Mercato azionario caratterizzato da volatilità: importante valutare gli investimenti su un orizzonte di lungo periodo
Settimana negativa e che ha visto numerose società pagare il dividendo, quantificabile mediamente in circa il 2%
Settimana negativa e che ha visto numerose società pagare il dividendo, quantificabile mediamente in circa il 2%. Settimana che ha anche visto l’acuirsi delle tensioni geopolitiche mondiali: leggi le dichiarazioni della Cina sulle esercitazioni al largo di Taiwan. Il FTSE MIB lascia sul campo il 2,5%, il FTSE STAR l’1,1%, mentre il FTSE ITALIA GROWTH lo 0,2%.
Come ci aspettavamo, ci troviamo in mercati caratterizzati da maggiore volatilità. Anche l’economia si trova in un nuovo regime più volatile, in cui i rischi macroeconomici sono elevati e le valutazioni cambiano più rapidamente. Diventa quindi importante valutare gli investimenti su un orizzonte strategico di lungo periodo, considerato che la performance a breve termine può essere guidata da altri fattori. Inoltre riteniamo importante per gli investitori avere un approccio granulare per meglio scoprire le opportunità offerte.
A livello di titoli, la prima posizione spetta questa settimana a Prysmian (+5,6%) sulla scia della comunicazione che Blackrock detiene una partecipazione indiretta del 5,002%. Segue con il 2,2% PosteItaliane, sulle indiscrezioni di stampa che vedrebbero lo Stato uscire dalla società. Medaglia di bronzo per Unipol con l’1,9% che recupera parte del dividendo pagato il 20 maggio.
Nagativa la Banca Popolare di Sondrio (-13%), che scende ulteriormente dopo lo stacco del dividendo (6,8% di rendimento). Stesso copione per Italgas (-10,4%) a cui però si aggiunge lo scetticismo degli investitori per l’offerta in esclusiva per l’acquisizione di 2i Rete Gas. In particolare sul timore che l’acquisizione, se andasse in porto, comporterebbe un aumento di capitale. Negativa anche Bper (-8%) che scende dopo il pagamento del dividendo (5,7% di rendimento).
L’indice che rappresenta le piccole e medie imprese americane, il Russel 2000, ha fatto registrare dall’inizio dell’anno una performance del 4,2% circa mentre quello delle PMI Italiane, il FTSE Italia Growth è sceso del 2% circa. Al di là della performance quello che notiamo è il crescente disinteresse degli investitori, in primis nazionali, per le piccole società italiane. E lo vediamo dal controvalore degli scambi del FTSE ITALIA GROWTH, che dall’inizio dell’anno è sceso di oltre il 30% rendendo, tra le altre cose, ancora meno liquido il mercato (gli scambi del Russel nello stesso periodo sono cresciuti del 25%).
Chiaro che occorre distinguere in termini dimensionali tra le PMI statunitensi e quelle Italiane, considerate spesso micro imprese. In altre parole, c’è da considerare l’aspetto liquidità dei rispettivi mercati: per il mercato USA le PMI sono quelle che capitalizzano tra 300 milioni e 1 miliardo di dollari. In Italia ci sono PMI la cui capitalizzazione non è superiore a 10 milioni di euro. Ma anche il mercato delle big caps è completamente diverso: l’S&P 500 per esempio capitalizza US 44.600 miliardi di dollari (pari al 180% del PIL statunitense), mentre il FTSE MIB circa 745 miliardi di dollari (pari al 40% circa del PIL italiano).
Ci chiediamo perché gli investitori nazionali e internazionali non sono interessati ad investire nelle PMI dell’Italia che, come sappiamo, costituiscono l’ossatura dell’economia del Paese. Salvo evidentemente riconoscerne il valore nel momento in cui decidono di delistare il titolo lanciando un’Offerta Pubblica di Acquisto – OPA. Considerato che diverse operazioni sono state fatte ad un prezzo mediamente superiore del 50-60% circa rispetto al prezzo medio dei sei mesi precedenti il lancio dell’OPA (il premio di maggioranza vale tra il 20-30%), significa che c’è del valore inespresso nelle PMI Italiane. Valore che in Borsa non viene però riconosciuto. Basti pensare che se prendiamo uno dei parametri attesi per il 2024 usati dagli analisti per valutare le azioni – l’EV/Ebitda – notiamo come la media dei titoli quotati sull’Euronext Growth Milano, sia a sconto del 50% circa rispetto ai comparables più grandi. I titoli del Russel 2000 trattano mediamente a sconto del 15-20% rispetto a quelli più grandi confrontabili (qualcuno anche a premio).
PMI che, come dicevamo, sono l’ossatura produttiva dell’Italia. Secondo la definizione UE 2003/361/CE, le PMI dell’Italia sono circa 3.900.000. Il valore aggiunto complessivo generato dalle PMI così definite ammontava a fine 2023 a circa 250 miliardi di euro, vale a dire il 12% mal contato del PIL del Paese. Eppure in Borsa le PMI sono scarsamente rappresentate. Esiste da oltre 10 anni un mercato dedicato a loro (appunto Euronext Growth Milano, ex AIM), dove ad oggi sono quotate circa 200 società, ma oltre 270 si sono quotate in oltre 10 anni di attività.
