti che non hanno nessun valore dal punto di vista scientifico. Basta pensare che spendiamo cinque miliardi per comprare integratori alimentari che fanno bene a chi li vende ma non hanno nessuna base scientifica.
Nel corso dei decenni la nostra società è stata costellata di notevoli mutamenti, dalla nascita dell’Unione Europea e di un mondo sempre più globalizzato allo sviluppo delle nuove tecnologie. Com’è cambiata la ricerca in questi anni?
La ricerca è cambiata moltissimo. Per scrivere qualcosa per molti anni utilizzavo la macchina da scrivere con la carta carbone e se sbagliavo dovevo rifare tutto, mentre oggi con i computer e i telefonini è mutato tutto. Per preparare i lavori di un esperimento si doveva lavorare la notte precedente mentre ora i robot possono farlo meglio di noi. È possibile anche far funzionare apparecchiature stando in ufficio: la situazione è cambiata e si può fare moltissimo in tempi più brevi rispetto a quelli che erano necessari parecchi decenni fa.
E come sta oggi la ricerca in Italia?
Sta molto male per tante ragioni. Prima di tutto c’è una grande quantità di burocrazia. Basti pensare che per utilizzare un topo abbiamo bisogno di passare attraverso la compilazione di almeno cinquanta pagine scritte, quattro comitati (il comitato etico, quello per il benessere animale, l’Istituto Superiore di Sanità e il ministero) e versare una tassa. Ed è incredibile doverla pagare per svolgere esperimenti che servono alla salute pubblica. Le autorizzazioni arrivano dopo quattro o sei mesi, questa tempistica crea difficoltà a collaborare con l’estero ed è pazzesco. Lo stesso vale per gli studi nella clinica con l’adempimento di passaggi fra comitati etici. Siamo favorevoli a tutti i controlli ma devono essere ragionevoli e fatti in tempi relativamente rapidi. Non parliamo, poi, della burocrazia per l’approvazione dei progetti di ricerca: si deve presentare un mucchio di carte e fornire tante informazioni non importanti, mentre bisognerebbe giudicare soprattutto il valore del progetto e non tante altre cose. Un altro problema è che abbiamo la metà dei ricercatori della media europea per milioni di abitanti perché la maggior parte se ne va. A tutto ciò va aggiunto che i fondi per la ricerca sono circa la metà della media europea.
Ci spieghi
Se dovessimo effettuare la ricerca con una spesa simile a quella della Francia, che è un Paese simile al nostro, dovremmo spendere 22 miliardi di euro in più all’anno. Questo perché in Italia la ricerca come l’educazione viene considerata una spesa, mentre è un investimento necessario per la crescita.
E cosa pensa vedendo che il 2% del Pil viene destinato alle spese per la Difesa?
Penso che bisognerebbe sostenere maggiormente la ricerca, che è un bene essenziale, un bene comune per il Paese.
Ha lavorato in sinergia con grandi ricercatori come Rita Levi Montalcini, cosa ricorda di lei?
È stata una delle ispiratrici della nostra attività. L’ho incontrata la prima volta durante il viaggio negli Stati Uniti e mi ha dato molte informazioni, poi l’ho vista parecchie volte quando è tornata in Italia ed è stata per noi un esempio: a quei tempi una donna così in vista era un’eccezione. Le donne sono ancora considerevolmente punite perché sono tante nella ricerca ma man mano che si sale a livello apicale sono sempre meno e non è giusto. Ma la medicina le penalizza anche per tante altre ragioni.
Perché?
Vengono curate con terapie studiate nei maschi. Sappiamo che le stesse malattie non sono eguali nei maschi e nelle femmine: si va avanti dando a queste ultime ciò che è stato studiato quasi esclusivamente nei maschi e così si determinano una serie di problemi perché non sappiamo quanto il farmaco sia attivo nelle donne rispetto agli uomini ma generalmente la tossicità nelle prime è maggiore del 40%. Anche in questo campo c’è molto da fare ma non fa comodo all’industria perché bisognerebbe avere due protocolli ma costerebbe il doppio.
A 96 anni è in forma: qual è il suo segreto? Dall’alimentazione al movimento, cosa ci consiglia per mantenere un buono stato di salute?
Le buone abitudini di vita sono fondamentali. Non ho mai fumato, l’alcol è sempre stato sostanzialmente insignificante e non ho mai assunto droghe. Oggi i ragazzi cominciano a fumare a 12 anni e bevono molto presto, usano cannabis e sostanze. Il 10% della popolazione utilizza cannabis e il 5% cocaina. Non farlo espone al rischio di esclusione sociale e tanti non hanno ricevuto un’educazione in famiglia che consenta di rimanere fuori da questi problemi e avere la forza di dire di no. Per quanto riguarda l’alimentazione, la dieta deve essere varia ma moderata: bisogna mangiare poco e, come dicevano i nostri anziani, alzarsi da tavola con un po’ di fame. Inoltre è importante camminare, muoversi e non ingrassare, ma anche avere rapporti sociali per far sì che il nostro cervello si mantenga attivo, soprattutto quando si va in pensione. Un nostro studio ha evidenziato che l’isolamento sociale è uno dei fattori di rischio per lo sviluppo della demenza senile.
