Deep ha infierito su Sara: almeno 30 forbiciate. La mano ferita in tasca, per nasconderla ai carabinieri
Emergono nuovi dettagli, ma resta misterioso il movente. Il pm ipotizza l’aggravante della crudeltà. Il padre della vittima: “Perché?”
Costa Volpino. In criminologia lo chiamano “overkilling”. Un’azione violenta, impulsiva, carica di rabbia. Si verifica quando l’aggressore infierisce sulla vittima con un numero eccessivo di colpi, come per annientarla. Di solito, la tipologia di relazione tra la vittima e l’assassino è considerata un elemento di fondamentale importanza per spiegare l’azione violenta. In questo caso, invece, non è affatto chiaro il legame tra la 18enne Sara Centelleghe il 19enne Jashandeep Badhan, reo confesso dell’omicidio. Forse, un legame, nemmeno c’è. Emerge però che il giovane, di origine indiana, avrebbe colpito Sara a pugni in testa e al volto, prima di ucciderla con un paio di forbici prelevate da un cassetto in cucina. I colpi inferti non sarebbero una decina – come inizialmente ipotizzato -, ma una trentina. Tanti, troppi. Tant’è che il pubblico ministero Giampiero Golluccio ipotizza l’aggravante della crudeltà (dettagli più precisi li fornirà l’autopsia).
La domanda, a questo punto, è una: perché? “Perché? Sara è morta per cosa? Mia figlia per cosa è morta?”, ripete il padre Vittorio ai microfoni dei giornalisti. Il movente resta il vero mistero del delitto che si è consumato nella notte tra venerdì 25 e sabato 26 ottobre a Costa Volpino, nell’appartamento al terzo piano del civico 124 in via Nazionale. Qualche indizio potrebbe fornirlo la personalità dell’assassino, Jashandeep. Descritto dai vicini di casa come un “bravo ragazzo”, “tranquillo”, quella sera ha dichiarato di avere consumato alcol, ma secondo alcune testimonianze raccolte dai carabinieri avrebbe assunto anche cocaina. I militari, tra le altre cose, stanno anche cercando di approfondire la condizione a livello psichico del ragazzo.
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La ricostruzione
Sono le 23,30 di venerdì. Badhan, che abita con i genitori e i fratelli in una palazzina vicina a quella della vittima, scambia qualche messaggio con l’amica che quella sera era in compagnia di Sara. I due si conoscono da qualche mese, ma non risulta alcuna frequentazione, alcun legame di tipo emotivo. L’amica lascia temporaneamente l’appartamento della vittima, scende per recarsi a un distributore lì vicino per acquistare delle bibite. Così, almeno, racconta ai carabinieri.
Badhan è nei paraggi, ma i due non si incontrano. Lui passa dai box che mettono in comunicazione la sua palazzina e quella di Sara Centelleghe. Sale le scale che portano al terzo piano in ciabatte, apre la porta e lì, nella camera da letto, trova Sara: “Chi sei?”, avrebbe domandato la giovane. Poi l’orrore, i pugni e le forbiciate. L’assassino lascia delle impronte di sangue durante la fuga, perde le ciabatte e torna a casa a piedi nudi.
A lui i carabinieri arrivano la mattina seguente, proprio tramite i messaggi scambiati con l’amica di Sara. Bussano alla porta di Jashandeep alle 8.45, mentre dorme. Il ragazzo si alza, indossa dei vestiti da lavoro e alla vista dei militari nasconde la mano destra nella tasca. È una mano ferita, a causa dei violenti colpi inferti a Sara. Nascono i primi sospetti, che nel corso della giornata si trasformano in certezze: è Badhan l’assassino. Quando viene convocato in caserma, ha ancora delle tracce di sangue sotto i piedi. Confesserà, tra qualche lacrima, ma senza dire una parola sul perché.












