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Coppia: litigare fa bene? Dipende come…la psicologia ce lo spiega
Se credete che i litigi siano la tomba dell’amore, vi sbagliate. Imparare a litigare bene è sano per una vita di coppia felice e duratura, ma dipende da come lo si fa
A nessuno piace discutere. Idealmente una coppia vuole andare d’accordo e desidera che il rapporto sia sempre “rose e fiori” senza troppi problemi.
Non sono i litigi a minare la relazione, nessuna coppia si lascia perché litiga, bensì perché litigando male, o non litigando affatto, le vere problematiche non vengono mai affrontate e i nodi conflittuali mai sciolti. Viene meno di conseguenza la capacità di sintonizzarsi e di modificare i propri comportamenti in relazione ai bisogni del partner.
Sapete che discutere non è necessariamente una cosa negativa?
Molti ritengono che i litigi all’interno della coppia siano da evitare. Non importa come o perché, prima o poi avrete una discussione con il vostro partner.
Viviamo in un’epoca in cui la ricerca della tranquillità nelle relazioni è spesso posta al centro, mantenerla però non è così semplice.
La psicologia ci spiega il perché.
Esistono coppie in cui lo scontro avviene per un non nulla, come pretesto per dare sfogo alle proprie emozioni negative e le insoddisfazioni; altre invece evitano i conflitti ad ogni costo, reprimendo il loro vero sentire. In entrambi i casi, i veri problemi non vengono mai risolti.
Litigare bene è fondamentale: comporta la capacità in entrambi i partner di sapere gestire le proprie emozioni e comunicare in maniera efficace, trasformando così il contrasto senza che evolva in un litigio. Le liti, se affrontate e gestite in modo consapevole, possono incrementare relazioni più solide e condurre ad una maggiore conoscenza di sé e dell’altro.
La vita non è fatta solo di logica o razionalità, bensì soprattutto di parti emotive che vanno condivise. L’importante è che l’emotività, se espressa troppo intensamente, non raggiunga un’escalation distruttiva tale da causare danno. Emozioni come aggressività, rabbia repressa o invidia, se covate verso gli altri o verso se stessi, potrebbero suscitare nel partner: la paura dell’abbandono, un’apparente serenità per compiacenza oppure l’insorgere di disturbi psicosomatici.
Ci sono situazioni in cui il litigio può non essere considerato benefico per la salute mentale della persona? Assolutamente si, sono quelle in cui il partner non sta rispettando o corrispondendo i nostri bisogni di base, e non si intendono quelli primari o formali, bensì emotivi. Per alcuni può essere fondamentale il riconoscimento, per altri il sentirsi ascoltati o abbracciati, per altri ancora non essere contraddetti.
Ognuno ha bisogni soggettivi, derivanti dalla storia personale: se ci si comprende a vicenda, si instaura una reciproca e profonda complicità.
Litigio: costruttivo vs dannoso
Oggi saper comunicare è più importante che mai, per questo il buon litigio è fondamentale per il benessere della coppia.
Basti pensare all’uso dei social che occupano nella sfera quotidiana uno spazio davvero importante, quasi quanto quello dedicato alla sfera sessuale.
Troppe discussioni significano che l’uno non corrisponde ai bisogni dell’altro o che uno dei due ha avuto un’esperienza educativa traumatica. A lungo termine litigare frequentemente conduce alla rinuncia dell’altro e al distacco, in quanto alimenta quel circolo vizioso che conduce ogni volta a fare le stesse azioni a vuoto, aumentando così frustrazione e solitudine emotiva. Di conseguenza si rischia di rinunciare al partner oppure di cercare compensazioni altrove.
Un litigio costruttivo richiede un lavoro su di sé attraverso l’elaborazione di eventi del passato che hanno lasciato il segno, a partire dai tasti dolenti della nostra infanzia. Diversamente il litigio dannoso è spesso uno scarico di rabbia in cui non si chiede nulla all’altro, bensì molto probabilmente lo si sta punendo per qualcosa di “vecchio” che nel presente scatena reazioni emotive che richiamano quelle del passato: ad esempio una persona che ha sofferto per mancanza di riconoscimento e stima a livello genitoriale, tenderà ad arrabbiarsi accusando l’altro se non si sente corrisposto nelle proprie aspettative (derivante dalle mancanze del passato).
