La lettera
Pendolari disperati: “Bergamo-Milano un’agonia: ritardi, cancellazioni, scioperi, degrado. Situazione inaccettabile”
Il racconto di uno di loro che ogni giorno si trova alle prese con una lunga serie di disservizi: “Possibile – ed è forse la domanda fra tutte più sconcertante – che diciassette anni fa, quando ho cominciato a prendere il treno, la situazione fosse migliore?”
Un pendolare disperato racconta delle mille peripezie quotidiane per raggiungere, partendo da Bergamo, il proprio posto di lavoro a Milano: una tratta che copre utilizzando il servizio ferroviario, capace ogni giorno di sorprenderlo in negativo.
Ecco la sua lettera.
“Spettabile Redazione,
questa lettera arriva in grande ritardo rispetto al momento in cui avrebbe dovuto essere scritta.
Questa volta mi sono però imposto di vincere la pigrizia, la disillusione e l’intima convinzione che scrivere una lettera sarebbe solo un’inutile perdita di tempo, e di portare all’attenzione di chi legge una situazione – sempre monitorata con attenzione dal Vostro giornale – che merita di essere rappresentata: ai bergamaschi che hanno la fortuna di non prendere il treno, affinché si rendano conto delle condizioni del trasporto ferroviario, casomai avessero l’ardire di avvalersene; alle autorità, siano esse regionali, comunali o i vertici di Trenord, per sollecitare non dico un cambiamento (sarebbe chiedere troppo), ma quantomeno una risposta; e anche ai bergamaschi che, come me, il treno hanno invece la sfortuna di prenderlo, nella speranza di risvegliare una coscienza comune che, se mai vi è stata, è andata smarrita.
Sono un pendolare da Bergamo verso Milano, e la situazione dei treni regionali è ormai diventata inaccettabile.
Faccio riferimento in particolare ai treni del primo mattino.
Dai primi mesi dell’anno, in concomitanza con l’inizio dei lavori di ammodernamento (…) della stazione di Bergamo, i due treni che venivano effettuati alla volta di Milano – quello delle ore 7.35 per Milano Centrale e quello delle ore 7.45 per Milano Greco-Pirelli – sono stati unificati in uno solo, quello delle ore 7.40 per Milano Centrale.
Già questo rappresentava un discreto disagio, ma, se fatto in previsione di un miglioramento, si era disposti, obtorto collo, a tollerarlo.
Questo, a condizione che il treno delle ore 7.40 (che è un treno fondamentale, perché è quello che, se in orario, consente di essere in ufficio alle 9 se si lavora in centro a Milano: cosa che non è garantita dal treno delle 8.02) fosse sempre effettuato, e fosse sempre in orario.
Peccato che ciò avvenga raramente.
Nella settimana che si è appena conclusa, che è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, il treno in questione è stato infatti cancellato sia mercoledì sia giovedì (mentre venerdì è partito in ritardo di quindici minuti, cosa che passa sottotraccia al raffronto con le cancellazioni dei giorni prima; anzi, si arriva al punto di ringraziare che il treno ci sia). La conseguenza è stata che una fiumana di persone si è dovuta riversare sul treno delle 8.02, partito da Bergamo con le persone che non hanno trovato posto a sedere stipate come su un camion di polli, e ancor più stipate dopo le fermate di Verdello-Dalmine e di Treviglio Ovest (mentre a Pioltello-Limito, stazione che ormai da qualche anno sembra essere divenuta, a sua insaputa e non si sa bene per quale motivo, snodo fondamentale del trasporto regionale, non sale mai nessuno).
Inutile dire che il viaggio in condizioni di questo tipo non è fatto in sicurezza, perché ogni frenata del treno potrebbe causare cadute, è motivo di tensioni fra i passeggeri (che, non a caso, si sono verificate), e per giunta può essere causa di malori per gli stessi (che pure si sono verificati).
Tutto questo senza dimenticare che, salvo limitati casi, chi prende il treno fra le 7.00 e le 8.00 del mattino non lo fa per fare una passeggiata a Milano, ma perché deve andare al lavoro o all’università, e quindi è, nella larga parte dei casi, tenuto al rispetto di un orario, oppure atteso per un appuntamento o una lezione.
Forse a Trenord sfugge che la fascia fra le 7 e le 8 è il momento più sensibile della giornata, proprio perché dalla puntualità del treno dipende il puntuale ingresso al lavoro (o nel luogo di studio) dei pendolari; e ho motivo di credere che i pendolari, nell’alternativa fra entrare al lavoro in orario e rincasare in orario, in linea generale preferiscano – da perfetti bergamaschi – la prima.
In questa fascia del mattino, quindi, bisognerebbe cercare di non sgarrare.
Nessuno penso abbia la pretesa (che peraltro sarebbe legittima, e forse anche doverosa) che i treni siano in perfetto orario: ormai abbiamo imparato a conoscere le gesta di Trenord, e sappiamo bene che cosa aspettarci. La semplice pretesa che si ha è che almeno le corse previste siano effettuate, e che non siano in forte ritardo: cosa che, negli ultimi tempi, sembra essere sempre meno garantita.
A lasciare sgomenti più delle cancellazioni e dei ritardi, tuttavia, è come se ne viene informati (o, per meglio dire, non se ne viene informati).
Della cancellazione si apprende dal tabellone o dall’applicazione per smartphone di Trenord, quando è aggiornata; dei ritardi, invece, sempre più spesso si apprende in corso d’opera, nel senso che ci si accomoda su un treno presentato come in orario ma che rimane piantato in stazione per dieci e a volte anche venti minuti.
