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Bene Draghi, ma cambiamo i processi decisionali dell’Unione Europea

La vera rivoluzione sarebbe mettere nero su bianco una modifica de “i processi decisionali” (come li chiama Draghi) europei. Alcuni paesi aderiranno, altri no e soffriranno da soli del nanismo verso il quale condurranno i populismi nazionalistici

L’Europa siamo noi. Per questo è importante che Bergamonews mantenga una finestra sempre aperta sui temi europei o, meglio, trattati a livello europeo, perché non sono lontani e sicuramente più importanti delle questioni che hanno riguardato per esempio qualche Ministro di casa nostra in tempi recenti.

Bene, quindi, l’intervista a Gori di qualche giorno fa sul rapporto Draghi, allora in dirittura d’arrivo, oggi noto a tutti.

Gori condivide, come molti di noi europeisti, le linee tracciate dall’ex Presidente del Consiglio ed ex Presidente della Banca Centrale europea su quello che c’è da fare: investire in innovazione, decarbonizzazione e sicurezza per essere più produttivi, mantenendo il modello sociale, quindi il welfare, che distingue i paesi europei dal resto del mondo. Notevole è anche il richiamo alla centralità della politica industriale. Il fatto che il 17% del PIL del mondo sia dell’Unione Europea come pure della Cina (USA al 26%, dati del 2023 a prezzi correnti) ci fa pensare che se fossimo migliori e uniti nella gestione del nostro patrimonio, saremmo più forti nell’indirizzo che vorremmo dare al resto del mondo in termini di pace, sicurezza sociale, diritti.

Ma così non è, perché?

Perché manca la capacità esecutiva e la leadership politica per evitare che queste idee contenute nel Rapporto Draghi siano l’ennesimo (peraltro non troppo originale) libro dei sogni europei.

Il Parlamento, con qualche potere in più, è generalista e poco incisivo, lo capiamo anche dalle parole dello stesso Gori, fresco di nomina, ma sembra già preoccupato del lavoro di commissione parlamentare dove arbitrare tra esigenze diverse porta talvolta a risultati modesti.

La commissione paga l’assurdità dell’obbligo di avere commissari di ciascun paese aderente all’Unione, con paesi come (ahimè) la stessa Italia che non hanno votato a livello governativo per la presidenza von der Leyen: come se la Presidente Meloni avesse nel governo un esponente del PD perché tutte le regioni devono essere rappresentate nell’esecutivo, concetto veramente singolare della rappresentanza democratica.

Draghi

E infatti si intersecano interessi di parte politica con interessi geografici/territoriali, una sovrapposizione che sarà di ostacolo alla realizzazione delle idee draghiane, ma che in genere non permette una significativa politica di indirizzo centrale all’Unione Europea.

La vera rivoluzione sarebbe mettere nero su bianco una modifica de “i processi decisionali” (come li chiama Draghi) europei. Alcuni paesi aderiranno, altri no e soffriranno da soli del nanismo verso il quale condurranno i populismi nazionalistici. Purtroppo la cultura dei fatti oggettivi (la perdita di produttività tra Stati Uniti e Europa, il 30% del PIL in meno in dieci anni, il ritardo nelle tecnologie, il costo superiore di molto dell’energia, lo spreco nella difesa) è talvolta sconfitta dalla mentalità protezionista e di piccolo cabotaggio.

La vera sfida è individuare quale leader politico europeo ha il carisma per spiegare le 400 pagine di Draghi a tutti i cittadini europei per cambiare la mentalità e per condividere le emozioni di un progetto. Forse per il Presidente Draghi, parafrasando una sua battuta nell’ultima conferenza stampa da presidente del Consiglio, le capacità tecniche straordinarie andrebbero accompagnate da un cuore “non da banchiere”. Forse accanto al rapporto ci vorrebbe un incarico esecutivo ad hoc per lo stesso Draghi.

Noi comunque continueremo a batterci per i valori europei, per il mutualismo tra i paesi aderenti, per l’identità europea. Rimane il progetto più interessante e pacifico nell’evoluzione delle alleanze nel mondo.