Marta Ciccolari Micaldi: “La letteratura americana è pop, bisogna educare i giovani a sviluppare il senso critico”
Giornalista e guida letteraria specializzata in American Studies, ha presentato il suo romanzo d’esordio alla Fiera dei Librai lo scorso 28 aprile
Marta Ciccolari Micaldi, giornalista e guida letteraria specializzata in American Studies, ha ideato il progetto divulgativo che porta il suo nome d’arte, La McMusa, attraverso il quale organizza corsi di letteratura americana in Europa e viaggi letterari negli Stati Uniti. Il suo romanzo d’esordio, “Sparire Qui: un viaggio nel cuore degli Stati Uniti attraverso incontri, pagine di letteratura e sogni americani”, è stato presentato alla Fiera dei Librai di Bergamo lo scorso 28 aprile.
Il contenuto del testo assomiglia ad un mosaico: tante piccole tessere vengono unite e ci regalano un quadro dei luoghi che l’autrice ha visitato. La storia, i racconti e le narrazioni che ha conosciuto in una vecchia aula di Università diventano una bussola, una mappa per esplorare un mondo lontano, una cultura diversa, una società nuova. Man mano che giunge nei vari Stati – i viaggi coprono il tempo di 10 anni – le sue esperienze e le sue conoscenze sugli Stati Uniti diventano più profonde e consapevoli. Fanno da cornice la musica che ascolta, i film e le serie tv che guarda, e tutte le emozioni che prova proprio mentre si trova lì.
È però davanti ad uno schermo che io e Marta ci incontriamo per la prima volta, dopo una promessa fatta (appunto) in occasione della sua presentazione alla Fiera dei Librai di Bergamo, dove sarei dovuta intervenire come moderatrice e a cui purtroppo non sono riuscita a partecipare a causa di una brutta tonsillite. E parliamo, ovviamente, di tutto ciò che la riguarda: del suo romanzo, dei suoi viaggi in America e di come sono cambiati gli Stati Uniti negli ultimi dieci anni.
Il memoir è un genere che sta prendendo sempre più spazio nella letteratura mondiale, e in Italia questo tipo di scrittura non è da meno: significativo è infatti che diversi autori, presenti in occasione della Fiera dei Librai 2024, abbiano scelto di scrivere dei libri usando proprio questa tecnica. Perché i ricordi sono un’arma vincente nel mondo dell’arte e della letteratura?
Questo genere in Italia si sta affermando in forme diverse e negli ultimi anni. In realtà non è qualcosa di nuovo: le persone da sempre hanno la necessità di narrare, e non c’è niente di più interessante di descrivere le vicissitudini di una persona per raccontare invece storie che riguardano gli altri. C’è però differenza tra l’autobiografia e il memoir: quando un autore o un’autrice scrive un memoir è per venire a patti con un tema, con un trauma, con un dettaglio della propria vita che non è tutta la vita stessa, quindi non un’ autobiografia scientifica, cronologica e completa.
Nel memoir si vanno a toccare determinate esperienze, proprio perché lo scrittore deve metterle a servizio degli altri, e questo ha un effetto emotivo ed empatico, perché nonostante possano essere diverse nei nomi, nei luoghi e nei dettagli, nei sentimenti, nelle scoperte e nelle difficoltà le nostre storie si assomigliano tutte. Il memoir è un genere che usa strumenti narrativi più che saggistici, e quindi io non potevo farne a meno Era un’esigenza forte e quindi mi sono lanciata e mi sono detta: devo scriverlo!
Nella vita, oltre a scrivere, ti occupi viaggi letterari negli Stati Uniti. Quali sono gli Stati che ti hanno lasciato il segno, da sola e con un gruppo di persone diverse da guidare?
Da sola ti direi il New Mexico, che nel libro come esperienza non c’è. In realtà ci sono stata due volte: la prima con un amico carissimo e più recentemente da sola. Ha un paesaggio naturale estremamente diversificato, sono diversi tipi di montagne e di deserto, la natura ha una luce unica.
