Nei campi della Bassa 1.200 indiani sikh: “Fondamentali, ma ancora poco riconosciuti”
Sono una grande fetta dei seimila occupati immigrati nell’agroalimentare bergamasco: una nicchia occupazionale etnica che caratterizza il lavoro nei campi dei territori di confine con le province di Milano, Brescia e Monza e che ora è alla ricerca di una sua identità nel panorama locale, al di fuori dell’attività lavorativa
Gli esperti la chiamano “nicchia occupazionale etnica”, capace di rispondere alla discrepanza venutasi a creare tra la crescente richiesta di manodopera e la ridotta offerta locale: il ruolo degli indiani sikh nel settore lattiero-caseario della Bassa Bergamasca è uno dei casi emblematici della fondamentale presenza di forza lavoro di origine straniera nell’agroalimentare italiano, al centro del report “Made in Immigritaly. Terre, colture, culture”.
Commissionato dalla Fai Cisl, il rapporto è stato realizzato dal Centro Studi Confronti ed è curato da Maurizio Ambrosini, Rando Devole, Paolo Naso e Claudio Paravati: ad essere analizzati sono i modi in cui il lavoro immigrato viene gestito in contesti specifici, dando uno sguardo alle criticità e ai diversi profili del fenomeno, inclusi gli esiti più incoraggianti frutto di meccanismi virtuosi di cooperazione, apprendimento reciproco e integrazione locale che si stanno realizzando sui luoghi di lavoro.
“Negli ultimi due-tre decenni – spiega Samuele Davide Molli, ricercatore dell’Università degli Studi di Milano che si è occupato del focus sulla pianura bergamasca – si sono consolidati nella zona, contribuendo in modo significativo alla fornitura della manodopera per il comparto zootecnico dell’allevamento e della mungitura di bovini, nonché ai processi di trasformazione del latte in derivati, allargando così una filiera tra le più importanti in Lombardia. Un contributo senza dubbio positivo, con alcune zone d’ombra che rimangono: manca ancora, infatti, uno scatto verso un pieno riconoscimento in termini di diversità culturale e religiosa. Si sta però lavorando per migliorare la loro partecipazione nello spazio pubblico e nel sindacato, fondamentale per una piena integrazione”.
Succede anche che siano gli stessi indiani a procurare la forza lavoro: le reti tra connazionali favoriscono la circolazione di informazioni e referenze, rafforzando sempre più l’immagine dei sikh come lavoratori affidabili tra gli imprenditori locali, che li hanno eletti a principale bacino di riferimento per la ricerca di bergamini.
Una comunità nella comunità che, di fatto, è diventata necessaria nel panorama dei campi della Bassa: gli stranieri sono la metà dei lavoratori agricoli dipendenti della provincia di Bergamo e gli indiani, a loro volta, sono la metà degli stranieri occupati nel settore. Sono quasi 15mila le assunzioni fatte negli ultimi anni in provincia di Bergamo, la gran parte concentrate nella fascia 20-39 anni: in agricoltura sono occupati oltre seimila operai immigrati, circa 1.200 dei quali sikh, che rappresentano il gruppo più numeroso. Gruppo che, senza mezzi termini, ha contribuito in molti casi a salvare la produzione e le strutture produttive.
A favorire il loro insediamento la disponibilità di locali e strutture, anche di tipo religioso, a prezzi accessibili: di contro, però, la comunità indiana non risulta ancora adeguatamente riconosciuta e apprezzata.
“Il rapporto tra lavoro agricolo e la presenza di un numero sempre maggiore di lavoratori immigrati è da sempre all’attenzione di Fai Cisl di Bergamo, che ha fatto di accoglienza, sicurezza e integrazione i punti di interesse e forza della propria azione sindacale, al punto che il proprio direttivo rappresenta quasi tutte le etnie presenti nel settore in provincia – sottolinea Gianluigi Bramaschi, segretario generale Fai Cisl Bergamo -. Le difficoltà non mancano di certo, ma l’apporto positivo, sia in quantità che in qualità di questa come di altre etnie alla produzione agricola bergamasca è fuori da ogni discussione. Una particolarità del rapporto è quello di sottolineare il problema per cui buona parte della popolazione, di fronte all’eccellenza del made in Italy, non si preoccupa del ruolo e delle condizioni di vita dei lavoratori immigrati occupati in questo settore, come invece fatto dalla Fai, che in questi anni ha affrontato le problematiche riguardanti questi lavoratori, seguendo azioni verso la loro inclusione, con percorsi utili a difenderne la dignità, oltre che a valorizzarne l’impegno e la professionalità, visto che rappresentano un pilastro sociale, economico e culturale dell’economia locale”.
“Sappiamo bene che il made in Italy del cibo viene prodotto da molti stranieri nella nostra provincia – aggiunge Francesco Corna, segretario generale della Cisl di Bergamo -. Purtroppo, ancora per molti cittadini, questi lavoratori si vorrebbero relegare nei campi e vederli girare il meno possibile. L’idea della Cisl, invece, è che il loro supporto sia importante e determinante, e non solo nell’agricoltura, perciò dobbiamo farci carico dell’integrazione delle persone che arrivano a vivere da noi. Creare condizioni affinché siano accolte e abbiano servizi e abitazioni adeguati alle loro esigenze. Ne abbiamo bisogno, noi e il sistema produttivo, ma è una questione di dignità; il sindacato deve essere tra i promotori dell’accoglienza e integrazione per arricchire la nostra economia e la nostra società”.
Un’interessante punto di vista è quello dato da Dalraj Singh, segretario generale per l’Italia dell’Indian Overseas Congress: arrivato da giovanissimo in provincia di Bergamo, è oggi un punto di riferimento cruciale per i connazionali alle prese con problemi di carattere burocratico o per qualsiasi necessità pratica di tutti i giorni. Soprattutto in Bergamasca, quarta provincia italiana per densità della popolazione sikh, le richieste non mancano perché l’idea di questi lavoratori è quella di insediarsi stabilmente: “Bergamo è un territorio che produce molto lavoro, va da sé che se ci si trova bene ci si voglia restare – spiega – Sono tantissimi quelli che, allo scoccare del decimo anno di residenza, chiedono subito la cittadinanza. Il lavoro nei campi ce l’abbiamo un po’ nel dna, perché nel Punjab il settore rappresenta il 60-70% della nostra economia”.
Secondo Singh lo scambio che avviene giornalmente in ambito lavorativo è una grossa opportunità: “Qui c’è sicuramente un metodo di lavoro diverso, una differente cultura della sicurezza, ma quando si scende nel tecnico e c’è qualche problematica pratica da risolvere possiamo dare un grosso contributo, grazie anche all’esperienza che portiamo sulle spalle. Dall’altro lato, invece, è importante non pensare a una vita scandita solo dal lavoro: invito i miei connazionali ad allargare i propri orizzonti, facendo corsi di italiano, integrandosi maggiormente nella comunità, imparando la cultura italiana e bergamasca, perché solo così potranno migliorare la loro qualità di vita e crearsi delle alternative al lavoro nei campi, qualora non dovessero più sentirsi idonei. Con il sindacato stiamo facendo un grosso lavoro sugli stagionali, che faticano a essere assunti, restano nel limbo del lavoro nero e si vedono quindi negato il permesso di soggiorno. Credo che a monte serva un cambio delle politiche su questo tipo di ingressi, che vada verso una maggiore tutela: al momento, invece, il sistema italiano è un cane che si morde la coda”.