Chiaro che non tutte le imprese sono quotabili. Da una nostra elaborazione risulta tuttavia che in Italia le imprese familiari quotabili con un fatturato superiore a 20 milioni di euro sono circa 65.000. Se solo il 10% di queste si quotasse, ne risulterebbero circa 6.500 imprese (ricordiamo che ce ne sono 200 quotate). Questo consentirebbe, tra l’altro, di far confluire il risparmio privato fermo sui conti correnti (secondo i dati della Banca d’Italia, a fine aprile 1.300 miliardi di euro) verso l’economia privata, a vantaggio dell’intero sistema produttivo del Paese.
Viene quindi spontanea la domanda: perché le PMI Italiane non si quotano? Le ragioni sono varie. Al proposito Consob ha scritto nel 2017 un ottimo paper dal titolo “Implicazione e possibili motivazioni della scelta di non quotarsi da parte delle medie imprese Italiane” che consigliamo di leggere.
Vi sono diverse motivazioni, alcune di carattere storico tutte italiane. Tra queste, vale la pensa di ricordare la concorrenza subìta dalle azioni da parte dai titoli di Stato (i meno giovani si ricorderanno che negli anni ’70 i BOT avevano un rendimento di oltre il 20% l’anno) che ha creato quella che viene definita illusione monetaria. Dura da scalfire.
Sia pure con rendimenti minori rispetto ad allora, la concorrenza si ripropone oggi per esempio con il BTP Valore. Titolo che di fatto funge da stimolo per gli investitori Italiani, offrendo un rendimento equo correlato alla liquidità dell’investimento e che consente di sottoscrivere il debito del proprio Paese. Prova ne sia il grande successo delle recenti emissioni. Intendiamoci, non che questo sia sbagliato. Chiaro però che mal si concilia con gli stimoli che occorrerebbero per traghettare il risparmio privato verso l’economia reale.
Oggi la situazione è completamente diversa rispetto agli anni ’70 e vede gli italiani che tengono fermi sui conti correnti una liquidita pari a circa il 60% circa del PIL. Risparmi che ovviamente finanziano solo in via indiretta (tramite appunto le banche) l’economia reale del nostro Paese.
Esiste però anche una via diretta che consentirebbe agli investitori di avere un rendimento maggiore rispetto a quello offerto dalla remunerazione del conto corrente: l’investimento in Borsa. E magari proprio finanziando la parte produttiva e sana del Paese, in grado di far crescere l’economia: le PMI. I diversi Governi sono intervenuti sia agevolando le imprese che si quotano, che tra le altre cose godono di una detrazione fiscale fino a 500.000 euro, sia gli investitori che per esempio non pagano le imposte sulle plusvalenze pari al 26%, a patto che detengano le azioni per almeno 5 anni (stiamo parlando dei fondi PIR).
E’ sufficiente questo per far confluire il risparmio privato degli italiani verso l’economia reale de Paese? Probabilmente no, visto che il risparmio continua ad essere elevato e la Borsa Italiana, dal 1994 al 2023, ha si visto 490 quotazioni ma anche 350 delisting (46 solo negli ultimi due anni).
Al di la delle regole burocratiche che sono state recentemente snellite, occorre lavorare sulla creazione di fondi destinati esclusivamente alle PMI – magari fondi chiusi a medio e lungo periodo – che consenta loro di poter esprimere appieno la redditività contenuta nel piano economico e finanziario presentato agli investitori nel momento della quotazione. In questa direzione sono al lavoro il Tesoro e CDP per creare un fondo di fondi da 1 miliardo di euro pubblico-privato che investa nelle PMI italiane.
Le iniziative in cantiere sono tante e l’Europa sta facendo la sua parte: il PNRR è un esempio di questo. Ma non possiamo pensare che lo Stato attraverso il PNRR da solo risolva i problemi storici della nostra economia, gravata da un debito pubblico elevato che drena preziose risorse agli investimenti. Occorre la partecipazione attiva degli investimenti privati che, ovviamente, devono avere il corretto ritorno reddituale. Non ci stiamo inventando nulla. Stiamo semplicemente copiando quello che avviene nel resto delle economie mondiali e che facciamo ancora fatica a capire perché in Italia non accade.
Antonio TognoliHo iniziato a lavorare come analista finanziario nel 1983, occupandomi di economia e politica economica e nel frattempo mi sono laureato in scienze bancarie, finanziarie e assicurative. Oggi mi occupo di analisi macroeconomica all’interno di Corporate Family Office – CFO SIM. Giornalista pubblicista, docente ai corsi post laurea de “24Ore Business School” e dell’Associazione Italiana per l’Analisi Finanziaria – AIAF e co-autore del libro Analisi Finanziaria e Valutazione Aziendale, a cura di Franco Pedriali.


