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A Palazzo Creberg l’arte di Giancarlo Defendi interroga sul presente

La mostra “Il Bene, nel Male” rimarrà aperta fino all’11 giugno, curata da Paola Ubiali e da Angelo Pezzoli

Bergamo. Nel salone di Palazzo Creberg ci accoglie un’enigmatica silhouette femminile, un po’ manichino di De Chirico, un po’ dama di Velasquez, un po’ cardinale di Manzù, trasfigurata in resina bianca in un’Infanta contemporanea con, al petto, il fiocco rosso contro la violenza sulle donne.

È l’ultima opera di Giancarlo Defendi, omaggio alla giovane Infanta di Spagna vissuta nel Seicento e costretta a matrimoni reali tra consanguinei, il medesimo soggetto sontuosamente ritratto nella monumentale tela di Velasquez che dal Prado venne in prestito in Carrara nel 2022. Lo stesso modello iconografico replicato oggi nelle dodici “Meninas” in bronzo di Valdes, grandi al vero, che invadono Piazza San Marco fino a metà giugno nel contesto della Biennale veneziana.

Una scultura eclettica, che in sé racchiude insieme archetipi e infrazioni di modelli, sia artistici che umani e che si impone all’attenzione di chi entra, catalizzando su di sé il senso stesso del titolo dell’evento: “Il Bene, nel Male”. Come dire, l’innocenza compromessa dal potere, dalla malizia, dall’ambizione, dal sopruso.

Niente di più attuale, purtroppo, in una contemporaneità in cui le parole che vengono sbandierate sono sempre più politicamente corrette, mentre il sistema di valori declinato nei fatti appare sempre più ipocrita e contraddittorio. Giancarlo Defendi sembra suggerire con le sue figure, ambivalenti e seducenti, che il bene e il male convivono, proprio come il sogno e il fallimento, così come la salute e l’insanità.
Opere come “Il racconto di Giuditta e Oloferne”, “Pervolando con Icaro”, “L’Asceta” sono altrettante esemplificazioni dei binomi qui espressi, laddove un sipario sdoppia drammaticamente i destini di Giuditta e del condottiero babilonese prima e dopo la decapitazione di quest’ultimo, il giovane Icaro reggendosi a un amico precario quanto lui sbandiera ostinatamente il mito di un volo disperato e, infine, un lunatico ispirato, poggiato a un vecchio tronco custodito da un gufo, tende le dita, chiude gli occhi e, chiuso com’è in se stesso, vede tuttavia molto lontano.

Quindici i pezzi esposti, dagli anni Settanta ad oggi, in una rassegna che evidenzia, una volta di più, la maturità e la forte personalità del percorso artistico di Defendi, la cui consumata dimestichezza con i più diversi materiali scultorei e plastici gli consente risultati di grande disinvoltura tecnica ed espressività formale. E’ il caso del “Poeta”, opera di tono ironico e sentimentale al tempo stesso, in cui la terra refrattaria fa corpo unico col legno di alcuni rami che compongono un bosco animato di luce, ricordi e fantasie. E’ il caso anche de “L’amante e la diva”, un’opera in bronzo patinato a più piani, bilanciata tra classicismo ed echi futuristi , che fa eco, a suo modo, con “Diavolo e amante”, una coppia di grande teatralità tutta realizzata in legno di recupero, con ossidatura al nitrato di alluminio. Senza dimenticare “Pergiocando”, un’ironica e archetipica epifania in terracotta patinata, che sembra uscire dritta dritta dalle pagine di Collodi, ma con evidenti accenti postmoderni.

La mostra, aperta fino all’11 giugno nel Palazzo Storico Creberg (Largo Porta Nuova, 2), è curata da Paola Ubiali e da Angelo Pezzoli, che nel bel catalogo in distribuzione gratuita sottolinea lo spirito ludico che attraversa il fare plastico di Defendi: “Mi ha molto colpito la capacità evocativa delle opere esposte, che riconducono alle pieghe più nascoste dell’esistenza; la visione di queste sculture mi ha condotto in un viaggio col pensiero che ha richiamato alla memoria i giochi semplici dell’infanzia, i sogni del ginnasio, le riflessioni del liceo”.