Bergamo. Dal clima politico nazionale, alle “battaglie” in Regione Lombardia, sanità welfare e formazione in primis, passando per la legge sull’Autonomia differenziata. E ancora, la possibilità del campo largo con le altre forze di centro e sinistra, la spending review contenuta nella bozza di legge di Bilancio, i nuovi equilibri della politica bergamasca con il rinnovo del Consiglio Provinciale. Davide Casati, consigliere regionale iscritto al Pd, ex segretario provinciale e sindaco di Scanzorosciate, fa il bilancio dell’attività del suo partito e della sua al Pirellone, partendo dalle recenti dichiarazioni di Vincenzo De Luca, presidente della Campania, arrivato a Bergamo solo una settimana fa per dire no alla legge Calderoli.
De Luca ha definito quella sull’Autonomia differenziata una legge che “spacca” l’Italia, per la quale non c’è una copertura economica, lei cosa ne pensa?
Se ragioniamo sul titolo V della Costituzione, l’autonomia di per sé non è negativa. Tutto dipende da come vengono scritte le leggi. Quella proposta da Calderoli, per come è stata pensata e formulata, rischia di dividere davvero il Paese. Non è un attacco il nostro al principio in sé, ma una critica fortissima contro una norma che crea confusione tra le materie, aumenta la burocrazia, crea differenze tra le Regioni e non prevede le risorse che andrebbero a colmare le differenze che già ci sono. Quando poi si parla di premialità, De Luca ha ragione nel dire che esiste un livello dal quale tutte le Regioni dovrebbero partire: parliamo di servizi educativi, politiche sanitarie e via dicendo. Ci deve essere un minimo comune denominatore, un punto di partenza identico, perché è vero che oggi esistono Regioni che fanno più fatica di altre e per riportarle in una condizione paritaria ai nastri di partenza servono proprio quelle risorse economiche che al momento mancano nella proposta Calderoli. Sono d’accordo anche quando De Luca dice che non ha senso spendere tempo ed energia per scrivere una legge complicata come questa quando si potrebbe cercare di risolvere altri problemi come, ad esempio, la burocrazia, il vero male del Paese.
La Lega difende il provvedimento anche perché nato, così dice, dalla volontà popolare, quella del referendum regionale.
Anche io all’epoca avevo votato sì. Ma quel referendum non era sulla legge Calderoli. Era una domanda generica, relativa alla volontà di poter conferire alle Regioni maggior autonomia. Continuo a credere che questo principio vada tenuto saldo. Ma se scrivi male una legge e peggiori la vita delle persone e delle aziende, allora non ha senso. Ed è sbagliata perché la legge Calderoli nasce sulla base ancora di un sistema di finanza derivata: lo Stato gira parte delle proprie finanze alle Regioni per erogare alcune funzioni. Il pensiero del Partito Democratico si basa su un principio opposto: l’obiettivo è lasciare alle autonomie territoriali le entrate secondo il principio “pago, vedo e poi voto”. Una strategia che si basa sulla autonomia impositiva, sulla riforma del testo unico degli enti locali, che ribalta l’approccio di Calderoli. Senza dimenticare, poi, che oggi alcune delle competenze previste nel 2001 risultano anacronistiche: all’epoca parlare di politiche energetiche poteva avere un senso, oggi nel mondo globalizzato, no. L’istruzione in parte era già stata delegata a mio avviso sbagliando e va corretto, come non ha senso immaginare nelle politiche commerciali e turistiche di portare in giro per il mondo il marchio Lombardia perché, al suo posto, va “venduto” il marchio Italia.
Il Governo si prepara, entro la fine dell’anno, a varare la nuova legge di Bilancio. Quali sono le preoccupazioni degli amministratori rispetto alla ricaduta che potrebbe avere sui Comuni?
Servono diversi miliardi di euro perché il Bilancio statale sia in equilibrio. Come ha ribadito il ministro Giorgetti, a fare i sacrifici saranno i Ministeri e gli enti territoriali. Tagliare risorse ai Comuni significa mettere mano ai servizi che vengono erogati però. C’è una forte preoccupazione, perché il governo aveva promesso in questi anni che non avrebbe aumentato le tasse e tagliato i trasferimenti e i servizi, ma lo sta facendo.
De Luca è stato anche molto critico nei confronti del Pd, definendolo un partito a cui mancano le idee, privo di un programma vero e proprio, tanto da risultare poco attrattivo e difficilmente in grado di competere con le altre forze politiche ed essere così in grado di governare il Paese.
Non sono d’accordo. Lo trovo un commento poco generoso. Credo che il Pd sia cresciuto anche in termini di proposta, con linee programmatiche chiare. Sicuramente può migliorare sul piano dell’economia e della politica industriale: dobbiamo e possiamo essere più bravi a parlare col sistema produttivo e con il mondo del lavoro. Detto questo, stiamo lavorando in maniera positiva. È pur vero che per vincere le elezioni devi avere dalla tua una coalizione unita e coesa. Il momento non è semplice, ma abbiamo ancora tempo per trovare delle convergenze programmatiche. Prima però si scrive il programma, poi si fanno le alleanze.