“A volte si pensa che per liberarsi dai ricordi sgradevoli e dolorosi del passato (una madre invadente, un padre geloso o possessivo, un fratello svalutante…) basti cancellarli, non parlandone più” spiega la dottoressa Valeria Tessa “ma è proprio il passato che ci ha portato lungo il cammino della vita sino ad oggi, e i suoi segnali riverberano sin dalle relazioni primarie: se non risolti, torneranno a risuonare nel presente in una relazione altrettanto intima come quella di coppia, ogni qual volta il conflitto scoppierà di nuovo”.
Pertanto è importate condividere la propria infanzia, raccontarsela. Così quando uno dei partner reagisce in modo esagerato ad un’osservazione o ad una certa situazione, l’altro avrà una maggiore comprensione del punto di sofferenza e in mano gli elementi giusti per capire che lui o lei stanno “facendo i conti” con i ricordi. Nella coppia, riflettere sull’infanzia, propria e del partner, aiuta a riconoscere carenze, paure profonde, bisogni inespressi e ferite ancora aperte che producono rabbia, paura, vergogna, confusione.
Ma da dove nasce questa capacità di comprendersi? Dalla fiducia che il conflitto possa essere affrontato e risolto, che l’altro non verrà distrutto da noi se mostriamo la nostra rabbia, né ci distruggerà qualora avanziamo i nostri bisogni e le richieste.
Tuttavia bisogna tenere presente che se le ferite sono troppo profonde, spesso il partner non può fare nulla. È opportuno farsi aiutare attraverso un percorso di psicoterapia.
Ci vuole il momento giusto
È necessario prendersi del tempo. Può bastare contare fino a dieci o forse occorre scusarsi e esplicitare il proprio bisogno di parlarne in un altro momento, oppure dire “mi spiace, ma adesso sono troppo arrabbiato/a, ne parliamo quando mi calmo un po’”. Si eviterà così di scambiare la discussione per un’indagine in cui si debba stabilire chi è il colpevole, o di trasformarla in una gara in cui ognuno si impegna per vincere.
Volere ad ogni costo prevaricare, avere l’ultima parola, denuncia una problematica che va al di là del litigio in corso, bensì rimanda a parti di sé bambino che non si sono ancora evolute e non riescono a cogliere nella vita di coppia le potenzialità di una realizzazione personale che non sia a scapito dell’altro.
La proiezione della problematica sull’altro porta a una distorsione della realtà: di fronte ad un dilemma, si attiva per difesa un sistema psichico “primitivo” che è quello di cercare il colpevole fuori di noi, per non doverci confrontare con dolorose contraddizioni. Il partner diventa così il “cattivo” su cui rovesciare addosso tutta la nostra insoddisfazione, colpendone le debolezze. Lo stesso trattamento potrebbe riservarlo lui a noi, e ne usciremo logorati e feriti, sempre più insoddisfatti. Ciò allontana dalla possibilità di sciogliere il conflitto, che nasce sempre dalla contrapposizione di due visioni, esigenze, sensibilità di cui, nella coppia, abbiamo il dovere di farci carico.
E allora come gestire la rabbia? Disinnesca la miccia!
Secondo lo psicologo Daniel Goleman (2011) “le emozioni sono, in sostanza, gli impulsi ad agire, i piani immediati per gestire la vita che l’evoluzione ha infondato in noi”. La rabbia è un’emozione di base che può essere espressa in un modo appropriato, se rivolta verso il problema e non contro il partner, mantenendone così il rispetto. Al contrario quando la rabbia sfugge al nostro controllo può trasformarsi in uno tsunami che travolge e distrugge, e il conflitto tende ad aumentare piuttosto che spegnersi. Se non si riesce a tenerla sotto controllo è meglio prendersi del tempo per evitare di dire qualcosa che possa danneggiare definitivamente il rapporto.
Spesso si ritiene l’altro il colpevole della propria aggressività. Ma una persona esterna può davvero decidere quali emozioni dobbiamo provare? La psicologia insiste nel dire che bisogna essere consapevoli del fatto che non sono le altre persone a farci sentire in un certo modo, bensì l’emozione che sentiamo è qualcosa di interno che si può controllare.
