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“Così siamo arrivati al killer di Sharon: poteva uccidere ancora”

La procura mira ad accertare se Moussa Sangare è il responsabile di altre aggressioni simili. La sorella l’aveva denunciato più volte, l’ultima l’8 maggio per maltrattamenti. Un vicino: “Senza autocontrollo, qualche tempo fa provò a incendiare casa”. Il sospetto che quella notte fosse a Terno (anche) in cerca di droghe

Bergamo. Sui social le frasi dell’icona pacifista John Lennon, a casa una sagoma di cartone a forma di essere umano per lanciare coltelli. È una personalità tutta da decifrare quella di Moussa Sangare, trentenne disoccupato di origini africane, arrestato con l’accusa di omicidio con l’aggravante dei futili motivi per avere ucciso Sharon Verzeni la notte tra il 29 e il 30 luglio scorsi a Terno d’Isola. Un delitto feroce, premeditato secondo gli inquirenti, visto che il presunto omicida “è uscito di casa con quattro coltelli: l’obiettivo era evidente, voleva colpire qualcuno”, ha detto il procuratore facente funzione di Bergamo Maria Cristina Rota.

Il movente? Nessuno. O forse sì: un irrefrenabile “impulso a uccidere”. Così avrebbe dichiarato l’arrestato in sede di interrogatorio, assistito dall’avvocato Giacomo Maj. “Sono dispiaciuto, non so spiegare perché sia successo. L’ho vista e l’ho uccisa”. Stop. La convinzione degli inquirenti è che Sangare potesse uccidere ancora, se non fermato in tempo. “È verosimile che ci sia una problematica psichiatrica, anche se è un discorso prematuro e sarà un tema da approfondire con consulenze ed un’eventuale richiesta di perizia”, ha fatto presente il suo legale. Se così fosse, sarebbe l’ennesimo omicidio – il quarto consecutivo – legato alla sfera del disagio psichico in terra bergamasca. Forse il più spaventoso di tutti, visto il profilo dell’autore: un killer che sceglie le vittime a caso, alieno ai servizi sanitari territoriali.

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Sharon, 33enne barista con un diploma d’estetista, ha incrociato il suo assassino all’una di notte in via Castegnate a Terno d’Isola, a pochi passi dalla piazza del paese. Qui Sangare l’avrebbe presa per il collo, le avrebbe dato una prima coltellata allo sterno per poi infierire con altre tre, lasciandola agonizzante. Il tempo di una telefonata al 112 (“mi ha accoltellata”), poi la morte. Non solo, prima di aggredire la donna avrebbe minacciato due minori a Chignolo d’Isola, agitandogli davanti un coltello. I pm hanno rivolto ai ragazzini un appello, affinché si facciano avanti per raccontare ciò che hanno visto.

Decisive per arrivare all’assassino, invece, sono state le testimonianze fornite in caserma da due cittadini stranieri di passaggio a Terno, individuati dai carabinieri. L’oscuro e opaco fotogramma di una bici che percorreva contromano la via a tutta velocità è la pietra miliare di questa indagine, ma da solo non poteva bastare a identificare il sospetto. “È lui, è lui” l’uomo in bicicletta, hanno indicato i testimoni agli inquirenti dopo avere visto dei frame più nitidi, raccolti nella zona tra Terno e Suisio visionando oltre 80 telecamere. Molte di scarsa qualità, hanno lasciato intendere i magistrati senza troppi giri di parole (“non pensate fossero quelle dei film polizieschi americani”).

Generico agosto 2024Il fotogramma dell'uomo in bici

E dire che i carabinieri e la procura pensavano – o hanno fatto pensare a stampa e opinione pubblica – che l’uomo in bici fosse ‘solo’ un testimone. Poi, però, le contraddizioni di Sangare – fermato mercoledì alle 22.30 in via IV Novembre a Medolago e portato in caserma davanti al tenente colonnello Riccardo Ponzone e al pm Emanuele Marchisio – hanno iniziato a rischiarare le ombre che ancora si addensavano su questa storia. Le lacrime del trentenne hanno preceduto la confessione: “Sì, sono stato io”.

