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I Motorpsycho sono bergamaschi, anche se non lo sanno
(foto di Enrico Iorio)

Il tour dei Motorpsycho di quest’estate è stato incentrato sui singoli pubblicati dalla band nei suoi oltre trent’anni di vita, quindi la parola d’ordine era: cantare

Correvano gli anni novanta e i ragazzi di Bergamo assetati di dischi, cassette e cd migravano verso Città Alta da Daniele, vate supremo e titolare dell’ormai scomparso “Punto Musica”, nella centralissima Via Colleoni.

L’incauto avventore doveva sapere che, una volta varcata la soglia del negozio, c’erano alcune regole sacre da rispettare:
1. niente compilation dance o sanremesi.
2. niente liscio o robaccia dialettale.
3. niente lagne cantautorali.
4. non si esce se non si acquista almeno un album dei Motorpsycho.

“Motorche?”, chiedeva il malcapitato, al quale veniva prontamente passato un paio di cuffie collegate allo stereo dietro al bancone. Impossibile rifiutare o storcere il naso. Se non si comprava “Demon Box” (1993), “Timothy’s Monster” (1994), o altri capolavori della band norvegese, scattavano dieci frustate. Ok, sulle pene corporali si scherza ma, dati del distributore alla mano, tra i primi novanta e i primissimi duemila, Daniele è stato il maggior seller dei Motorpsycho di tutta la penisola.

Sono passati trent’anni e in quest’arco di tempo lo zoccolo duro di fan si è allargato a macchia d’olio, coprendo gran parte degli odierni quaranta/cinquantenni, quelli che trent’anni fa si rovinavano i timpani a suon di chitarre distorte. Alcuni esempi dell’impatto che il trio (nel frattempo ridottosi a duo più turnisti vari) ha avuto sulla scena musicale bergamasca: Verdena, Hogwash, Bug, Gea, Monte Nero, Spread, The Howling Orchestra. Bastano?

Motorpsycho

Eppure qualcosa non torna: i Motorpsycho non sono inglesi o americani e nemmeno australiani. Sono norvegesi. E non di Oslo, ma di Trondheim. Dove cacchio è Trondheim? Da quando in qua la Norvegia partorisce qualcosa che non sia salmone o navi vichinghe? Questo intrigava maggiormente il rockettaro degli anni novanta, lontano anni luce dall’odierna musica-a-portata-di-mano, e per questo assai meticoloso nei suoi acquisti.

Io stesso fui, dapprima, molto scettico e pure in seguito ebbi difficoltà ad affezionarmi a questa band. Troppo grezzi, troppo poco patinati rispetto alle produzioni anglofone a cui ero abituato. Poi però, grazie ai consigli di amici già “iniziati”, mi riapprocciai a loro con spirito diverso, non più da teen-ager ma da neoventenne, e ne compresi finalmente l’unicità.

Un suono monolitico, capace di passare dal sommesso all’assordante senza perdere un’oncia di intensità. L’incontro di molteplici generi, pienamente assimilati e sapientemente riproposti. Le melodie che ti restano appiccicate. I cori perfetti. Le cover scelte e suonate con assoluta devozione. Il veicolo migliore per chi, come me, non aveva alcuna infarinatura e necessitava di un Virgilio che lo traghettasse lungo i tortuosi gironi musicali. Per non parlare della resa dal vivo. Incontenibili. Me ne sono ricordato pochi giorni fa al Karel Music Expo Festival di Cagliari, in occasione del loro consueto passaggio estivo in Italia.

Dopo averli visti un’infinità di volte in tutte le loro incarnazioni, da quella originale con Bent Sæther, Hans Magnus “Snah” Ryan e Håkon Gebhardt, a quelle successive allargate alle tastiere, poi al vibrafono, quindi alla seconda chitarra, ero convinto di essermi tolto ogni sfizio. Invece, trovarmeli lì, davanti al naso, nuovamente in tre, mi ha fatto vibrare come la prima volta, al Bloom di Mezzago, nel tour di “Barracuda” del ’99.

Sicuramente buona parte del merito va al KME Festival, ormai giunto alla diciottesima edizione, nella splendida cornice del Lazzaretto di Borgo Sant’Elia, vera e propria porta sul mare. Organizzazione impeccabile, basti dire che, per tutta la serata, nell’aria aleggiava un profumo di cucina speziata, anziché il consueto aroma di sudore-misto-birra.

Sì, ok, ma il concerto? Dunque, il tour di quest’estate è stato incentrato sui singoli pubblicati dalla band nei suoi oltre trent’anni di vita, quindi la parola d’ordine – almeno per me – era: cantare. Non senza i soliti conigli dal cappello, come da buona abitudine dei nostri intrepidi norreni. Come quando a metà scaletta Bent annuncia che il pezzo successivo non viene eseguito da un fantastilione di anni (“a gazillion years”), probabilmente dalla data di Rimini del ’98 (parole sue). E lì parte una versione furibonda di Young Man Blues degli Who. Che in tutta la prima fila conosco solo io, mentre gli altri mi fissano con sguardo interdetto, come se arrivassi da un altro pianeta.

No, cari, io vengo da Bergamo. Come i tre sul palco.