E’ uno stato che, oltre alla parte bianca e occidentale, incorpora tutta la cultura latina e dei nativi americani, ed andare lì è veramente poter ascoltare tante voci diverse, che con i loro vissuti spesso cercano di farti comprendere quello che è stato un genocidio con la G maiuscola. Ci sono tantissime persone che arrivano dal Sud America, si parla quasi più spagnolo che inglese. La parte afroamericana è quella che manca di più… Però lì c’è un tipo d’America veramente integrata, molto più dei melting pot Newyorkese o Losangelino.
Il New Mexico è uno Stato che mi ha dato veramente molto in un momento in cui ero un po’ stanca degli Stati Uniti… Sai, si dice che chi lavora con gli USA, soprattutto in ambito culturale, più conosce gli Stati Uniti e meno li ama, perché sono un Paese che ha creato un’enorme narrazione di sé, ma che una volta conosciuto veramente rivela una serie di problematiche che possono essere abbastanza respingenti. Ero in un momento di grande stanca, il New Mexico mi ha ridato un po’ di energie conoscitive.
In gruppo, invece, il Texas, che è il mio Stato preferito: gode di ambiguità e stereotipi, ma da imparare ad attualizzare. Poter continuare a scoprire la sua bellezza con un gruppo di persone che è lì con me è veramente meraviglioso e stimolante: lo vedi nei loro occhi quanto cambiano le idee che hanno rispetto alle storie che incontriamo, ai posti che visitiamo etc. La cosa più banale è che quando uno arriva in Texas si aspetta il deserto, tutto giallo, e invece lo trovi pieno di colline verdi. Tutti rimangono spiazzati! Bisogna mettere in crisi le solite storie che arrivano da tutto ciò che ci circonda: libri, mass media, cinema, tecnologia etc. Il Texas è e sarà sempre un grande stimolo per me.
Parlando proprio del Texas, secondo te perché esiste una narrativa che ci porta a credere che questo Stato sia solo legato ai cowboy bianchi e conservatori e al possesso d’armi? Potrebbe essere lo stesso motivo per cui in Italia ci conoscono per la pizza, la mafia e il mandolino?
Guarda, è proprio così. Il Texas ha una storia molto diversa dal resto degli Stati Uniti: è rimasto indipendente dall’Unione e dal Messico durante la metà dell’Ottocento, indipendenza che è durata dieci anni e che è valsa un’eternità di orgoglio. Questo certamente deriva dalla storia politica rispetto agli attori del momento, ma è anche ciò che nel concreto i texani hanno fatto per tutti i giorni per secoli e fanno ancora, cioè i cowboy.
Il fatto che si lavori la terra e si badi al bestiame c’era nell’800 e che c’è ancora oggi, ed è ciò che ha costituito la ricchezza e l’anima dello Stato per molto tempo. Solo in un secondo momento sono arrivati il petrolio e le energie rinnovabili, quindi le grandi città si sono aperte: ciononostante, la modernità del Texas non ha ancora fatto in tempo a diventare una conoscenza comune in Italia…
Poi, tornando agli stereotipi, si dice anche che il Texas sia un brand, e come tutti i brand deve essere riconoscibile immediatamente: ecco l’esempio degli stivali e delle pistole. E’ una storia, quella della brandizzazione dello Stato, che si è fatta forte grazie al genere western, un genere totalmente fittizio, che non aderisce al vero se non dal Revisionismo in avanti, ma insomma, che in realtà è lontano.
Nel tuo libro “Sparire qui” racconti ben due volte del tuo viaggio in Illinois nel 2013, alla ricerca di un maggiore approfondimento su David Foster Wallace . Una delle domande che ti poni durante il soggiorno a Bloomington è cosa ci facesse un grande scrittore come lui in luoghi così “aridi” come quelli del Midwest. Quindi ora ti pongo una domanda provocatoria, partendo proprio dalle parole che hai scritto tu: “Cosa diavolo ci faceva David Foster Wallace in un posto come questo?” Sei riuscita a trovare una risposta?
