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Elezioni americane: che cosa cambia per l’Europa

Il risultato delle elezioni presidenziali americane potrà quindi vedere l’affermarsi di una visione del mondo conservatrice o progressista, ma sappiamo già che il cammino di fondo in politica estera
non devierà più di tanto dal sentiero già tracciato

Il 5 novembre si terranno le elezioni presidenziali degli Stati Uniti, la più importante democrazia del pianeta. Con i suoi 350 milioni di abitanti, corrispondenti ad appena il 4% della popolazione mondiale, l’America esercita da circa un secolo un’influenza dominante sul resto del mondo, rappresentando nel bene o nel male un punto di riferimento culturale, politico e militare.

Queste elezioni sono molto attese poiché trovano collocazione in un momento storico particolare: uno snodo nel quale il ruolo, l’identità e l’egemonia degli Stati Uniti vengono messi in discussione da un fronte sempre più largo di potenze emergenti, per lo più autocratiche, che ambiscono a modificare il sistema di governance internazionale a guida statunitense formatosi nel secolo scorso.

Sebbene separati da un oceano, la questione interessa parecchio anche noi europei, trattandosi del nostro principale alleato economico, politico e militare, nonché della potenza cui abbiamo appaltato la nostra difesa e sicurezza dal dopoguerra. Si levano con sempre maggiore frequenza le tesi di un declino americano, seguendo le orme dei grandi imperi del passato: la storia non si ripete mai per identità perfette, ma è difficile non vedere alcuni paralleli con la fase discendente dell’impero romano e di quello britannico, caratterizzate da una graduale perdita della volontà di tutelare i propri interessi (anche militarmente), da una gestione non rigorosa delle finanze pubbliche e dell’indebitamento, dalla corruzione delle élite e dalle crescenti difficoltà nel gestire il fenomeno migratorio.

A fronte di questi motivi di preoccupazione, vi sono tuttavia altrettanti segnali che ci ricordano quanto gli Stati Uniti siano ancora una superpotenza vitale, giovane e attrattiva.

Poniamoci una domanda: quanti giovani americani sentono il bisogno di emigrare in altri paesi per perseguire i loro sogni, una carriera ambiziosa, o semplicemente una vita libera?
Ed ora poniamoci la domanda contraria: quanti giovani stranieri vedono ancora negli Stati Uniti la terra dove inseguire le proprie ambizioni, i propri sogni e la libertà? La risposta a queste domande ed i costanti flussi migratori verso gli Stati Uniti sono un termometro di quanto il paese sia ancora saldamente un punto di riferimento globale.

Autonomia energetica, posizionamento geografico, dinamismo dell’economia finanziaria e reale, nonché la spesa militare più consistente al mondo ci suggeriscono come il declino degli Stati Uniti sia probabilmente lontano. Nonostante sia stato a più riprese sostenuto che il ventunesimo secolo sarebbe diventato il “secolo asiatico”, gli Stati Uniti restano il miglior luogo al mondo dove possono coesistere opportunità economiche, grazie ad una profonda fiducia nel mondo dell’impresa e nel mercato, insieme a libertà individuali e diritti.

L’appuntamento elettorale di novembre rimane comunque un momento cruciale. Ma cosa può cambiare per noi europei?

Il Presidente degli Stati Uniti ha un ruolo molto meno decisivo di quanto si creda in politica interna, per la presenza particolarmente robusta dei cosiddetti “checks and balances” (pesi e contrappesi istituzionali) che limita fortemente l’incisività del potere esecutivo, prevedendo un ruolo importante per il potere legislativo e per quello giudiziario. Detiene invece ampi poteri per quanto riguarda la politica estera.

Sebbene in politica estera la Casa Bianca abbia quindi ampio spazio di manovra, è facile constatare come il sentiero da percorrere sia stato già in parte tracciato, ben prima che Trump e Harris cominciassero il duello elettorale. Il momento chiave dell’epoca recente risale alla presidenza di Barack Obama e si può riassumere con tre parole pronunciate dall’ex Presidente: “pivot to Asia”.

Con queste parole d’ordine gli Stati Uniti hanno cambiato direzione, allontanandosi idealmente dallo scenario europeo (non più centrale dalla fine della guerra fredda) e dal Medio Oriente (meno importante per la conquistata autonomia energetica americana grazie alle nuove tecnologie estrattive del fracking) e concentrano il loro focus sull’Asia, ovvero sulle questioni che ruotano intorno all’emergere della potenza cinese.

L’amministrazione americana, senza distinzione tra democratici e repubblicani, percepisce la Cina come la maggiore minaccia alla propria sicurezza nazionale. La politica estera degli Stati Uniti ed il rapporto con gli alleati verranno quindi plasmati nei prossimi anni da questo assunto di base, indipendentemente da chi siederà alla Casa Bianca. Potranno cambiare le sfumature, ma la direzione di marcia resterà la stessa, sia che l’America si tinga di rosso repubblicano, sia che venga colorata di blu democratico.

