Terzo taglio dei tassi della Bce: i principali indici mondiali chiudono in positivo
L’inflazione tendenziale annua si è fermata all’1,7%, sotto l’obiettivo del 2%, lasciando presagire un ulteriore taglio di 25 bps nel meeting del 12 dicembre prossimo
Si chiude una settimana che ha visto il terzo taglio dei tassi di 25 bps della BCE, dopo che a settembre l’Europa è entrata in deflazione (i prezzi sono scesi) e l’inflazione tendenziale annua si è fermata all’1,7%, quindi sotto l’obiettivo del 2%, lasciando presagire un ulteriore taglio di 25 bps nel meeting del 12 dicembre prossimo.

Settimana che ha visto i principali indici mondiali chiudere ancora in positivo (è la sesta settimana di fila per il mercato americano) e in cui una manciata di banche statunitensi ha dato il via alla stagione degli utili con una nota positiva: i risultati hanno battuto le stime degli analisti. Gli investitori continuano tuttavia ad ignorare alcuni dati sull’inflazione, soprattutto di fondo, che rimane più forte del previsto.
Per raggiungere un’economia Goldilocks e quindi smorzare il picco recessivo tipico di ogni ciclo economico, la Fed dovrebbe bilanciare perfettamente entrambi i lati del suo duplice mandato: massima occupazione e stabilità dei prezzi (mica facile). Per farlo, si trova di fronte al dilemma di quando tagliare i tassi e con quale rapidità. Come ha osservato Powell, se la Fed taglia troppo presto o troppo, rischia di riaccendere l’inflazione. Dall’altra parte, tagliare troppo poco o troppo tardi rischia di spingere l’economia in recessione.
A livello di titoli, il primo posto spetta ad Iveco Group (+8,73%), che rimbalza dopo la flessione subìta nei mesi scorsi e ancora sui rumors dell’interesse da parte di Leonardo riguardo Iveco Defence Vehicles, la divisione del Gruppo Iveco specializzata nei mezzi militari. L’obiettivo da parte del Gruppo Leonardo è quello di integrare la controllata di Iveco con Oto Melara, con cui ha una storica collaborazione, andando a rafforzare Leonardo nel settore dei veicoli per la difesa, sia corazzati che da trasporto, anche nella prospettiva di una partecipazione del gruppo italiano al progetto del carro europeo.
Seconda posizione per Leonardo (+8,63%). Oltre che per i rumors di cui sopra, la società ha comunicato la nascita della joint venture con Rheinmetall con l’obiettivo di formare un nuovo nucleo europeo per lo sviluppo e la produzione di veicoli militari da combattimento in Europa. Le due aziende saranno azionisti paritari della nuova società Leonardo Rheinmetall Military Vehicles. Il 60% delle attività verranno sviluppate in Italia. Entro il 1° trimestre 2025 gli accordi saranno perfezionati e le società verranno costituite.

Terza posizione per A2A (+7,89%) che, oltre ai risultati solidi, beneficia dell’accordo per la realizzazione di 10 nuovi impianti fotovoltaici presso gli impianti di Gruppo CAP, con un investimento pari a 10,9 milioni di euro per le attività di progettazione, finanziamento e realizzazione degli impianti di produzione di energia rinnovabile. La produzione di energia fotovoltaica sarà di oltre 7 GWh annui di cui il 14% verrà utilizzato da Gruppo CAP in ottica di autosostentamento energetico. Il restante 86% dell’energia prodotta, invece, verrà ceduto in rete e condiviso sia con utenze CAP sia con quelle dei Comuni soci attraverso lo strumento dell’autoconsumo a distanza e delle Comunità Energetiche.
I tre titoli negativi sono tutti legati al petrolio. Saipem lascia sul campo il 2,01% dopo la comunicazione della Consob secondo la quale The Goldman Sachs Group ha ridotto la partecipazione aggregata nel capitale della società, portandola dal 5,377% allo 0,05%.
Tenaris (-1,84%), ancora sulle attese della società che, per voce del suo amministratore delegato, ha dichiarato in occasione della presentazione a Londra lo scorso settembre, che dopo due anni da record, nel primo semestre di quest’anno si è visto un rallentamento di vendite ed Ebitda. Paolo Rocca ritiene tuttavia che il secondo semestre sarà la base per i periodi successivi: le aspettative indicano vendite del 15% più basse rispetto ai sei mesi precedenti e volumi circa del 10% più bassi rispetto al primo semestre. Secondo l’AD, la guidance per i margini è del 20-25% e ritiene che il gruppo si attesterà alla metà di questo range e sarà in grado di restarci. In altre parole, il secondo semestre sarà il floor per i trimestri successivi e per il 2025 il gruppo vede upside potenziali.
Eni lascia sul campo l’1,42% riteniamo quasi interamente dovuto al calo del prezzo del petrolio, nonostante secondo l’AD Descalzi, il calo del prezzo del petrolio impatta meno di quanto accadeva qualche anno fa sui conti del gruppo, grazie alla diversificazione sia industriale che tecnologica connessa agli investimenti degli ultimi anni.
L’inflazione è aumentata e diminuita in modo simile in molti paesi durante la pandemia di COVID-19. Questo co-movimento globale dell’inflazione non è né nuovo né specifico della pandemia. Diversi ricercatori hanno infatti notato come i tassi di inflazione in tutto il mondo stiano gradualmente convergendo tra loro. Tra i diversi fattori, spicca quello che collega l’inflazione all’integrazione a livello nazionale nelle catene del valore globali.
