“La nota più acuta”, il chitarrista Marco Pasinetti racconta la sua ultima impresa musicale in alta quota
Nel suo ultimo progetto il “Paso” ha completato il giro dei rifugi delle Orobie rendendosi protagonista di un concerto elettrico in solitaria su ciascuna delle vette toccate
“Molla il tuo fardello e mettilo sulle mie spalle” (The Band, 1968). Marco “Paso” Pasinetti è quello che i maestri di scuola di una volta avrebbero definito un animo irrequieto. Sempre in cerca di qualche nuova sfida, sia in campo accademico (tre lauree, mica noccioline), sia in quello della sperimentazione.
Quando lo conobbi, una dozzina di anni fa, fu il padre che timidamente mi invitò (via fax, temporibus illis) a un suo concerto. Ci andai, più che altro per cortesia professionale verso un collega con più anni di me. Che non ringrazierò mai abbastanza. Quello a cui assistetti furono novanta minuti di rock-blues infuocato. Non sarei potuto essere meno pronto per una mitragliata del genere.
All’istante lo volli conoscere, sapere che chitarra aveva (quella Strato meriterebbe un articolo a parte, e chissà che magari, un giorno), quali effetti usava, che ampli adoperava, da chi andava a lezione, di chi era quel pezzo prima dei bis, e soprattutto da quale pianeta potesse mai arrivare un ventenne come lui, con il volto da angioletto, il suono sfacciato, la postura trasognata e quell’insopportabile basso profilo tipico di tanti, troppi artisti bergamaschi. Non credo gli stetti simpatico, col mio fare esuberante e sopra le righe, ancor oggi non so come mi giudichi, ma ormai non mi interessa più. Negli anni la sua evoluzione artistica è progredita in mille direzioni diverse, senza mai abbandonare del tutto le proprie radici chitarristiche imbastardite, ma con vieppiù generose incursioni nel funk, jazz e be-bop, oltre a un’esperienza sul campo da turnista navigato.
Questa volta, però, il Paso si è davvero superato. Non solo ha unito due delle sue più grandi passioni, la musica e la montagna, ma ha saputo promuoversi a un livello tale che un fissato di divulgazione come il sottoscritto non avrebbe potuto non ammirare. Il mio è, infatti, solo uno dei numerosi report del suo ultimo incredibile progetto: il giro dei rifugi delle Orobie, in sette giorni, con chitarra e ampli in spalla ed un concerto elettrico in solitaria su ciascuna delle vette toccate: Albani, Curò, Coca, Brunone, Longo, Laghi Gemelli e Alpe Corte. Una follia degna del miglior Cervantes. Il tour si chiama SONOROBIE, un nome che, già di suo, suona da dio. Ce ne parla il protagonista, appena rientrato da quest’impresa e già in piena attività concertistica.
Come hai avuto l’idea di coniugare il trekking e la musica?
Sono musicista di professione e vado in montagna fin da bambino. In passato, mi è capitato occasionalmente di suonare nei rifugi e sono sempre stati concerti assai intensi, perchè i paesaggi sono molto evocativi e si sposano perfettamente sia con la mia musica, caratterizzata da una forte componente improvvisativa, sia con la mia personalità non troppo “mondana” (ride, ndr). Nell’ambiente montano mi trovo sempre più a mio agio. Nelle precedenti occasioni, ove possibile, caricavo gli strumenti in jeep o in seggiovia e salivo a piedi, per il piacere di farlo. Penso che la fatica della salita sia per me una pratica molto sana, liberatoria e antistress, prima dei live. Ultimamente, volevo sperimentare un’esperienza in solitudine, sia come essere umano che come musicista (nella gran parte dei miei concerti, infatti, suono con altri musicisti). Da qui a SONOROBIE ho dovuto affrontare solo l’aspetto logistico: capire se potevo davvero mettere in pratica quella che è nata come una “sparata” durante una conversazione con amici.

Che riscontri hai avuto dal punto di vista mediatico?