Tre dei coltelli che aveva con sè sarebbero stati gettati nell’Adda a Medolago, avvolti in un sacchetto appesantito dai sassi recuperato dai sommozzatori. Anche l’arma del delitto è stata trovata nei paraggi del fiume, su indicazione dello stesso indagato che dice di averla sepolta sotto terra. “La lunghezza della lama è compatibile con i segni riscontrati dal medico legale”, ha osservato il pm Rota.

La procura sta cercando di capire se in passato vi siano stati episodi con modalità analoghe, anche senza esiti così drammatici. Il riferimento, dunque, non è diretto agli omicidi Roveri e Del Gaudio, delitti irrisolti che hanno sconvolto la provincia con vittime altre donne. Allo stato, Sangare avrebbe il solo precedente dei maltrattamenti in famiglia, ai danni della madre e della sorella 27enne Awa, minacciata alle spalle con una lama (l’ultima denuncia risale all’8 maggio). Di ritorno a casa in via San Giuliano a Suisio, entrambe hanno preferito ‘dribblare’ i cronisti senza rilasciare dichiarazioni, anche se lo sguardo nei loro occhi lascia perfettamente intuire le emozioni che stanno provando in queste ore.

mamma e sorella moussa moses sangareI familiari del presunto assassino di rientro a casa

Per ora, la sintesi di questa vicenda è tutta nelle parole del pm Rota: “Poteva essere la signora Verzeni o uno di noi che passava di lì”, come avevano pronosticato sin dall’inizio molti residenti di via Castegnate. Del resto, non ci vuole Sherlock Holmes per vedere il degrado che spesso si materializza sotto i loro occhi. In un delitto privo di movente, a fornire indicazioni preziose sul killer può essere il contesto. “Qui è pieno di tossici e spacciatori”, hanno più volte denunciato ai giornalisti che piantonavano il centro di Terno d’Isola. Sangare non risulta essere un pusher (perché mai rovinarsi la piazza con un gesto così eclatante?) mentre ci sono dubbi sul fatto che assumesse droghe. E che fosse lì per acquistarle, anche se durante il colloquio con magistrati e carabinieri è sembrato “lucido”.

In paese, alcuni parlano di lui come un ragazzo “tranquillo”, che se ne andava in giro in bici e monopattino salutando con il gesto della pace. Altri, come i vicini di casa, lo raccontano diversamente: parlano di un ragazzo scriteriato, senza autocontrollo, che li svegliava a suon di urla nel cuore della notte, che “ballava” mentre i vigili del fuoco arrivavano a spegnere un incendio scoppiato nella loro palazzina, forse da lui stesso appiccato.

Sempre in paese, il presunto killer di Sharon Verzeni era conosciuto per avere girato qualche anno fa un video rap di successo, con migliaia di visualizzazioni su YouTube, tant’è che sui suoi profili social ci sono alcune foto dove è in compagnia di rapper famosi. Da adolescente, sempre con lo pseudonimo “Moses”, si era fatto conoscere anche nell’ambiente dei graffiti, una passione (portata avanti legalmente o no, non lo sappiamo) che alternava ai corsi di teatro. Da grande sognava di sfondare nella musica, magari con un provino a ‘X Factor’, per sfuggire al lavoro da pony-pizza che saltuariamente svolgeva. Tutti progetti naufragati, tutti sogni infranti.

Andrea R., 17 anni, dice di avere visto Sangare in sella alla sua fantomatica bici nella piazza di Suisio, qualche sera prima dell’arresto: “Faceva l’animatore al Cre quando ero piccolo, mi ha salutato come se nulla fosse”. Altri che lo conoscono parlano di un “bravo ragazzo”, stravolto dopo un viaggio all’estero qualche anno fa.

Il rischio, ora che il carnefice è stato fermato, è che l’attenzione ricada tutta su di lui e ci si dimentichi in fretta della povera Sharon, strappata all’amore dei genitori, dei fratelli e del compagno Sergio Ruocco (al quale molti dovrebbero delle scuse per le inutili illazioni circolate sul loro rapporto). In generale, una giovane donna strappata troppo presto alla vita, e senza alcun motivo. Se non quell’irrefrenabile, imponderabile, ingiustificabile “impulso di uccidere”.