De Luca ha definito il campo largo una “bestemmia”, un “sacrilegio”.
Io penso che sia sbagliato oggi dire sì al Movimento 5 Stelle, sì a Renzi e a Calenda, si ad Avs se non c’è un programma di governo. Non si deve mettere il carro davanti ai buoi. Mi piacerebbe che il Pd si concentrasse per preparare una proposta vera. Poi, chi la condivide sale sul carro, chi non la ritiene valida resta giù.
Sul territorio bergamasco però questo campo largo non pare abbia dato delle grandi soddisfazioni in termini di numeri. Ne sono usciti bene solo il Pd e Alleanza Verdi Sinistra Italiana.
Io sono per allargare il campo, cercando di coinvolgere anche i partiti più piccoli. Senza cedere ai ricatti. Ma la condizione primaria è che il Pd deve essere forte e avere ben in mente cosa vuole fare.
In Regione Lombardia le sue battaglie sono molte, sanità in testa.
Regione Lombardia sta abdicando al ruolo di cabina di regia, sta lasciando soli i territori su diverse tematiche. Ne sono esempi la questione del termovalorizzatore di Montello o l’impianto di biometano di Spirano o il governo degli erogatori pubblici e privati in sanità. In situazioni come queste la Regione dovrebbe essere il vero pianificatore e programmatore, come è stato per la logistica di recente con una legge bipartisan anche se purtroppo a distanza di anni dalla nostra proposta.
L’assenza di un protagonismo regionale si vede chiaramente anche quando leggiamo dei disservizi di treni quotidiani. Alle parole del presidente Fontana, che si è detto indignato, ricordo che nel 2018 quando si candidò per la prima volta, dichiarò che voleva terminare la legislatura con una situazione diversa. E’ cambiata, sì, ma in peggio. Siamo dunque profondamente delusi da come Regione sta gestendo le politiche del trasporto pubblico, rimarcando la piena responsabilità di chi amministra Trenord e del Governo nazionale, a cui fa capo il ministro dei Trasporti Salvini.
Sul tema sanità, siamo orgogliosi poi di annunciare che abbiamo raccolto 100mila firme e che la provincia bergamasca è la seconda, dopo quella milanese, per adesioni. Questo traguardo ci ha consentito di far ammettere all’ufficio di Presidenza la nostra proposta legge sulla riforma del sistema sanitario lombardo. Il testo mira a far sì che la Lombardia torni ad essere un ente che fa programmazione vera con gli ospedali pubblici e privati e che ne regoli il rapporto secondo una logica di vera sussidiarietà. Ripristina come priorità uno il tema della prevenzione e rimette al centro la medicina territoriale. La discussione in commissione sanità dovrebbe cominciare a fine anno o al massimo inizio 2025. Spero che si lavori in concerto anche con la maggioranza, visto che la sanità è un argomento caro a tutti.
Arriviamo a giovedì 17 ottobre. In calendario c’è un appuntamento importante per il partito, chiamato a discutere della linea del partito riguardo la scelta del vice presidente di via Tasso e delle deleghe.
Cosa c’è giovedì? (ride ndr). Giovedì all’ordine del giorno c’è la discussione sull’esito del voto del nuovo consiglio provinciale. Non la decisione sulle nomine, quelle competono al presidente della Provincia e non al Pd. La direzione, piuttosto, è tenuta a dettare la linea politica dei prossimi due anni. Il focus sarà quindi sulle priorità programmatiche e sulle deleghe che riteniamo più importanti. Il Pd è sempre stato baricentro di qualsiasi alleanza dalla riforma Del Rio in poi, con un’indicazione chiara, un partito capace di dialogare che lavora in sintonia con il contesto politico nazionale e regionale, alla ricerca di convergenze e affinità valoriali.
Il Pd governa questa Provincia da sempre, da quando c’è l’elezione di secondo livello. Il nostro partito è e deve rimanere la forza centrale e deve lavorare con autorevolezza e serietà, capace di non cedere ai ricatti politici di alcune forze politiche e, al tempo stesso, capace di creare alleanze con chi condivide il programma e alcuni valori e principi di fondo. C’è stata una parentesi particolare nel recente passato, quella legata al periodo del Covid e del Pnrr. Ma deve essere considerata un’eccezione, non la regola. E chiunque vuole contribuire al nostro disegno politico è ben accetto.
Con un tasso di astensionismo così alto, anche se le dinamiche squisitamente politiche delle Provincia sono certamente distanti dal sentimento popolare, lei non crede che scegliere strategie lontane dall’identità del partito allontani ancora di più gli elettori?
Se il Pd mantiene fede alle linee programmatiche e rimane autorevole e credibile, può anche continuare a dialogare con le altre forze politiche. Ma se si dimostra debole, il rischio è di essere percepito dall’elettorato in maniera non positiva. Tutto sta nella postura del partito. Ed è proprio per queste ragioni che mi auguro che dalla riunione di giovedì esca una voce autorevole, che certo non entrerà nel merito della questione della vice presidenza, ma che detterà la linea politica da tenere nel territorio e nelle istituzioni.