Hanno scritto articoli su alcune testate, e il tutto è rimbalzato molto sui social e sulle pagine on-line di trekking, col risultato che, spesso, le persone che incontravo durante i sentieri sapevano chi ero. Sopra i 2000 metri sono famoso (ride, ndr).
Come eri equipaggiato?
Chitarra elettrica Donner Hush-I, con fasce smontabili e richiudibile in una custodia simile a quella di un fucile. Ampli AeR Combo 60, effetto looper con expression pedal, due jack e cavi di alimentazione. Poi una felpa pesante, giacca per la pioggia e un paio di pantaloni lunghi, oltre a vestiti molto comodi per camminare. Qualche farmaco di emergenza e la borraccia per l’acqua.
Ci sono stati periodi critici?
Il momento più difficile è stato sicuramente la sera prima della partenza, quando ho caricato lo zaino. Avevo già provato con ampli e chitarra, ma quando ho aggiunto vestiti, acqua e medicine, il peso mi ha davvero spaventato (circa 23 kg, ndr). Ho quindi tolto tutto e lasciato a casa qualche grammo di indumenti. E’ stato molto duro il primo giorno in solitaria, nella tratta Curò – Coca, in cui per la prima volta ero solo con tutto il peso sulle spalle.
Col senno di poi, avresti cambiato qualcosa?
Forse avrei cercato un amplificatore ancor più piccolo e leggero, quello è stato il problema maggiore con cui convivere. In più, avrei dovuto esercitarmi con questa chitarra da viaggio molto prima di partire, perchè rispetto a quelle tradizionali è molto più piccola ed ho faticato un po’ ad adattarmi nel suonarla.
Cosa ti è mancato di più durante questo viaggio?
Un paio di cuffie con cui ascoltare musica prima di dormire e la mia chitarra di sempre. Quella che mi sono portato suona bene ma è molto scomoda da imbracciare. Fortunatamente quasi tutti i miei affetti più cari sono passati a trovarmi e, per il resto, i rifugisti non mi hanno fatto mancare nulla.
Come ti ha arricchito questo progetto?
Mi ha fatto crescere, costringendomi allo stretto necessario, radici solide sulle quali costruire, sia musicalmente che umanamente. Penso sia una cosa da tenere bene a mente, nonostante le mille distrazioni della vita quotidiana. In più, ho il cuore gonfio di emozioni. Nei momenti di camminata in solitaria mi è capitato di commuovermi anche senza un motivo preciso. Nella vita di tutti i giorni queste sensazioni tendono spesso a perdersi.
Hai intenzione di replicare o stai già pensando a qualche nuova sfida?
Mi piacerebbe tentare l’impresa il prossimo anno, in solo ma sull’altro versante delle Orobie, o magari sull’Adamello oppure su altre cime, anche se l’idea più pazza di tutte sarebbe quella di tentare lo stesso giro non più da solo ma con il Marco Pasinetti Trio.
Questa esperienza ti ha dato qualche stimolo per nuove composizioni?
La prima volta che ho imbracciato la chitarra, dopo essere rientrato a casa ho avuto lo spunto per un nuovo pezzo che ho subito registrato e che spero di completare presto. Per il resto sono certo che, col tempo, come avvenuto in seguito ad altre mie scorse esperienze segnanti, una volta sedimentato il tutto, nasceranno altre composizioni.
Prossimi impegni?
Oltre ai live col Marco Pasinetti Trio, suonerò a fine estate in alcuni festival jazz con il nuovo progetto di Tino Tracanna, “Sorgente”. Inoltre, sono in uscita i dischi che ho realizzato con Palomar, Reza Trio, BlueBirds, e a breve sarò in studio col nuovo quintetto di Nicholas Lecchi. Spero di registrare presto anche il mio nuovo progetto “Sinofour” coi brani che ho scritto per la mia tesi di biennio presso l’Accademia di Siena Jazz. Nel frattempo suono col mio trio, con il sestetto di chitarre Jueves Tarde, in duo con Guido Bombardieri e con il gruppo più hollywoodiano della scena bergamasca, i Druso Vampires.


