Lo spettacolo
|“Inumana”: opposte voci del conflitto a Gaza unite verso una luce di rinnovata umanità
A Molte Fedi un pubblico attento ed emozionato ha accolto il toccante melologo portato in scena dalla voce di Laura Silvia Battaglia e dal pianoforte di Rossella Spinosa
Bergamo. “Cosa succede ad un essere umano, privato della sua volontà e del suo corpo, soggiogato in una condizione di costrizione, di contenimento fisico ed emotivo? E cosa può significare tutto questo se diventa la modalità di negoziazione di un conflitto centenario, ormai difficilmente risolvibile in una convivenza pacifica?”. Questa la domanda di uno spirito sospeso, in attesa di essere traghettato dalla Terra all’aldilà, che si trova intrappolato in un tunnel nella Striscia di Gaza. Uno spirito che riflette a proposito di una situazione geopolitica strettamente attuale e su un’umanità necessariamente da riscoprire, protagoniste di “Inumana. Cos’è un uomo senza la libertà”, melologo in un atto per pianoforte e voce messo in scena da Rossella Spinosa (pianista e compositrice, in nero) e Laura Silvia Battaglia (giornalista e documentarista, reporter in aree di crisi specializzata in Medio Oriente, con un lungo abito bianco) nella serata di domenica 6 ottobre nella chiesa di Sant’Andrea, nell’ambito della rassegna Molte fedi sotto lo stesso cielo, promossa dalle Acli di Bergamo.
In memoria dell’attacco di Hamas, avvenuto il 7 ottobre dello scorso anno, contro le comunità di Israele presenti nei dintorni della striscia di Gaza, il melologo, con tutta la sua drammatica potenza, è riuscito ad esprimere al meglio il dolore e lo smarrimento portati dalla guerra (in questo caso il conflitto mediorientale), presente sempre in sottofondo in forma di rumore che squarcia il suono del pianoforte (bombe che esplodono, droni portatori di morte) a ricordare la sua inquietante e dolente presenza. Una riflessione, voce e musica, capace di donare uno sguardo necessario sul presente, facendosi allo stesso tempo memoria e guardando al futuro, una nuova riflessione sui passaggi necessari che sono tema portante della rassegna di quest’anno.
Protagonista è il “ghost of channel” (il “fantasma del tunnel”), con il compito di facilitare altre anime in bilico tra vita e morte ad attraversare il passaggio oppure a fermarsi sulla soglia, a seconda del volere di Dio. Un Jinn della tradizione islamica, traghettatore di anime verso l’Aldilà, che aiuta ad affrontare la morte: “ho saputo che questa è una terra molto affollata di anime che trapassano. Di solito è così quando c’è una guerra e sembra che questa sia terribile. Chi ha fatto questo servizio prima di me, mi ha detto che saprò riconoscere le anime che mi sono state assegnate: dovrò aiutarle ad accettare la morte ed a non avere paura”.
Il melologo di Rossella Spinosa e Laura Silvia Battaglia, attraverso l’espediente del Jinn, racconta drammaticamente la sorte di cinque persone, facenti parte delle due opposte fazioni ma accomunate da un presente di guerra e delle sue ferite tangibili e spirituali.
Una giovane donna ebrea ostaggio di Hamas dopo un rave party (“Chi sei, mostro? Chi siete? Siete rimasti umani? Cosa volete da me? Sono solo una ragazza. Non ho mai desiderato tenere in mano un fucile, ma Israele ha bisogno di essere difeso”); un soldato israeliano che sta attraversando un tunnel sotterraneo per stanare il nemico (che ricorda l’Olocausto e si ripromette “non posso permettermi che accada di nuovo”); un miliziano delle brigate al Qassam che deve decidere dove nascondersi e se e quando attaccare (“non pensavo che avessi mai fatto la guerra, quella vera”); una donna palestinese, intrappolata sotto le macerie della sua casa bombardata; un bambino di tre anni disteso sulla lettiga di una sala operatoria improvvisata (che interagisce direttamente con lo spirito) (“c’è una grazia speciale nello stare immobili sulla spiaggia e farsi accarezzare il viso dal calore del sole che scalda ma non brucia”).
Persone diverse unite dal buio del tunnel, terribilmente reale ma ancor più drammatico se accomunato al buio di una civiltà che non riesce ad andare oltre le logiche della sopraffazione e della guerra. Esseri umani che sono vittime o carnefici e, se le donne, nel loro essere vittime, risultano le più umane, gli uomini, i combattenti, portano con sé tutta la terribile negatività della guerra.
Il melologo tra voce e pianoforte riesce a coinvolgere il pubblico presente, portando la necessaria empatia verso il dramma attuale in una dimensione futura, che possa portare alla luce ed al calore, fuori dal tunnel di una guerra senza fine.
Le note del pianoforte di Rossella Spinosa accompagnano il racconto e ne amplificano la gravità, portando i suoni della guerra ad un livello più profondo, dando ai brani picchi nervosi ed esplosivi. Laura Silvia Battaglia si muove invece tra i diversi leggii presenti in scena, ad indicare diverse vite, diverse prospettive, diverse visioni di una stessa, terribile ed angosciante realtà. Se il parlato rende testimonianza concreta, è la parte legata al sonoro che amplifica esponenzialmente il dramma, sia la densità del pianoforte sia il canto che ondeggia sempre tra preghiera e lamento. Una preghiera onnipresente, in entrambe le fazioni: preghiera ad un Dio, ad una Luce in fondo ad un tunnel, che parla essenzialmente di pace.
Una luce anche per il pubblico presente, una toccante e suggestiva presa di coscienza che porta a chiedersi: qual è il futuro giusto e possibile di questa condizione di vita “inumana”? Forse ritornare a quella terra, ad un significato primigenio di essere umano, che oggi è stato portato ad essere causa di un conflitto ancora, purtroppo, insanabile.