Banalmente, lei cosa mangia?
Fondamentalmente mangio una volta al giorno, la sera. Ieri al mattino ho preso un caffè, a pranzo un biscotto e una spremuta d’arancia, mentre a cena un antipasto, un primo e un dolcetto.
Ha cinque figli, dei nipoti e dei pronipoti: come si trova nei panni di nonno?
I miei figli sono laureati e hanno famiglia… Non hanno granché bisogno di me ma ci vediamo e si preoccupano molto (sorride, ndr).
Quali sono i suoi hobbies?
Ho poco tempo libero. Mi piace seguire il calcio e da sempre tifo per l’Atalanta: fino a un po’ di anni fa mi recavo allo stadio, mentre adesso vedo le partite sul telefonino.
In questi anni l’Atalanta sta dando gran belle soddisfazioni
Si, sono contento e Gasperini mi piace molto. Una delle prossime settimane, appena possibile, ho in programma di andare a Zingonia per visitare il mister e la squadra. Per il mio novantesimo compleanno, invece, mi era stata regalata una maglietta dell’Atalanta con tutte le firme dei calciatori e mi aveva fatto parecchio piacere. La vittoria dell’Europa League è stata un grande risultato, merito soprattutto di Gasperini, che è un allenatore straordinario. È un peccato che settimana scorsa non abbia ricevuto il premio di migliore allenatore, perché è inutile continuare ad assegnarlo agli stessi: andrebbe premiato chi riesce a far emergere formazioni senza avere palloni d’oro come ha fatto lui. Ha la capacità di amalgamare il gruppo, motivare i calciatori e fare in modo che siano tutti a servizio della squadra.
Qual è il suo rapporto con la fede? È credente? Come si possono conciliare fede e scienza?
Sono cresciuto in oratorio e la mia formazione è cattolica, ho insegnato catechismo e sono stato membro della Gioventù Studentesca. Sicuramente oggi ho molti più dubbi rispetto al passato, ma credo che tutti li abbiamo. Di certo scienza e religione sono forme di conoscenza che non hanno possibilità di unione perché una cerca le prove mentre l’altra ha la fede, però entrambe hanno la stessa missione per ragioni diverse perché cercano di migliorare il benessere della popolazione. La chiesa l’ha fatto inventando gli ospedali, mentre la scienza è fatta per aiutare. Tutte e due attingono a quello che per me è il più importante dettame evangelico: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” e credo che dovrebbe essere il Vangelo di ognuno di noi, fare agli altri quello che vorresti venisse fatto a te. Secondo me questa è l’essenza del cristianesimo che dovremmo tutti coltivare.
Guardando al futuro, quali sono i prossimi traguardi della ricerca scientifica?
Sono molti, perché ci sono ancora tante malattie senza cura. C’è il campo ingiusto delle malattie rare: sono 7mila ma nessuno se ne occupa perché danno poco profitto. Abbiamo ribadito alla Comunità Europea che si deve giungere a una soluzione e fare in modo che ci siano enti pubblici che lavorino per trovarvi rimedio. Non è possibile che nella nostra Costituzione sia scritto che lo Stato tutela salute di tutti ma è vero solo per chi ha patologie comuni mentre chi ha malattie rare deve arrangiarsi. È una grave disuguaglianza che non possiamo accettare.
E quali sono i suoi progetti per il prossimo futuro?
I miei progetti consistono nel riuscire a mantenere un equilibrio. Dico prima di tutto a me stesso che in Italia ci sono 900mila novantenni ma solo 22mila centenari, quindi la caduta è molto rapida. Devo sempre aver presente che domani mattina non ci sono più, però finché ci sono devo cercare di fare tutto ciò che posso e insistere sui problemi che mi stanno a cuore come quello di avere la salute nella scuola, fare in modo che la ricerca in Italia divenga un’attività importante come negli altri Paesi, che gli ammalai di malattie rare abbiano rimedi giusti e non ci sia disuguaglianza perché ancora oggi i ricchi hanno più facilità a curarsi rispetto ai poveri ed è inaccettabile.
Oggi compie 96 anni: che desiderio esprimerà soffiando sulle candeline?
Che gli obiettivi che ho appena citato si realizzino, anche quando non ci sarò più io.


