Vincenzo De Luca contro l’autonomia differenziata: “Nella Città dei Mille la nostra battaglia per l’unità nazionale”
Il presidente della Regione Campania a Bergamo, alla Casa del Giovane, per parlare della legge votata dal Governo Meloni: “C’è qualcuno che vuole un’Italia divisa. E non siamo noi”. E sul suo partito: “Il Pd? Sempre più isolato, percepito come un corpo estraneo, lontano dai bisogni della gente”
Bergamo. Nella Città dei Mille per dire no ad una legge che divide l’Italia. Vincenzo De Luca, presidente della Regione Campania, arriva a Bergamo, alla Casa del Giovane, e lo fa per parlare di autonomia differenziata insieme alla sindaca Elena Carnevali e ad altri esponenti Dem nel contesto del convegno “Autonomia differenziata, limiti e rischi di una riforma sbagliata”.
“Altro che Risorgimento, questa norma spacca la nazione – ci racconta nella hall dell’albergo che lo ospita -. Contro chi vuole dividere il Nord dal Sud, contro chi ci vuole separare, in un tempo moderno segnato dalla guerra noi siamo per l’unità, siamo per la difesa di una già fragile democrazia che mantiene viva l’eredità delle corporazioni medioevali”, tuona il politico del Partito Democratico.
Lo fa nel suo stile, quello schietto e pungente a cui ci ha abituati, non solo quando parla di un testo che da sempre rappresenta il cavallo di battaglia della Lega, che solo due giorni fa, dal palco di Pontida, esaltava con orgoglio il traguardo raggiunto, ma anche quando affonda il colpo parlando della piaga della sanità pubblica, “il vero tesoro che il nostro Paese deve difendere, insieme alla scuola, decisiva per la formazione delle coscienze nazionali”, quando racconta di una legge di Bilancio che colpisce i più deboli e per la quale, con sagace ironia, chiede lumi al ministro Giorgetti o, ancora, quando con tono serio e austero ricorda il dramma del Covid che ha visto Bergamo il suo triste epicentro. “Io non dimentico il dolore. Ancora mi inginocchio quando penso a quanto è successo”, spiega con il volto tirato e i denti stretti.
La politica raccontata da De Luca è quella costruita sugli esempi da portare, riferiti alla sua terra ma non solo, quella che non lascia spazio ai compromessi: nessuno sconto per un Governo fatto “di politicanti che dicono tutto e niente”, “che non si preoccupano dei bisogni della gente”. Né per il suo partito “sempre più scollato dalla realtà. Dov’é il Pd quando si parla dei grandi temi del vivere quotidiano? Dov’è la vicinanza agli ultimi? Come si fa a governare un Paese se si è lontani dai temi della sicurezza, della giustizia, della libertà dei cittadini, della pubblica amministrazione? Dal Sud? O, ancora, dal mondo cattolico e da quello dei diritti e del fine vita? Non serve avere solo posizioni ideologiche, bisogna tenere vivo il dibatitto, lasciarlo il più aperto possibile.
Il Pd sembra ed è percepito come un corpo estraneo. Occorre un programma chiaro e condiviso, se no le elezioni si perdono: bandiere al vento, e vince la Meloni. E poi ci si stupisce perché più della metà degli italiani non va a votare: le parole della politica hanno perso ogni significato. Oggi le persone ti seguono quando vedono con i loro occhi il cambiamento, non quando ci sono solo chiacchiere e trasformismo. Se no si diventa tutti uguali. Incoerenti“.
Per non parlare del campo largo, il dibattito squisitamente politico che anima il centrosinistra: “una bestemmia”, “una dichiarazione sacrilega”.
De Luca se ne frega del politically correct e tira dritto per la sua strada: “Non mi pare proprio che ci siano le condizioni per parlare di campo largo. Io subisco attacchi da una serie di imbecilli presenti nel mio partito. Del resto per me la verità conta più delle bandiere di partito”. E al Pd, il suo Pd, fa le pulci: “Mi sembra più solo che mai, molto più di due anni fa. Il Pd con chi si può alleare? Con una parte della sinistra, tipo Fratoianni, che ha una visione della politica estera opposta? Non se ne parlerà fino alle Regionali, almeno fino alla legge di Bilancio”.
Provocatorio ma lucido, tagliente, impegnato in un’analisi amara che racconta di un’Italia che, come vuole l’autonomia differenziata, sembra lavorare più per acuire le differenze che per ricucire: “E si badi bene, io non ho paura dell’efficienza, quella tanto sbadierata dal ministro Calderoli. Sono il primo pronto a mettersi in gioco, ma a patto che tutte le Regioni partano dallo stesso livello, ad armi pari: stesse risorse, stesso personale”. Lo sguardo è quello di chi non ha paura, di chi è pronto alla sfida, di chi non si sottrae. Purché le regole siano chiare. “E non si faccia il gioco di prestigio con i soldi, perché la verità è che non ci sono. Non mi si prenda in giro e non me ne voglia Calderoli, che pure mi sta simpatico, on si è mai visto un lombardo che fa fesso un napoletano”.
“Questa legge è un piccolo obbrobrio, è un contro Rinascimento, frutto di una narrazione falsa e distorta del Sud. Che non accetto venga raccontato come sinonimo di inefficienza, di maldicenza, di criminalità. Lottiamo per la sburocratizzazione dell’Italia, questo deve essere il vero obiettivo da raggiungere”. Per De Luca, la deriva è dietro l’angolo: “Rischiamo di non avere le risorse per la sanità pubblica, per la scuola, per la sicurezza, per pagare le pensioni. Se siamo tutti pronti a metterci in gioco e a lavorare insieme, con il rigore più forte e spietato, non solo fermeremo il declino di una parte del Paese, ma salvaguarderemo anche la nazione intera”.