Sì, sono riuscita a trovarla sia nella storia personale dello scrittore, sia nel percorrere il Nord America, visitando i tanti luoghi che lo caratterizzano. Scrittori come David Foster Wallace non avrebbero mai accettato il compromesso di vivere in una grande città come New York (oppure sulle due coste in un contesto vivace), dove la vita intellettuale è fondata sull’apparenza. Avere a che fare con l’America profonda, di provincia e rurale, con gente concreta che lavora con le mandrie o nei centri commerciali, con persone che si sentono trascurati dal progresso del Paese, se fai lo scrittore non è per niente male, anzi: da un lato ti protegge dal trambusto, che per esempio a Wallace non piaceva per niente, dall’altro è veramente stimolante perché ricca di storie. Quindi ho fatto pace con quella domanda (forse un po’ pregiudicata), anche perché mi è venuta agli inizi dei miei viaggi, nel 2013.
I viaggi del tuo libro coprono più di 10 anni, dal 2010 al 2022. Pensi che l’America sia cambiata in questo periodo? Se sì, in che modo? Quale ruolo hanno giocato l’ascesa di Trump, la pandemia e la morte di George Floyd nel quadro generale?
L’America dal 2010 è cambiata tantissimo… Trump è stato sicuramente causa di tante cose, ma lo vedo più come un “sintomo” dell’America che fallisce, visto che nel 2016 è stato eletto. Prendo ancora come esempio l’immagine dei paesini di cui ho parlato prima, in cui arriva poco l’eco di ciò che succede a Washington: spesso queste persone si sentono totalmente trascurate, ed è facile, da quell’ isolamento, arrivare a percepire un malcontento. Trump, in quel contesto, ha detto le parole alcune persone volevano sentirsi dire, con una retorica populisa che non approvo (e anzi che ha rovinato e diviso ancora di più il Paese).
Gli anni dieci del duemila sono stati quelli in cui si è visto perdere il terreno comune che era la base della democrazia ammirata da molti: si poteva essere di due opinioni diverse, ma l’insegnamento degli americani era proprio la capacità di dialogare, di alternarsi al governo del paese. E invece adesso siamo arrivati alle porte della Guerra Civile, il 6 Gennaio 2021 c’è stato un tentativo di insurrezione a Washington… Vedremo cosa succederà a Novembre.
Le numerose proteste per George Floyd sono state sicuramente utili, rumorose e di esplosione comune: dopo anni di lotte per i diritti civili e di contrapposizione ideologica tra un tipo di America e l’altra, ce n’era bisogno. E’ come se ci fosse stato, nei primi anni venti, un bisogno di rompere gli schemi della retorica presente nel decennio prima.
Il Covid ha inciso tantissimo sulla fascia di popolazione più svantaggiate: le persone latine, afroamericane e native erano quelle che non potevano permettersi di stare a casa, perché in una società come quella americana purtroppo il razzismo è intersezionale e sistemico. Ci sono state conseguenze gravi nell’isolamento e nella solitudine, la pandemia non ha fatto altro che estremizzare. La solitudine è un’altra epidemia di cui si parla molto poco che è molto presente negli Stati Uniti.
Ti sei avvicinata al mondo degli Stati Uniti nel periodo universitario, grazie alle lezioni della prof.ssa Barbara Lanati, che attraverso il suo metodo di insegnamento riusciva a farti “trasmigrare” dall’aula universitaria ai mondi raccontati da Emily Dickinson, Raymond Carter e altri autori americani. Purtroppo i dati legati a fenomeni di dispersione scolastica e all’abbandono degli studi universitari sono sempre più alti. Quanto è importante che la didattica continui ad evolversi, e che ruolo potrebbe avere la letteratura americana, per migliorare questa situazione?
Bellissima domanda! Tutta la letteratura americana è pop: accessibile, divertente ed avvincente. Un autore che non è nel mio libro, ma che io adoro è Stephen King: estremamente pop, perché vende milioni di copie in tutto il mondo; arguto, perché scrive libri fantasy, thriller, horror e psicologici; raffinato e alla portata di tutte e tutti, perché riesce a raccontare l’America in maniera ineguagliabile.
Gli americani sono molto bravi, quasi tutti, a disfarsi di queste differenze intellettuali che invece in Italia abbiamo ancora e che secondo me sono delle gerarchie che frenano (invece che accelerare) l’avvicinamento degli studenti alla letteratura e alla cultura. La cultura dovrebbe essere intrattenimento, divertimento, storie che arrivano da ogni contesto, anche social: bisogna educare le persone giovani a sviluppare il senso critico (in senso letterario e non solo). Gli Stati Uniti possono essere un ottimo banco di studi!


