Quel cappello regalato e la chioma azzurra: 72enne assolto per la rapina al distributore di Romano
Il Dna di Angelo Moretti, con 42 anni di carcere alle spalle per altri colpi, era sul berretto perso dal rapinatore: “Uscito di galera lasciai lì i vestiti, li avrà presi qualcuno”
Bergamo. Assolto per insufficienza di prove. Si è concluso in questo modo martedì (14 maggio) il processo a carico di Angelo Moretti, 72enne di Albino, per una rapina messa a segno il 13 giugno 2011 a un distributore di benzina Shell di Romano di Lombardia.
Quel giorno di 13 anni fa un uomo con il passamontagna sul volto e un cappello da baseball in testa si presentò alla stazione di servizio di via Duca d’Aosta 92. Entrò nel bar e sotto la minaccia di una pistola si fece consegnare dalle due sorelle titolari 200 euro in contanti e un assegno da quattromila euro, per poi darsi alla fuga. Una delle due donne, però, coraggiosamente lo inseguì e riuscì a levargli il berretto, che rimase sul piazzale.
Il reperto venne sequestrato e inviato ai Ris di Parma, che riuscirono a estrarre il Dna del rapinatore da una macchia di sudore. Al momento non ci fu nessun riscontro, ma i dati furono inseriti nel database delle forze dell’ordine. Una decina di anni dopo, la svolta: le tracce corrispondevano al corredo genetico di Moretti, che nel periodo in cui era stato messo a segno il colpo era fuggito dagli arresti domiciliari e risultava latitante.
A processo l’uomo, che ha trascorso 42 dei suoi 72 anni in carcere per altre rapine ed è uscito definitivamente lo scorso 16 gennaio, ha sempre respinto le accuse spiegando che non poteva essere lui poiché “in quel periodo era in fuga all’estero”.
Moretti, difeso dall’avvocato Pietro Ferrari, è riuscito a convincere la Corte d’Assise presieduta dal giudice Giovanni Petillo anche sul particolare del Dna ritrovato sul cappellino: “Quando si esce dalla prigione è consuetudine lasciare i vestiti e così avevo fatto anch’io – ha spiegato l’imputato -. Prima di andare via dall’Italia sono stato ospite da alcuni amici, anche loro pregiudicati e ora deceduti. E pure a casa di mio fratello, che ha precedenti penali. Ho lasciato degli indumenti, è possibile che il berretto lo abbia usato qualcuno di loro”.
C’è un altro particolare, alquanto curioso, che il presunto rapinatore ha raccontato in aula mostrando tra l’altro una foto dall’album del suo cellulare: “In quel periodo avevo i capelli corti e azzurri perché avevo sbagliato la tinta, mentre una delle vittime ha detto che il rapinatore aveva i capelli lunghi e bianchi, quindi non posso essere stato io”.
Soddisfatto il legale dell’uomo: “Ovviamente accogliamo con favore il verdetto – il commento dell’avvocato Ferrari – che si basa sul sacro principio di civiltà del nostro ordinamento dell”In dubio pro reo’, cioè nell’incertezza meglio un presunto colpevole libero che un innocente in carcere. Nel caso specifico conosco Moretti da tantissimo tempo, e posso dire che dopo una vita piane di vicissitudini giudiziarie ora finalmente ha messo la testa a posto e con questo colpo di Romano non c’entra affatto”.
Anche il pubblico ministero Emanuele Marchisio aveva chiesto l’assoluzione. Le motivazioni sono attese tra quindici giorni.


