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Inchiesta carcere: “L’auto del comandante impantanata all’ospedale e 3 agenti in servizio chiamati in soccorso”

Nuova udienza dello strascico dell’indagine sulla casa circondariale che vede 3 imputati. Contestata anche la concessione di un colloquio più lungo tra l’ex procuratore di Brescia e il figlio detenuto

Bergamo. L’auto personale impantanata in zona ospedale e tre agenti della polizia penitenziaria, in servizio, chiamati in soccorso. È una delle accuse che vengono mosse a Antonio Ricciardelli, 62 anni, ex comandante della polizia penitenziaria del carcere di via Gleno ora in pensione, nel processo che lo vede imputato insieme all’allora dirigente sanitario Francesco Bertè e il responsabile dell’Unità di psichiatria di consultazione del Papa Giovanni Pietro Zoncheddu (che secondo l’accusa certificarono falsamente uno stato d’ansia dell’allora direttore Antonino Porcino).

È uno strascico della maxi inchiesta che nel 2018 travolse la casa circondariale di Bergamo e coinvolse 15 persone, tra cui lo stesso Porcino, condannato in via definitiva a 5 anni e 4 mesi (scesi poi sotto i 4 anni per non aver appellato e per il periodo di custodia cautelare preventiva), al quale veniva contestata una gestione non proprio trasparente della struttura penitenziaria tra corruzione, peculato, falso ideologico, tentata truffa ai danni dello Stato.

Nell’udienza di giovedì 10 ottobre hanno testimoniato alcuni agenti della polizia penitenziaria. Uno di questi, insieme ad altri due colleghi, venne chiamato a soccorso del superiore impantanato all’ospedale. “Non so se era lì per motivi personali o di servizio – dichiara in aula -. Il responsabile dell’ufficio ci ha detto di andare e abbiamo eseguito. In tutto saremo stati via mezz’ora, abbiamo solo spinto l’auto fuori dall’erba”. “Lei sapeva che la figlia di Ricciardelli era ricoverata perché aveva appena partorito una bambina?, ha chiesto il pubblico ministero Emanuele Marchisio. “No, non lo sapevo”.

“In ospedale c’è una sezione distaccata del carcere?”, ha invece domandato l’avvocato Roberto Giannì, difensore di Ricciardelli. “Sì, ci sono tre celle con 6 posti letto alla Torre 4”, ha risposto l’agente, che ha anche dichiarato che l’ex comandante a volte utilizzava la propria auto per ragioni di servizio e che capitava facesse ispezioni nel distaccamento dell’ospedale.

C’è poi l’episodio che riguarda la mezz’ora di colloquio in più concessa da Ricciardelli all’allora procuratore di Brescia Tommaso Buonanno, che nel pomeriggio del 29 marzo 2018 incontrò insieme alla moglie il figlio detenuto. I tre agenti della penitenziaria chiamati a testimoniare a processo hanno riferito di moduli da compilare e da inserire nel sistema Afis ad ogni colloquio, per ogni recluso. In quell’occasione l’incontro avvenne non nell’aula colloqui, dato che erano passate le 17, ma nella saletta giudici/avvocati. “A volte succede per gli appartenenti alle forze dell’ordine, le persone con tendenze autolesionistiche, quelle soggetti a gravame mediatico”, hanno spiegato i testi.

“Ai detenuti vengono concesse 6 ore di colloqui al mese e solitamente ogni incontro dura una o due ore – ha dichiarato un agente -. Nell’Afis non si possono inserire frazioni di ore, quindi se ad esempio il colloquio dura 40 minuti, si segna comunque un’ora. O se dura un’ora e 20 si segnano due ore”. Nel caso contestato c’è un’annotazione che riporta un incontro tra il detenuto e i genitori iniziato alle 16.30 e terminato alle 17.50. L’ispettore della polizia penitenziaria sentito come teste ha dichiarato: “La famiglia del detenuto gli faceva visita circa una volta alla settimana. Quel giorno mi aveva chiamato Ricciardelli per dirmi di concedere a Buonanno un po’ più di tempo perché il ragazzo era in difficoltà. Alle 17.50 sono entrato nella saletta e ho detto al procuratore che a breve sarebbero iniziati i turni in mensa delle guardie. Lui si è alzato subito, la moglie, in lacrime, ha chiesto di poter abbracciare il figlio”.

Prossima udienza il 31 ottobre.