Maltrattamenti alla ex moglie, la difesa: “Rapporti brutali ma consenzienti, fatti di baci e pugni”
Secondo l’avvocato di G.M. le violenze erano funzionali all’eccitamento della coppia. Lo stupro non si sarebbe consumato: “I due si erano messi d’accordo, ci sono le chat a dimostrarlo”
Casirate d’Adda. “Un rapporto malato, perverso, tossico, di odio e amore. Un rapporto senza radici, frettoloso, culminato con delle nozze da carbonai. Un rapporto dove entrambi erano vittima e carnefice. Una sessualità deviata, fatta di baci e abbracci, pugni e schiaffi”.
L’avvocato difensore descrive così, in aula, la relazione tra l’imputato G.M., 35 anni, e la moglie, estetista di 28 anni. Lui è detenuto per i maltrattamenti alla donna e per tre rapine commesse tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023.
Nella scorsa udienza il pubblico ministero Paolo Mandurino ha chiesto una condanna a 9 anni e 3 mesi di reclusione, in quella di mercoledì 5 giugno il difensore ha chiesto invece l’assoluzione per la violenza sessuale con la formula “perché il fatto non sussiste”, il minimo della pena per due episodi di lesioni e, per quanto riguarda i maltrattamenti, l’esclusione dell’aggravante dell’aver commesso il fatto davanti alla figlia di 3 anni di lei e quella dello stato di gravidanza della donna.
“Non c’è nessuna prova scientifica o medica agli atti che attesti che la signora era incinta, non c’è nessuna testimonianza, non ci sono referti”, ha dichiarato l’avvocato Antonio Impellizzeri. “Non c’è costituzione di parte civile per quanto riguarda la bambina. L’unico video che la ritrae la vede felice, allegra, chiama l’imputato “papi””.
La difesa ha cercato di insinuare dubbi sulla credibilità della 28enne, che in aula aveva raccontato di continue botte, minacce, insulti da parte del marito. Tra le lacrime aveva spiegato al Collegio giudicante che una sera, mentre lei era incinta, i due avevano litigato in auto e lui l’aveva portata in una zona isolata, l’aveva legata ad un albero e l’aveva percossa brutalmente. Aveva raccontato di una relazione fatta di tira e molla e di quella volta che lei lo aveva contattato per andare a recuperare le sue cose, dato che si erano lasciati, e lui l’aveva picchiata e costretta ad avere un rapporto sessuale sotto la minaccia di un coltello e di una pistola.
“Di queste armi non c’è traccia, non è stata fatta nessuna perquisizione domiciliare, le corde non sono state trovate”, ha dichiarato la difesa. “Tra l’altro è stata lei a contattarlo, a dirgli che voleva incontrarlo per prendere i suoi effetti personali e lui ha accettato in cambio di un rapporto sessuale. Possibile che lei si sia infilata nella tana del lupo da sola? Ci sono mail chat, messaggi vocali che attestano quanto sarebbe successo quella sera. Si erano messi d’accordo”.
Agli atti ci sono delle fotografie dei lividi e delle contusioni riportate dalla donna: “Sono immagini suggestive, certamente, ma non hanno una data certa, non si sa dove e quando sono state scattate e non possiamo avere la certezza che quelle lesioni gliele abbia procurate il mio assistito”. Ci sono però anche diversi referti del pronto soccorso al quale la donna si era rivolta in seguito alle botte di lui, tutti con prognosi superiori ai 20 giorni.
Secondo l’avvocato mancano numerosi elementi per escludere ogni ragionevole dubbio rispetto ai reati che vengono contestati al 35enne: “Ci sarebbero dei vicini picchiati, ma perché non sono stati sentiti? E gli assistenti sociali? E la ex dell’imputato, che la parte offesa vuole scappata a Roma per sfuggire alle botte?”.
Di certo, secondo Impellizzeri, “i due praticavano del sesso estremo e la violenza era funzionale all’eccitamento. C’erano sì rapporti sessuali brutali, ma erano consenzienti”. Da qui le richieste della difesa.
Il prossimo 26 giugno verrà emessa la sentenza.


