“Abitare poeticamente il mondo”, coltivando bellezza e poesia
Lucilla Giagnoni e le giovani note dell’Ensemble Nuovi Orizzonti hanno incantato il pubblico di Santa Maria Maggiore nella lettura del testo del poeta francese Christian Bobin
Bergamo. “I contemplativi sono i guerrieri più resistenti, chiunque essi siano, dei poeti conosciuti come tali, ma anche un intonacatore che sta fischiettando come un merlo in un prato vuoto”. La contemplazione come atto visceralmente umano, che dall’umano nasce e che nell’umano trova il proprio scopo, una nuova pratica di relazione con il mondo che possa aiutare a confrontarsi con una contemporaneità dove impera il superpotere della “brutalità della tecnica”.
Un senso umano da riscoprire quello che è stato proposto da Lucilla Giagnoni nella serata di martedì 1 ottobre, nella bella cornice della basilica di Santa Maria Maggiore. Nell’ambito della rassegna Molte Fedi sotto lo stesso cielo, promossa dalle Acli di Bergamo, l’attrice ed autrice televisiva ha guidato ed incantato il pubblico nella riscoperta di “Abitare poeticamente il mondo”, testo (“il mio manuale segreto”, l’ha definito Giagnoni) dello scrittore e poeta francese Christian Bobin, accompagnato dalle note dei giovani musicisti dell’Ensemble Nuovi Orizzonti, formato da Stefano Beltrami (violoncello), Petra Valtellina (flauto), Irene Sacchetti (flauto) e Tessa Rippo (violino), che hanno proposto una serie di nuove orchestrazioni di alcune opere di Bach, composte da Pietro Micheletti, Mattia Sonzogni e Daniele Bonacina.

Un’opera che, dal titolo originale, vede nascere la propria narrazione dall’immagine di un plâtrier siffleur, un “intonacatore fischiettante”, un imbianchino “contemplativo” che, attraverso uno sguardo rinnovato, può prendere coscienza della fragilità della vita, della vera essenza che questa racchiude. Uno sguardo rinnovato che, come ha ricordato anche Francesco Mazzucotelli, nuovo coordinatore della rassegna di Molte Fedi, è necessario per “coltivare bellezza e poesia anche nel momento difficile che stiamo vivendo”.
Una contemplazione che è anche un “prendersi cura” dell’altro, contro il potere imperante della “brutalità della tecnica”, di “macchine che non hanno più nulla di umano”. Una tecnica che prende il sopravvento su un uomo ormai smarrito, guidato solo dal dogma interpretativo della produttività. Un uomo smarrito che, nella lettura di Bobin, deve ritrovare le cose vive e vere, raggiungendo il punto di “estrema stanchezza”, riscoprendo così la natura e la bellezza e, con loro, la lentezza necessaria per comprenderle appieno.
Un messaggio che guarda al futuro con ottimismo, con fiducia verso un uomo in grado di prendere ancora in mano il proprio essere, lasciando un po’ andare la semplificazione imperante della quotidianità per rivolgersi, in maniera contemplativa, a ciò che rende l’uomo autenticamente tale, pur allontanandosi dalla “facilità” (“è facile amare?”).
“Abitare poeticamente il mondo” nasce prima di tutto dalla modalità contemplativa del poeta, da seguire per guardare il mondo con occhi nuovi, riscoprendone l’essenza (a partire dalla “santità della felce in deperimento”). Poesia “che è mettere la mano sulla punta più sottile del reale”, che deve ritornare ad essere in stretta correlazione con l’umano e l’umanità, un abitare che è anche prendersi cura di sé, del mondo e degli altri.
Un nuovo “modus vivendi” che si interseca perfettamente nei “Passaggi” che sono tema di questa edizione di Molte Fedi sotto lo stesso cielo, una risposta poetica che riflette sulle transizioni possibili verso nuovi modelli di vita, più sostenibili. Una riflessione che parla di contemplativi e di poeti, ma che invita tutti ad esserlo, a partire proprio da “istanti di contemplazione” che sono vera tregua per questo mondo attuale “in disordine”, momenti nei quali ritrovare la vera essenza del reale.


