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In attesa di Trump: l’Europa vira a destra?

Se l’imprenditore dovesse vincere le elezioni americane e tornare alla Casa Bianca l’Unione Europea divisa dovrà trovare dal 4 novembre una nuova linea comune

Era inevitabile. Se l’elettorato sceglie un voto destrorso e populista, l’Unione Europea scivola verso posizioni in forte discontinuità rispetto al mandato precedente della von der Leyen. I temi sono i migranti, il Green Deal , l’Ucraina, le politiche di bilancio, la politica estera in Medio Oriente.

I protagonisti sono Orban (Ungheria), Fico (Slovacchia), Wilders (Olanda), Babjs (Ceka), Jamnsa (Slovenia), ma anche Le Pen (Francia), l’AfD tedesca, la spagnola Vox. La lega di Salvini è chiaramente schierata.

Al di là della maggioranza “Ursula” in Parlamento, già il 23 ottobre i gruppi europeisti (Parte di popolari, socialisti, liberali e verdi) hanno deciso di votare contro la risoluzione sul bilancio con 360 voti contrari e 233 favorevoli, cosa mai vista in passato. Perché? Perché il Partito popolare europeo ha votato con l’estrema destra alcuni emendamenti per finanziare la costruzione di muri alle frontiere europee contro i migranti. I partiti europeisti erano chiaramente contrari.

Del resto, la nostra Presidente del Consiglio aveva convocato una riunione per coordinare la posizione sui migranti con i leader europei che promuovono le politiche più dure contro migrazioni e richieste di asilo, tra i quali il greco Mitsotakis che sembra abbia dichiarato: “Chi raccoglierà le nostre olive?”, frase che riassume l’incapacità di dare risposte a sostegno di una migrazione guidata e importante per il freddo inverno demografico che ci aspetta.

Dopo l’ondata di idee della Commissione in scadenza sul tema ambientale, è evidente la retromarcia in corso. Si dice che fossero scelte ideologiche. È più verosimile che fossero alcune scelte tecniche (le macchine elettriche e non la neutralità tecnologica, per esempio, per le emissioni di CO2) sbagliate, ma l’obiettivo, santiddio, giustissimo e scientificamente provato. Chi non crede al cambiamento climatico e ai danni che potrà provocare si iscriva pure a qualche circolo di terrapiattisti che infatti votano proprio i populisti che sostengono le loro tesi pericolosamente ridicole. È lì che si nasconde l’ideologia non nel green deal. Nella trappola mediatica è caduta anche la rappresentanza delle imprese, che confonde obiettivo e mezzi, almeno per quello che emerge dalla stampa, facendo la figura di essere corporativi, ma questo alla destra, abbiamo visto, piace. Così come piace l’atteggiamento para-autarchico dei dazi su tutto, non capendo nulla di commercio internazionale e dei danni per la nostra economia che si regge sull’esportazione. Di nuovo corporativismo che ci ricorda tanto altre parole d’ordine di un periodo tragico della nostra storia.

E l’Ucraina? Leggendo in questi giorni il bel libro di Francesca Melandri, Piedi Freddi, ho avuto la sensazione che le emozioni create dall’aggressione russa e l’incredibile serie di violenze inaccettabili compiute da Putin, siano svanite un po’ persino tra i più forti difensori della causa ucraina, mentre il dittatore russo è nei cuori dei signori citati prima. Nel Medio Oriente in compenso le posizioni sono confuse tra un non celato antisemitismo e un tradizionale antagonismo alle cause palestinesi, territorio caro alle sinistre.

Insomma, il mainstream del pensiero europeo si è spostato in modo evidente, attendendo il risultato delle elezioni americane. E quasi tutte le personalità politiche citate sono speranzose: un ritorno di Trump cambierebbe le relazioni di commercio internazionale (dazi su tutto), la politica di difesa (venir meno della garanzia di sicurezza degli USA) fino alla sconfitta dell’Ucraina e alle nuove relazioni con Putin. Rinforzerebbe l’ideologia antimmigrazione dura e, perché no, il credo terrapiattista…

L’Europa così divisa dovrà trovare dal 4 novembre all’insediamento del nuovo presidente americano, se fosse Trump, una linea comune. Confermare ad esempio che la difesa di Kyiv è difendere l’Europa tutta, non solo Romania, Polonia, i paesi Baltici, la Bulgaria e la Moldavia. Mentre cerchiamo razionalmente di risolvere i problemi in modo antiideologico dobbiamo prepararci al peggio, sperando di non diventare noi, europeisti della prima ora, gli antieuropei del nuovo corso politico.

Andrea Moltrasio

* Andrea Moltrasio, Industriale, già presidente di Confindustria Bergamo e del Consiglio di Sorveglianza di Ubi Banca