Se invece le nostre esperienze infantili ci hanno insegnato a proteggerci dalle emozioni, a non esprimere i nostri sentimenti perchè ogni volta che abbiamo provato a farlo non è andata a buon fine, smetteremo semplicemente di farlo o cercheremo di allontanarci dall’altro quando le percepiamo. La relazione diventa pericolosa e in un momento di poca sintonia sentiremo il bisogno di allontanarci, soprattutto se il partner ci “inonda” tutta la sua emotività. In questo caso a volte la rabbia è protettiva, un’efficace strategia che funziona per “bloccare” l’altro e comunicargli che deve smettere di avvicinarsi.
Non si può cambiare l’altro
“Chi nasce quadrato, non può morire tondo”. Saggio il proverbio che ci spiega in parole semplici come non si può cambiare la propria natura. Un’altra grande psicotrappola scatta quando uno dei partner vive l’altro come “sbagliato” e si assume, anche inconsapevolmente, il compito di “correggerlo”, di cambiarlo, non necessariamente attraverso continue critiche e giudizi diretti, ma mascherandosi dietro consigli dati in “buona fede” per il bene dell’altro. Questi “consigli” suonano spesso come comandi: chi li riceve si sente prevaricato, chi li dà si sente non apprezzato e non ascoltato.
Un’altra psicotrappola è quella del sottinteso: si pensa che nell’intimità debba esserci la capacità nel nostro compagno/a di cogliere i pensieri e gli stati d’animo dell’altro, a prescindere da ciò che viene detto, ma non è così. Il partner è una persona separata da noi, con diversi processi mentali, emotivi e una propria storia personale. Come potrebbe leggerci nel pensiero?
Certamente in una sana relazione è importante mettersi nei panni dell’altro in maniera non giudicante: l’ascolto non dovrebbe essere utilizzato come una “pausa” per pensare noi a cosa replicare. Rimanere sulla sostanza del problema, mai divagare con mille cose che non c’entrano nulla, o attaccare il partner nella sua persona.
Le regole per saper litigare bene
– La coppia non è il cestino della tua vita. Non trattare la relazione come uno spazio in cui rovesciare tutti i tuoi problemi e frustrazioni.
– Non evitare il conflitto. Come l’assioma di Paul Watlzawick ci insegna che “non si può non comunicare”, altrettanto vero è che non si può non litigare. Spesso il conflitto non lo si può evitare, bisogna imparare a gestirlo bene.
– Non criticare il partner davanti agli altri. Rischi di metterlo a disagio, scateni il suo rancore e apri l’intimità della coppia a chi è presente e non c’entra.
– Non coinvolgere altre persone quando si discute, a partire dai figli, per cercare alleanze.
– Non fare confronti: producono ira e frustrazione, mortificando il partner che non si sentirà considerato all’altezza della situazione.
– Non allargare il discorso ad altri aspetti: avere chiaro il motivo per cui si sta discutendo, senza attaccare la persona nel suo complesso.
– Evita di dire “calmati!”: rischi di sminuire l’altro come se i suoi sentimenti non hanno importanza.
– Non sfruttare i punti deboli dell’altro per usare le informazioni che conosci sulla storia personale per ferirlo.
– Cogli l’istante più adatto per le comunicazioni importanti, non farlo in momenti di stanchezza, non parlare all’improvviso di un problema o fare una critica in un momento di gioia o divertimento.
– Mantieni la distanza fisica, evitando il contatto se non per un abbraccio.
– Non tenere “il muso” troppo a lungo: trova il momento adatto per dire al partner ciò che senti.
– Ascolta cosa dice l’altra persona, per comprendere anche quando non condividi il punto di vista dell’altro.
– Abbi il coraggio di dire “ho sbagliato”, quando si ha torto bisogna ammetterlo.
– Non interrompere l’altro mentre sta esprimendosi, dobbiamo rispettare i tempi
– Applica l’ascolto attivo: parlare uno alla volta e dare per assunto che sia il partner (e non voi) ad avere ragione.
Il conflitto non deve sfociare in una guerra aperta, in una relazione si vince solo se si vince insieme. Se uno dei due partner ha un problema, la coppia ha un problema. Non bisogna mirare a schiacciare l’altro dimostrando chi ha torto o chi ragione, bensì ad un obiettivo comune: la risoluzione del problema per entrambi.


