Tenaris sale in Borsa (+4,18%) dopo che Israele non ha attaccato i pozzi di petrolio in Iran
Medaglia d’argento per Tenaris (+4,18%), che reagisce positivamente dopo che l’attacco di Israele non ha toccato i pozzi petroliferi Iraniani e soprattutto dopo le dichiarazioni che questi non saranno oggetto di distruzione
Si chiude una settimana importante sotto il profilo macro economico, che ha visto il PIL dell’Europa del 3Q24 crescere dello 0.4% (le stime indicavano +0.2%) rispetto al +0.2% del 2Q24 che consente una crescita del tendenziale annuo del +0.9% (le stime indicavano +0.8%) rispetto al +0.6% del 2Q24. In crescita è tuttavia risultata anche l’inflazione, che in ragione d’anno è risalita in ottobre al 2% (+1.7% in settembre), mantenendosi comunque in linea con il target della BCE.
Dall’altra sponda dell’Atlantico, abbiamo visto il PIL degli Stati Uniti crescere del 2.8% nel 3Q24 (dal +3% del 2Q24) e un tasso di disoccupazione che si è mantenuto stabile al 4.1% in ottobre. In forte discesa i nonfarm payrolls di ottobre (+12k contro 106k stimati e 267k di settembre), confermando come l’economia continui a crescere ad un ritmo superiore a quello potenziale (tra il 2% e il 2,5%).
Sia i dati dell’Europa che degli Stati Uniti non crediamo possano far cambiare idea alle rispettive banche centrali sui programmi di ulteriori riduzioni dei tassi di interesse. Anche perché i tagli dei tassi delle banche centrali richiedono del tempo per farsi strada nell’economia più ampia e potrebbero rivelarsi una spinta meno potente per l’economia di quanto molti si aspettino.
Gli investitori si sono quindi domandati che cosa possa accadere ora ai mercati azionari, soprattutto dopo la continua e forte crescita registrata negli ultimi 24 mesi e alla luce del recente aumento dei rendimenti dei bond soprattutto nelle scadenze comprese tra 5 e 10 anni. Nell’incertezza i venditori hanno superato i compratori nel corso della settimana, facendo scendere gli indici principali con in testa quelli delle PMI: il FTSE MIB ha perso lo 0,3%, il FTSE ITALIA STAR l’1,5% e il FTSE ITALIA GROWTH l’1,6%.
A livello di titoli notiamo come nella settimana ai primi tre posti ci siano due banche. La ragione riteniamo sia la ripresa del risiko bancario, questa volta internazionale, innescato dall’operazione Unicredit – Commerzbank. Al primo posto troviamo non a caso Unicredit (+4.60%).
Medaglia d’argento per Tenaris (+4,18%), che reagisce positivamente dopo che l’attacco di Israele non ha toccato i pozzi petroliferi Iraniani e soprattutto dopo le dichiarazioni che questi non saranno oggetto di distruzione.
Terzo miglior titolo della settimana Banco BPM, dopo che l’agenzia S&P Global ha migliorato livello il livello del long-term issuer credit rating da “BBB-” a “BBB” e il rating di breve è stato migliorato da “A-3” ad “A-2” con un outlook è stabile.

Peggior titolo della settimana con una performance negativa del -19,59%, Campari. Agli investitori non sono piaciuti i conti dei primi nove mesi che hanno visto un aumento dei ricavi del 3.4% a 2.28 miliardi di euro, ma una flessione del margine operativo lordo rettificato, sceso dell’1.8% a 590.7 milioni di euro e una conseguente flessione della marginalità, che è passata al 25.9% (dal 27,3%). In flessione del 4.6% anche l’utile ante imposte rettificato a 452,1 milioni di euro.
Secondo peggior titolo Moncler, che lascia sul campo il 5,97%, dopo che la società ha fornito alcune indicazioni sull’andamento dei primi nove mesi dell’anno, che vedrebbero una flessione del 3% dei ricavi (tassi di cambi fissi) a 635,5 milioni di euro, con i marchi Moncler e Stone Island hanno registrato rispettivamente 532 milioni e 103,6 milioni di euro di ricavi.
Terzo peggior titolo Amplifon (-5,66%), nonostante i risultati positivi dei primi nove mesi del 2024 siano in crescita YoY, ma tuttavia leggermente inferiori alle stime degli analisti: i ricavi netti sono cresciuti del 6,1% a 1,74 miliardi di euro (+8% a cambi costanti). In aumento anche il margine operativo lordo (escluse le componenti non ricorrenti) cresciuto del 6,9% a 412,23 milioni di euro e di conseguenza è risultata in miglioramento anche la marginalità, risultando pari al 23,6%.
