Oltreconfine: economia e geopolitica
|Difesa: il prezzo della pace
Se finora abbiamo avuto la possibilità di restare in seconda fila, i nostri alleati ci chiedono oggi di essere protagonisti del nostro destino, rinforzando la capacità di provvedere alla nostra stessa sicurezza: è il momento di pensarci
Nel mese di luglio si è tenuto a Washington il Summit annuale della Nato, l’Alleanza Atlantica che da 75 anni coordina la sicurezza del mondo libero, un’occasione importante per riunire i 32 Paesi aderenti con l’obiettivo di fare il punto sui temi chiave della sicurezza internazionale e sulle priorità del prossimo futuro.
Stati Uniti e Germania hanno annunciato al termine del Summit il dispiegamento di unità multi-forze in territorio tedesco, con missili a lungo raggio significativamente più potenti di quelli attuali, il portavoce del Cremlino ha risposto evocando la genesi di una nuova guerra fredda, i Paesi Baltici hanno accolto con sollievo questo rinnovato impegno americano e Kiev alimenta le proprie speranze per un rafforzamento della difesa collettiva.
Un quadro di questo tipo riporta indietro le lancette della storia, facendoci riflettere sul momento di cui siamo testimoni, ed in particolare sulla centralità del tema della difesa, accantonato nel nostro continente per tanti anni ed oggi tornato prepotentemente al centro della scena.
L’attenzione della Nato si è concentrata sul fianco est del nostro continente: l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin viene ritenuta dagli Alleati “la più significativa e diretta minaccia alla sicurezza dei Paesi membri ed alla stabilità nell’area Euro-Atlantica”, e viene constatato come l’approccio alle relazioni con la Russia si basi ormai (dall’annessione della Crimea nel 2014) non più sulla cooperazione, bensì sulla necessità di una deterrenza militare che possa contenere la crescente assertività ad est: il supporto alla resistenza Ucraina è stato quindi a più riprese ritenuto centrale.
Come riportato dall’Istituto per gli Affari Internazionali a luglio, accanto ad un efficace programma di assistenza (il Comprehensive Assistance Package) che ha stanziato risorse pari a 640 milioni di euro per la ricostruzione del comparto della difesa ucraino, gli aiuti bilaterali dei paesi aderenti all’Alleanza hanno già superato gli 85 miliardi: risorse rilevanti, che tuttavia non bastano a sostenere una guerra di attrito su larga scala. Fondi limitati, erosione progressiva delle scorte di munizioni ed insufficiente capacità produttiva sono tra i principali ostacoli da affrontare, e ci riconducono al tema principale: a prescindere dal posizionamento in merito al sostegno dell’Ucraina, l’epoca in cui era possibile assicurare la sicurezza europea pur limitando gli investimenti nel comparto della difesa è probabilmente giunta al termine.
Sorge quindi spontanea una domanda: come si colloca il nostro Paese in termini di stanziamenti per il comparto militare? La risposta è al tempo stesso semplice e complessa.
Quando parliamo di spesa pubblica sappiamo che dobbiamo fare i conti con una complicata eredità dei decenni passati: un debito pubblico che si attesta nell’intorno dei 3.000 miliardi di euro e genera onerosi interessi passivi da pagare periodicamente, sottraendo risorse ad utilizzi alternativi, tra i quali gli investimenti nel settore della difesa. Anche per questa ragione, ci troviamo ad occupare il ventiseiesimo posto su trentuno per gli stanziamenti militari tra i Paesi Nato.
L’ammontare destinato al comparto della difesa nel nostro Paese sarà pari nel 2024 all’1,49% del PIL, ben al di sotto della soglia minima del 2% (da raggiungere secondo gli accordi con la Nato entro il 2028) per la quale l’Italia si è impegnata nel marzo del 2022 attraverso una votazione quasi unanime presso la Camera dei Deputati. Il rischio di perdere credibilità ed influenza all’interno dell’Alleanza Atlantica in assenza di un contributo in linea con le promesse è reale (dal 1999 sino alla recente nomina di Mark Rutte i Segretari Generali della Nato sono sempre stati indicati da paesi nordeuropei, più solerti nel rispettare i target di spesa comuni), anche se la difficoltà di reperire fondi con un bilancio statale così fragile è altrettanto oggettiva. Il governo attuale e quelli futuri si troveranno davanti un cammino complicato, reso impervio dagli errori del passato.