Un ragionamento analogo vale per la sfera dei rapporti commerciali: la cooperazione economica transatlantica è stata messa a dura prova tanto dai democratici quanto dai repubblicani in tempi recenti. La tendenza al protezionismo è stata il tratto dominante sia dei provvedimenti che hanno istituito i dazi sull’acciaio e l’alluminio durante la presidenza Trump, sia dei provvedimenti che costituiscono l’Inflation Reduction Act, il piano di stimolo approvato da Biden per favorire gli investimenti nazionali Made in USA, potente attrattore di progetti e risorse che hanno trovato casa in territorio nordamericano e non in Europa, generando un’accesa competizione per l’attrazione degli investimenti.

I pilastri fondamentali della politica estera statunitense sembrano quindi essersi delineati a prescindere da chi sarà l’inquilino della Casa Bianca: come europei abbiamo già alcuni elementi per definire una visione di lungo termine.

Come primo punto, possiamo ipotizzare che gli Stati Uniti allocheranno in misura crescente risorse militari a presidio dell’Indo-Pacifico, chiedendo agli alleati di sostenere sforzi maggiori in altre aree del mondo. Per l’Europa vuol dire che dovremo provvedere in misura crescente alla nostra sicurezza, raggiungendo e probabilmente oltrepassando il target NATO del 2% del PIL da investire in spese per la difesa. Maggiore spesa e maggiore integrazione del sistema militare europeo sembrano una direzione non solo consigliabile, ma probabilmente inevitabile.

In secondo luogo, risulta centrale la necessità di negoziare a livello Europeo accordi di libero scambio con gli Stati Uniti. L’obiettivo principale deve essere quello di evitare un’escalation protezionista con Washington che non ci possiamo permettere, soprattutto in un mondo nel quale il traino economico dei paesi emergenti è messo in discussione dalle tensioni geopolitiche in atto.

Un’area di libero scambio tra economie democratiche sarebbe decisamente auspicabile in un momento in cui regimi autocratici costruiscono intese ed alleanze.
Come terzo elemento di riflessione è opportuno ragionare sull’unione europea dei mercati dei capitali. Come ricordato da Mario Draghi nel rapporto sulla competitività in Europa, circa un terzo degli “unicorni” europei (aziende che raggiungono una valutazione pari ad un miliardo di euro) si trasferiscono negli Stati Uniti in cerca di finanziamenti, poiché non li trovano nel vecchio continente. Non abbiamo ancora l’infrastruttura finanziaria necessaria. Non solo: negli ultimi 50 anni nessuna nuova azienda in Europa è riuscita a raggiungere una capitalizzazione pari a 100 miliardi di euro. Negli Stati Uniti ed in Cina ve ne sono state diverse: questo è un altro indicatore della maggiore vitalità economica che si respira oltreoceano e della necessità di aumentare la nostra competitività anche nei mercati dei capitali, per attrarre e trattenere aziende e tecnologie del futuro.

Il risultato delle elezioni presidenziali americane potrà quindi vedere l’affermarsi di una visione del mondo conservatrice o progressista, ma sappiamo già che il cammino di fondo in politica estera non devierà più di tanto dal sentiero già tracciato: è quindi opportuno attrezzarci per il mondo che va delineandosi, tenendo bene a mente la profonda connessione che ci lega agli Stati Uniti.

Un legame non solo economico, ma costruito sulla base di una solida comunanza di valori quali democrazia, diritti umani e libertà.

Alessandro Somaschini

Alessandro Somaschini*, bergamasco, classe 1984, è Vice Presidente Nazionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Membro del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo presso il Ministero degli Affari Esteri (MAECI) e Membro del Gruppo Tecnico Internazionalizzazione di Confindustria.

È inoltre Membro della Task Force Trade & Investment del B20 – Brasile 2024, engagement group ufficiale della comunità imprenditoriale presso il G20, Membro del Comitato Esecutivo di YES for Europe e Presidente della delegazione italiana della G20 Young Entrepreneurs Alliance, oltre ad essere Consigliere di Amministrazione di diverse aziende bergamasche.
In passato è stato Membro di Task Force all’interno del B20 nelle edizioni organizzate in Italia (2021), Indonesia (2022) e India (2023), ed in precedenza ha ricoperto le cariche di Membro del
Comitato Esecutivo dell’Associazione Italiana dei Costruttori di Organi di Trasmissione (ASSIOT) e di Vice Presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Bergamo.
È stato Consigliere di Amministrazione di Somaschini Automotive ed Executive Vice President di Somaschini North America, lavorando negli Stati Uniti nel settore della componentistica meccanica.
Ha cominciato la sua carriera a Roma nel settore Aerospazio e Difesa all’interno del Gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo), dopo essersi laureato con lode in International Management presso l’Università Bocconi di Milano.