Nelle ultime settimane i mercati finanziari hanno assistito a due grandi oscillazioni: hanno scontato i drastici tagli dei tassi della Fed e hanno visto un balzo dei rendimenti del Regno Unito. Da allora, queste mosse hanno gradualmente iniziato a sgonfiarsi, soprattutto nei rendimenti a breve termine. Vediamo comunque spazio per un ulteriore calo dei rendimenti dei titoli di Stato del Regno Unito rispetto ad altri importanti rendimenti dei titoli di Stato. E questo perché a nostro avviso una prospettiva di crescita più bassa nel Regno Unito apre la strada alla Banca d’Inghilterra per tagliare più della Fed.
Dopo un calo iniziale, i rendimenti dei titoli di Stato del Regno Unito sono aumentati di nuovo insieme ai rendimenti globali la scorsa settimana riflettendo i nervosismi, che riteniamo esagerati, dell’annuncio del bilancio. Allo stesso tempo, i mercati statunitensi hanno ritirato i timori di recessione che consideravamo esagerati, poiché solidi dati economici hanno placato le preoccupazioni sulla crescita. I mercati hanno ridimensionato i tagli dei tassi che avevano scontato durante la svendita azionaria di agosto, facendo salire bruscamente i rendimenti dei titoli di Stato a breve termine. I mercati sono ora più vicini alla nostra visione, ma hanno più spazio per correre.
Difficile dire se l’inflazione impedirà alla Fed di tagliare quanto i mercati si aspettano. Sicuramene Powell taglierà i tassi, ma i mercati potrebbero sopravvalutare l’ammontare complessivo dei tagli. L’inflazione dei servizi si è infatti dimostrata appiccicosa, con una crescita salariale così elevata che è improbabile che l’inflazione di fondo si raffreddi fino all’obiettivo del 2% della Fed a breve. Inoltre, i deficit di bilancio degli Stati Uniti sembrano destinati a rimanere ampi indipendentemente da chi vincerà le elezioni presidenziali, con nessuno dei due candidati che dà priorità ad una riduzione.
A lungo termine, vediamo mega forze (cambiamenti strutturali che influenzano i rendimenti ora e in futuro) che mantengono l’inflazione persistente e vischiosa. Un’inflazione più elevata è il motivo per cui ci aspettavamo che gli investitori chiedessero un premio a termine significativamente più elevato o un compenso aggiuntivo per il rischio di detenere obbligazioni a più lunga scadenza. Stiamo vedendo i primi segnali di ciò: il premio a termine sui rendimenti dei titoli del Tesoro USA a 10 anni ora si attesta intorno ai 20 punti base, dopo essere balzato di circa 45 punti base solo nell’ultimo mese.
Nel lungo periodo, non escludiamo che il premio a termine possa aumentare ulteriormente. Nel breve termine, i cambiamenti narrativi possono causare attacchi di volatilità e brusche oscillazioni dei rendimenti in entrambe le direzioni, come visto di recente. Motivo questo che ci porta a preferire titoli di Stato internazionali a lunga scadenza rispetto ai Treasury USA a lunga scadenza, dove preferiamo rimanere neutrali.
Negli Stati Uniti, preferiamo scadenze intermedie che offrono un reddito interessante con un rischio di tasso di interesse inferiore. Preferiamo, come argomentavamo, i titoli di Stato britannici. I mercati stanno scontando la possibilità di una ripetizione del disastro del mini-bilancio del 2022, un risultato che tuttavia consideriamo improbabile.
La nostra preferenza per il reddito fisso europeo rispetto a quello statunitense si estende anche al credito. Gli spread high yield statunitensi sono elevati rispetto all’area euro, soprattutto considerando un profilo di rating più debole negli Stati Uniti. Adeguando alla qualità dei rating, l’high yield europeo è circa 60 punti base più economico dell’high yield statunitense. Pensiamo che l’high yield e il credito investment grade dell’area euro meglio compensino gli investitori per il rischio rispetto alle loro controparti statunitensi. Gli spread di credito statunitensi ristretti sono in gran parte dovuti alla forte domanda degli investitori per nuove emissioni che supera l’offerta, ai bilanci aziendali resilienti ed ai solidi dati macroeconomici che smorzano i persistenti timori di recessione.
Le azioni statunitensi hanno oscillato vicino ai massimi storici la scorsa settimana. L’impennata delle azioni Tesla dopo i suoi utili aziendali del terzo trimestre ha preparato il terreno per gli utili delle società tecnologiche a mega capitalizzazione. Le azioni tecnologiche sono rimbalzate mentre le small cap sono scivolate di quasi il 2% in vista delle elezioni statunitensi.
Antonio TognoliHo iniziato a lavorare come analista finanziario nel 1983, occupandomi di economia e politica economica e nel frattempo mi sono laureato in scienze bancarie, finanziarie e assicurative. Oggi mi occupo di analisi macroeconomica all’interno di Corporate Family Office – CFO SIM. Giornalista pubblicista, docente ai corsi post laurea de “24Ore Business School” e dell’Associazione Italiana per l’Analisi Finanziaria – AIAF e co-autore del libro Analisi Finanziaria e Valutazione Aziendale, a cura di Franco Pedriali.