È sempre più raro che il personale di bordo ci metta la faccia (e la ragione di ciò, va detto, sta probabilmente anche negli spiacevoli episodi di maleducazione da parte dei passeggeri che talvolta si è trovato a fronteggiare). È francamente sconsolante, tuttavia, che i passeggeri, per cercare di capire quando sarà loro data la grazia di partire, debbano ricorrere all’app di Trenord, quando ci sono un macchinista e un controllore a bordo, che sono fino a prova contraria dotati di altoparlante (che vengono invece regolarmente usati per mandare a ripetizione gli inutili annunci registrati).
Cause della cancellazione o del ritardo solo in qualche occasione sono fornite (per quanto si lasci apprezzare la fantasiosità che a volte le caratterizza). È come se i passeggeri non fossero ritenuti meritevoli di una spiegazione o, peggio, come se dovessero mettere in conto che, insomma, ogni tanto ci sta che il treno salti o sia in ritardo di mezz’ora.
Se ci fosse un’informazione trasparente e onesta, magari non appaltata alla app, anche i ritardi e le cancellazioni sarebbero meno esasperanti e accettati in maniera migliore.
Sembra che a volte ci si dimentichi che il pendolare paga per un servizio; e qui si arriva all’ulteriore tasto dolente dei costi del trasporto, in costante aumento senza che all’aumento faccia seguito un miglioramento del servizio erogato. È chiaro che l’aumento trova motivo nell’inflazione, ma è altrettanto chiaro che pagare un centinaio di euro al mese per un servizio zoppicante indispettisce e non poco.
Come se non bastasse, a tutto ciò si aggiungono gli scioperi ormai al ritmo di uno ogni venti giorni.
Ci sarebbero poi alcune questioni ancor più di fondo, sulle quali è forse meglio soprassedere.
Possibile che per percorrere i 56 km di linea ferroviaria che collegano Bergamo, terza città della Lombardia, e Milano, prima città della Lombardia, possano volerci, ancora nel 2024, dai 45 ai 55 minuti? Se la matematica non inganna, significa una media di circa 70 km/h, che per un treno, ancorché regionale, appare a dir poco avvilente.
Possibile che la linea Verona-Brescia-Milano, per quanto anche questa afflitta dalle sue problematiche, sia molto più performante (parlo per esperienza) della linea Bergamo-Milano, quando, per parte della tratta, corrono fianco a fianco?
Possibile – ed è forse la domanda fra tutte più sconcertante – che diciassette anni fa, quando ho cominciato a prendere il treno, la situazione fosse migliore?
Evito poi, per senso di pietà, di parlare della linea Milano-Bergamo via Carnate. Mi limito soltanto a dire che il tempo di percorrenza della tratta è pressoché identico a quello di un viaggio aereo da Bergamo a Brindisi… Semplicemente, non è una linea ferroviaria degna di questo nome (e di questo secolo).
Una cosa, ed è l’ultima, della quale vale invece la pena di parlare è l’inciviltà sempre più dilagante sui treni. Sembra ormai diventato (mal)costume comune quello di mettere i piedi sui sedili (magari a piedi nudi: prassi molto cara ai turisti) e di ascoltare la musica senza cuffie (prassi invece specialmente cara ai gruppi di, come si usa qualificarli oggi, “maranza”); tralasciando la sporcizia, che tuttavia c’è sempre stata e non è una novità di questi periodi. Se a questo quadro si unisce il rientro serale nell’ameno contesto della stazione di Bergamo e zone limitrofe (sul quale fortunatamente sembrano essere stati riaccesi i riflettori), si può immaginare quanto l’esperienza del treno possa risultare piacevole.
Quello che precede è lo sconfortante quadro del trasporto ferroviario Bergamo-Milano.
I pendolari bergamaschi meritano un cambio di passo e, ancor prima, delle spiegazioni, che credo che anche il Comune, per quanto non direttamente competente, non possa esimersi dal fornire, perché la situazione riguarda i suoi cittadini.
La circolazione dei treni del mattino tornerà mai alla normalità, con il ripristino dei due treni delle ore 7.35 e 7.45? Se sì, quando?
Questa situazione è destinata a perdurare sino a fine 2026 (data prevista di fine lavori presso la stazione)?
Le condizioni della linea ferroviaria Bergamo-Milano sono note all’Assessore regionale ai Trasporti e alla Mobilità sostenibile? In caso affermativo, che cosa si sta facendo o si ha in programma di fare per migliorarle?
Una considerazione finale riguarda invece gli amici pendolari.
Sui treni è sempre più frequente respirare un’aria di rassegnazione: il che è comprensibile, perché non ci si può fare il sangue amaro per ogni cancellazione o ritardo. Credo però che l’atteggiamento dovrebbe essere meno arrendevole: il rischio, in mancanza di un benché minimo e garbato disappunto, è che i disservizi diventino la nuova normalità.
Qualche volta ho pensato che una forma di protesta potesse essere lo ‘sciopero dell’abbonamento’ per un mese, come forma di auto-risarcimento per i disagi subiti; ma quello che ci frega è l’essere persone troppo oneste.
Resta però ferma la speranza che i pendolari ritrovino un po’ di sana combattività (e forse anche di organizzazione) per reagire a quello che non va. In mancanza, temo che bisognerà rassegnarsi a continuare a tollerare l’intollerabile.
Spero che questa mia lettera non cada nel vuoto e porgo cordiali saluti.
Fabio Vecchi”



