L'Assemblea di Confindustria
|La piattaforma manifatturiera avanza su innovazione e connessioni: ma chiede la svolta sull’automotive
Centrale il ruolo riconosciuto alle filiere, note o ancora da scoprire e valorizzare. Il presidente nazionale Orsini: “C’è la necessità di mettere al centro la neutralità tecnologica”
Un anno fa, in occasione della condivisione del titolo di Capitale Italiana della Cultura 2023, Bergamo e Brescia avevano fatto valere anche l’etichetta di Capitale della cultura d’impresa: da province votate al lavoro, ma soprattutto all’innovazione, avevano lasciato da parte un inutile campanilismo, dando vita alla prima assemblea congiunta tra le rispettive Confindustrie provinciali.
Da “piattaforma manifatturiera d’Europa”, avevano dimostrato consapevolezza, autorevolezza, voglia di mettere a fattor comune risorse ed esperienze per fare un ulteriore salto in avanti nel campo della competitività, per orientarsi in mercati sempre più insidiosi.
Un’esperienza che non è rimasta isolata, ma che anzi nel corso dei successivi 12 mesi ha trovato nuovo slancio, nuovi sbocchi, nuove prospettive: con questo spirito Confindustria Bergamo e Confindustria Brescia si sono ritrovate ancora a braccetto giovedì 7 novembre, al Logistic Park dell’Aeroporto di Orio al Serio, per confermare il percorso di valorizzazione della sinergia territoriale, da realizzare esaltando il ruolo primario del capitale umano, degli investimenti in innovazione e della forza delle connessioni tra i due territori.
Elementi già saldamente nel dna imprenditoriale bergamasco e bresciano, ma che ora vanno necessariamente spesi su tavoli europei, che si tratti di rapportarsi con istituzioni o con filiere industriali.
La voce forte e chiara del cuore industriale e manifatturiero dell’Italia e dell’Europa, capace di raggruppare 2.500 imprese e 150.000 dipendenti, ha lanciato a Roma e a Bruxelles un messaggio ben preciso: ci si aspetta di più, più in fretta e con più chiarezza da regolamenti e orientamenti strategici, che devono rappresentare la stella polare per le aziende nelle loro decisioni chiave.
È la voce di due territori che insieme pesano il 20,6% del Pil della Lombardia, il 25,4% dell’export regionale, il 30,7% del valore aggiunto manifatturiero e il 31,5% dell’occupazione manifatturiera. E l’export dei sette distretti che insistono sulle due province vale addirittura il 43% del totale dei 23 della Lombardia.
Una posizione di leadership che dà ancora più forza alla tirata d’orecchi della presidente di Confindustria Bergamo, Giovanna Ricuperati: “Insieme alle nostre responsabilità, come imprese, sulle strategie di investimento, dobbiamo dire che la politica industriale non ci aiuta granché. Dai tempi del programma ‘industria 4.0’, del 2016, l’incentivo agli investimenti in innovazione è praticamente evaporato. C’era enorme attesa per il ‘Piano Transizione 5.0’, ma qui oltre al danno abbiamo visto la beffa di una normativa complicata e nella sostanza inattuabile, che praticamente sta mandando a zero gli oltre 6 miliardi che pure sono destinati alla misura”.
E giù applausi, che nient’altro sono che la manifestazione fisica delle preoccupazioni che pervadono le aziende in un momento storico nel quale ad essere messe in discussione sono le filiere centrali della nostra economia.
Si è parlato di chimica, di acciaio, con qualche accenno all’energia.
Ma il vero punto focale è stato l’automotive, che se da un lato è sempre stato abituato ad oscillazioni di mercato dall’altro è oggi oggetto e destinatario di alcune tra le decisioni più contestate a livello comunitario.
“La sindrome da primi della classe che affligge Bruxelles ci sta affossando” ha sparato Antonio Gozzi, special advisor di Confindustria con delega all’Autonomia strategica europea, riferendosi all’iper-regolamentazione imposta. “Stiamo andando verso il disastro: nel deserto, come ha detto la premier Meloni alla nostra assemblea nazionale, non c’è nulla di verde”.
E anche il presidente di Confindustria nazionale, Emanuele Orsini, ha parlato di un automotive “pilastro della nostra industria”, che nei primi otto mesi dell’anno ha perso qualcosa come il 30%, nello stesso momento in cui gli investimenti sono in calo.
“La regolamentazione sulle emissioni rischia di diventare una speculazione finanziaria che mette in difficoltà gli imprenditori – ha continuato il numero uno degli industriali – Servono politiche che abbiano l’industria al centro. Noi ci stiamo a fare i compiti a casa, lo abbiamo sempre fatto, ma a patto che li facciano tutti: Cina e India sono responsabili di quasi il 50% delle emissioni globali. Non si può imporre una tecnologia, la strada deve essere quella della riduzione delle emissioni: a breve ci incontreremo con le confindustrie francese e tedesca e dovrebbe esserci anche la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Lì presenteremo le nostre istanze, a partire dalla necessità di mettere al centro la neutralità tecnologica”.
Anche dai territori, però, l’appello sulla filiera dell’auto è stato forte e chiaro.
“Servirebbe lasciare alle imprese un campo largo dove innovare, ingegnarsi e sperimentare per trovare le migliori soluzioni sostenibili alle loro produzioni. Qualunque tecnologia purché risponda ai limiti: questo il significato di neutralità tecnologica, nella quale è coinvolta in prima persona la filiera automotive – è stato l’appunto di Franco Gussalli Beretta, presidente di Confindustria Brescia – La Commissione Europea deve varare con urgenza un Piano d’Azione per l’Automotive che ne sostenga l’evoluzione con risorse adeguate, perché la crisi del settore si riverbera su una filiera molto lunga, che tocca l’acciaio sicuramente ma anche tutto il mondo delle macchine utensili”.





