Oltreconfine: economia e geopolitica
|Italia-Cina: un rapporto da riequilibrare
Auspicando un’evoluzione positiva delle relazioni tra Italia e Cina è giusto ad ogni modo avere un approccio pragmatico e realistico alla costruzione del rapporto bilaterale con la controparte cinese, cercando di bilanciare la ricerca di opportunità commerciali con le mutate condizioni dello scacchiere geopolitico, tenendo come riferimento fondamentale la nostra collocazione internazionale
La visita istituzionale di quest’estate della Premier Meloni a Pechino ha riacceso i riflettori su un tema di grande attualità: il rapporto italiano ed europeo con la Cina, un Paese complesso,
protagonista di un’ascesa economica rapidissima nel corso degli ultimi decenni, ed il cui posizionamento geopolitico costituisce uno dei fattori di maggiore attenzione negli equilibri di potenza della nostra epoca.
Come ricordato dall’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) la crescita economica del Dragone negli ultimi 20 anni ha determinato un vero e proprio boom degli scambi commerciali con il Bel Paese: sia l’import che l’export sono più che sestuplicati da quando la Cina è stata ammessa all’interno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001, configurando Pechino come un partner commerciale importante. A livello europeo, è possibile constatare come negli ultimi decenni la Cina sia stata al tempo stesso un mercato di sbocco fondamentale (in particolare per il settore dell’automotive tedesco) ed un fattore di contenimento dell’inflazione, esportando verso l’Europa beni e servizi a costi competitivi.
Il bilancio complessivo della relazione economica con il nostro Paese è tuttavia complicato da redigere: la bilancia commerciale con Pechino è strutturalmente in rosso (comperiamo dalla Cina più di quello che vendiamo). Nel 2023 il nostro deficit commerciale è stato pari a circa 28 miliardi di euro (in peggioramento dai 23 miliardi del 2021): esportiamo beni e servizi verso il Dragone per 19 miliardi di euro ma ne importiamo per ben 47.
Non solo, guardando allo stock di investimenti italiani in Cina riscontriamo un valore pari a 15,5 miliardi di euro, mentre gli investimenti cinesi in Italia (nonostante la dimensione economica cinese sia un multiplo di quella italiana) si attestano su un valore decisamente più modesto, circa 2,7 miliardi di euro.
Questi numeri segnalano abbastanza chiaramente come la relazione italo cinese sia oggi particolarmente vantaggiosa per Pechino. Volendo tuttavia concedere spazio all’ottimismo, potremmo constatare come, al netto di considerazioni di tipo geopolitico, il rapporto economico tra Cina e Italia presenti ampi margini di miglioramento (e quindi potenziali opportunità) per il futuro, a
patto che gli spazi di export per i prodotti italiani in Cina si materializzino concretamente e la dinamica degli investimenti veda una parziale inversione di tendenza. Gli imprenditori sono pronti e
la politica può avere un ruolo determinante nel riequilibrare la relazione.
A questo proposito l’uscita dal grande progetto infrastrutturale cinese Belt and Road – Via della Seta effettuata dal Governo italiano nel dicembre 2023 può essere considerata un punto di partenza efficace: la strategia italiana di dare contestualmente nuova linfa ad un altro accordo denominato Partenariato Strategico, in vigore dal 2004, ha consentito di attutire i possibili riverberi diplomatici con la controparte cinese, supportando al tempo stesso un chiarimento in merito alla nostra collocazione geopolitica e gettando le basi per la costruzione di un rapporto più bilanciato negli anni a venire.
Tenendo bene a mente il nostro posizionamento internazionale e preso atto del punto di partenza in cui ci troviamo a livello commerciale, possiamo immaginare per il futuro delle relazioni italo-
cinesi un ruolo centrale della nostra comunità imprenditoriale, nel perimetro di una collaborazione che tenga conto dell’evolversi della situazione geopolitica.
Osservando la nutrita schiera di aziende ed associazioni al fianco della Premier in occasione del Business Forum tenutosi durante la missione di luglio (era presente anche una numerosa delegazione di Confindustria guidata dalla Vice Presidente per l’Export e l’Attrazione degli Investimenti Barbara Cimmino) ci rendiamo ancora una volta conto del tangibile interesse del nostro tessuto economico verso la questione cinese.