Da un’analisi condotta dalla Fed di San Francisco, risulta evidente come dal 2018 i tassi di inflazione dei principali paesi occidentali industrializzati, si siano generalmente mossi insieme, aumentando sostanzialmente a partire dall’inizio del 2021 e diminuendo rapidamente da metà a fine 2022. La relazione che lega l’inflazione dei principali paesi occidentali e quella degli Stati Uniti è molto stretta. Cerchiamo di meglio capire questa relazione.
Uno dei fattori che più di altri determina la crescita dei prezzi in tutti i paesi, è il tasso di disoccupazione, che di solito svolge un ruolo importante nel pensare a come i fattori della domanda influenzano l’inflazione. Esiste una relazione inversa che lega il tasso di inflazione e quello di disoccupazione: la curva di Phillips.
La versione della curva di Phillips che è stata presa in esame considera tre drivers: una misura di slack economico che tiene conto delle forze dal lato della domanda, dell’inflazione ritardata e dell’inflazione futura attesa. Gli ultimi due tengono conto dello slancio intrinseco dell’inflazione.
Secondo la curva di Phillips, minore è la flessibilità del mercato del lavoro, più sono tese le risorse dell’economia e maggiore è la pressione sui prezzi. Detto questo, l’inflazione tende a rispondere gradualmente alle fluttuazioni dell’attività economica che influenzano la flessibilità complessiva. Come un grande transatlantico che cerca di cambiare direzione, l’inflazione porta con sé una spinta considerevole che dipende in parte dall’inflazione passata. Inoltre, se le persone credono che la banca centrale stia conducendo una politica monetaria appropriata per mantenere l’inflazione al suo obiettivo, saranno meno preoccupate per le piccole deviazioni, mentre invece faranno più affidamento sul livello di inflazione target quando considereranno le loro aspettative per l’inflazione futura.
L’analisi offre diversi spunti interessanti. In primo luogo, i movimenti dell’inflazione statunitense sono ampiamente spiegati dai driver della curva di Phillips nazionale. E questo è già un risultato importante. In secondo luogo, il contributo del fattore di inflazione internazionale non sembra particolarmente significativo fino a dopo il periodo di pandemia dal 2020 in poi. Tra il primo trimestre del 2021 e il quarto trimestre del 2022, il fattore di inflazione internazionale ha aggiunto circa 2 punti percentuali all’aumento dell’inflazione statunitense. I fattori internazionali durante quel periodo hanno quindi avuto una grande influenza. Dopo il 2022, il fattore di inflazione internazionale ha contribuito per circa 1,6 punti percentuali al calo dell’inflazione statunitense.
Non sono ovviamente da sottovalutare le interruzioni delle catene di approvvigionamento, che hanno spiegato una quota significativa dell’andamento dell’inflazione statunitense durante la pandemia, in particolare tra il 2020 e il 2022. E’ anche vero che la natura speciale della pandemia si riflette nella considerevole quota di inflazione che non può essere spiegata da nessuno dei driver inclusi nell’analisi. Il contributo della componente inspiegata sembra particolarmente rilevante durante le prime fasi della pandemia, il che suggerisce che il modello convenzionale della curva di Phillips non tiene pienamente conto delle dinamiche dell’inflazione durante questo periodo.
I risultati dell’analisi indicano quindi che i fattori di inflazione internazionale hanno contribuito in modo importante alle dinamiche dell’inflazione statunitense dal 2021. Per cercare di capire dove l’inflazione internazionale colpisce maggiormente, e quindi meglio indirizzare la politica monetaria e quella fiscale, è utile analizzare anche quali settori economici sono maggiormente esposti a questi fattori internazionali.
L’influenza del fattore di inflazione internazionale è più forte sull’inflazione dei beni di consumo, che ha contribuito per 4 punti percentuali circa all’aumento dei loro prezzi durante la pandemia e per circa 3 punti percentuali al loro calo dal 2023. Diversamente, il fattore internazionale ha contribuito per circa 1,5 punti percentuali all’inflazione degli alloggi.
Uno degli importanti canali di trasmissione ai prezzi dei beni di consumo può essere associato al commercio internazionale. Questo suggerisce che il canale della domanda probabilmente spieghi la trasmissione dell’inflazione tra i paesi. Mentre i servizi tendono ad essere più isolati rispetto ai beni dall’influenza internazionale, possono anche essere influenzati attraverso canali diversi, come i costi di input o la domanda diretta da parte dei viaggiatori internazionali, ad esempio.
Crediamo che alla luce dei risultati dell’analisi possano essere meglio compresi gli interventi di politica monetaria della Fed e di politica fiscale del governo.
Antonio TognoliHo iniziato a lavorare come analista finanziario nel 1983, occupandomi di economia e politica economica e nel frattempo mi sono laureato in scienze bancarie, finanziarie e assicurative. Oggi mi occupo di analisi macroeconomica all’interno di Corporate Family Office – CFO SIM. Giornalista pubblicista, docente ai corsi post laurea de “24Ore Business School” e dell’Associazione Italiana per l’Analisi Finanziaria – AIAF e co-autore del libro Analisi Finanziaria e Valutazione Aziendale, a cura di Franco Pedriali.