La necessità di sostenere la credibilità italiana ed europea nell’ambito della Nato ha tuttavia un’importanza fondamentale nell’assetto geopolitico del domani: gli Stati Uniti, vero garante della nostra capacità di difesa, vivono una stagione di grande frustrazione per la cronica riluttanza degli europei ad investire nella propria sicurezza. La sensazione (giusta o sbagliata che sia) che gli europei siano stati protetti gratuitamente per troppo tempo, avendo la possibilità di destinare risorse a sistemi di welfare molto più generosi di quello americano, è ormai diffusa in maniera bipartisan sia tra i Repubblicani che tra i Democratici, e soprattutto è condivisa dall’opinione pubblica statunitense.
Un segnale molto chiaro a riguardo è stato lanciato dal candidato alla Presidenza degli Stati Uniti Donald Trump, che non esclude un ridimensionamento del ruolo americano all’interno della Nato in assenza di una maggiore partecipazione alla spesa da parte degli altri paesi aderenti. Ha inoltre destato grande attenzione la scelta del Vice Presidente che dovrà affiancarlo in caso di vittoria: si tratta di JD Vance, senatore dell’Ohio, che ha espresso il suo pensiero in maniera inequivocabile in diverse occasioni, scrivendo tra l’altro un articolo di suo pugno già nel Febbraio di quest’anno sulle pagine del Financial Times, nel quale esorta l’Europa a ricostruire la propria capacità industriale e militare, poiché in futuro, pur in presenza di un solido legame di alleanza, non potrà più contare sulla “stampella americana” nella misura in cui accade oggi.
L’ipotesi isolazionista è quindi un tema concreto al quale dovremo essere preparati. Incrementare gli investimenti e l’integrazione all’interno del comparto militare europeo richiede tempo e risulta fondamentale per almeno due ragioni: da un lato per favorire la continuazione del supporto americano, dall’altro per prepararci ad un eventuale disimpegno statunitense.
Per avere un’idea della diversa scala della capacità militare degli attori in gioco, e quindi dell’importanza di perseguire un progetto di difesa integrato, basta dare uno sguardo ai dati. Il Financial Times ha pubblicato questo mese un articolo volto ad evidenziare le lacune del comparto militare inglese (pur in presenza di investimenti annuali del 25% superiori al target richiesto dalla Nato), riportando come l’esercito russo disponga di 1.155 velivoli da combattimento, mentre il Regno Unito possa disporre di sole 159 unità, una grandezza di quasi 10 volte inferiore. Guardando alle forze navali, la Russia disporrebbe di 50 sottomarini, il Regno Unito di 10.
Considerando invece i mezzi di combattimento terrestre, la Russia potrebbe contare su oltre 2000 carri armati, il Regno Unito su 210. Infine, si stima che la Russia produca in un mese più del doppio delle munizioni per artiglieria rispetto ad Europa e Stati Uniti insieme. Queste grandezze rendono l’idea di quanto un approccio integrato e coordinato alla difesa europea sia rilevante per garantire una situazione di equilibrio, impensabile da raggiungere considerando le dotazioni dei singoli paesi alleati.
La pace in Europa, fino ad oggi garantita dall’ombrello di protezione americano, non è purtroppo gratuita ed ha un prezzo ben definito: un deterrente militare credibile, integrato ed efficace. Se finora abbiamo avuto la possibilità di restare in seconda fila, i nostri alleati ci chiedono oggi di essere protagonisti del nostro destino, rinforzando la capacità di provvedere alla nostra stessa sicurezza: è il momento di pensarci.