Auspicando quindi un’evoluzione positiva delle relazioni tra Italia e Cina è giusto ad ogni modo avere un approccio pragmatico e realistico alla costruzione del rapporto bilaterale con la controparte cinese, cercando di bilanciare la ricerca di opportunità commerciali con le mutate condizioni dello scacchiere geopolitico, tenendo come riferimento fondamentale la nostra collocazione internazionale. Da queste considerazioni nascono quindi almeno tre riflessioni per il domani.
In primo luogo, potrebbe essere opportuno intensificare gli scambi di beni e servizi non critici, al fine di rendere le opportunità commerciali e di investimento coerenti con la strategia di de-risking
(diminuzione della dipendenza strategica) tracciata dall’Unione Europea. In un contesto di crescenti tensioni tra Washington e Pechino l’Italia e l’Europa devono necessariamente trovarsi
nelle condizioni di poter fronteggiare eventuali ripercussioni innescate da un deterioramento delle relazioni con la Cina.
In secondo luogo, è necessario lavorare per costruire una bilancia commerciale più equilibrata: per ogni euro che generiamo esportando in Cina ne spendiamo più di 2,4 importando prodotti e servizi dal paese asiatico. Possiamo riequilibrare questo rapporto premendo sull’acceleratore dell’export e valorizzando i prodotti del Made in Italy (in particolare le 3F: Fashion, Food e Furniture), provando al contempo a diminuire la quota di importazioni attraverso azioni mirate di reshoring (ritorno in patria della produzione industriale), in quest’ultimo caso ottenendo il beneficio ulteriore di rendere le nostre catene del valore più resilienti agli shock esterni.
In terzo e ultimo luogo potremmo agire sulla leva degli investimenti: per ogni euro investito da imprenditori cinesi in Italia, gli imprenditori del nostro paese ne hanno investiti circa 7 in Cina.
Anche questo rapporto dovrebbe essere riequilibrato e potrebbe generare opportunità rilevanti (soprattutto nel settore dell’automotive e delle batterie elettriche) a patto di avere l’accortezza
fondamentale, come fatto da Pechino a suo tempo, di mantenere il controllo su imprese, tecnologie e know-how strategici attraverso impianti di governance efficaci.
In estrema sintesi, l’intreccio tra la sfera economica e quella geopolitica rende particolarmente complesso immaginare il futuro delle relazioni italo-cinesi: è un cammino complicato e ricco di
ostacoli, ma a ben vedere anche Marco Polo deve aver pensato lo stesso oltre 700 anni fa, quando si accingeva ad intraprendere la sua straordinaria impresa.

Alessandro Somaschini*, bergamasco, classe 1984, è Vice Presidente Nazionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Membro del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo presso il Ministero degli Affari Esteri (MAECI) e Membro del Gruppo Tecnico Internazionalizzazione di Confindustria.
È inoltre Membro della Task Force Trade & Investment del B20 – Brasile 2024, engagement group ufficiale della comunità imprenditoriale presso il G20, Membro del Comitato Esecutivo di YES for Europe e Presidente della delegazione italiana della G20 Young Entrepreneurs Alliance, oltre ad essere Consigliere di Amministrazione di diverse aziende bergamasche.
In passato è stato Membro di Task Force all’interno del B20 nelle edizioni organizzate in Italia (2021), Indonesia (2022) e India (2023), ed in precedenza ha ricoperto le cariche di Membro del
Comitato Esecutivo dell’Associazione Italiana dei Costruttori di Organi di Trasmissione (ASSIOT) e di Vice Presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Bergamo.
È stato Consigliere di Amministrazione di Somaschini Automotive ed Executive Vice President di Somaschini North America, lavorando negli Stati Uniti nel settore della componentistica meccanica.
Ha cominciato la sua carriera a Roma nel settore Aerospazio e Difesa all’interno del Gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo), dopo essersi laureato con lode in International Management presso l’Università Bocconi di Milano.




