Dalla rubrica Mindfit Clinic: salute e benessere. La dipendenza affettiva nasce da un bisogno eccessivo di essere accuditi, che genera una rimodulazione del proprio modo di essere. Il rapporto dipendente è un male che genera sofferenza: è l’antitesi dell’amore verso se stessi
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) descrive il concetto di dipendenza patologica come una condizione psichica, talvolta anche fisica, che deriva dall’interazione tra un essere vivente ed un oggetto (o un’altra persona), caratterizzata da un bisogno compulsivo di assumere la sostanza in modo continuativo, con l’obiettivo di raggiungere un senso di appagamento, gratificazione e talvolta di evitare il malessere della sua privazione.
Risulta chiaro come non sia l’oggetto in quanto tale a determinare la dipendenza, ma il tipo di legame che si crea.
È necessario specificare come la dipendenza, in sé, non abbia necessariamente un’accezione negativa: i bisogni di approvazione, stima, accudimento, ammirazione o protezione sono universalmente riconosciuti come fondamentali e necessitano di altre persone per venire soddisfatti (Maslow, 1943; Bowlby, 1969). È il costante ed irrefrenabile desiderio di soddisfare queste necessità che può degenerare nella patologia, solitamente derivante da un disconoscimento della loro importanza durante l’infanzia o da esperienze traumatiche come violenza familiare, perdite affettive precoci, ambienti iperprotettivi.
Con il termine “dipendenza affettiva”, possiamo riferirci alla dipendenza amorosa, sessuale, genitoriale, amicale; tutte sono caratterizzate dalla difficoltà di attribuirsi il giusto valore, di riconoscersi all’interno di una relazione di reciprocità, dalla fatica di stabilire confini netti, soddisfare i propri desideri e i propri sentimenti. La dipendenza affettiva nasce da un bisogno eccessivo di essere accuditi, che genera una rimodulazione del proprio modo di essere. Il rapporto dipendente è un male che genera sofferenza: è l’antitesi dell’amore verso se stessi. L’individuo desidera essere amato, incondizionatamente, senza sapere, prima, amare se stesso. Si genera dunque un complesso di inferiorità che produce assertività verso l’altro e tolleranza, a volte, di comportamenti scorretti e problematici, alimentando forme più o meno lievi di violenza giustificate proprio dal potere che il dipendente attribuisce. Quest’ultimo ricerca nel partner la fuga dalla quotidianità, senza rendersi conto che quello da cui cerca di scappare si trova dentro di sé.
Nonostante sia un disturbo prevalentemente femminile, insorge anche tra i maschi. Alla base di questa differenza sembra esserci uno stereotipo di genere che spinge gli uomini ad apparire più forti ed equilibrati. Inoltre, i due sessi presenterebbero delle differenze nella reazione ai traumi subiti. Tra gli uomini è più consueto fronteggiare il dolore attraverso il meccanismo dell’identificazione con l’aggressore, che consiste nel rendere propri tratti e caratteristiche del carnefice. Nelle donne, invece, si manifesta la tendenza a rivivere le violenze patite nel tentativo illusorio di riscattarsi dal passato.
Quindi, qual è il lavoro da fare?
Abbiamo il potere di agire, sempre. Parlare di “relazione tossica” e recriminare all’altro il suo modo di essere, ci incastra inesorabilmente in una relazione fatta di rabbia, tristezza, impotenza. Dobbiamo quindi divenire abili osservatori del nostro modo di essere e del nostro “stare” nelle relazioni, al fine di capire quale sia la motivazione sottostante alla dipendenza. Lavorare su se stessi, sulle proprie risorse e potenzialità può rivelarsi la strategia vincente per ritrovare quella autostima e quel senso di amabilità fino ad ora subordinati all’altro.
MindFit Clinic – Psicologia, psicoterapia, performance.
Michela Berta
Psicologa e Psicoterapeuta cognitivo-costruttivista in formazione
Specializzata in sessuologia e psicotraumatologia


