A “Orlando” Teodora Grano emoziona con “Daughters”
L’undicesima edizione del festival si conclude con la danza dell’autrice e performer che, tra linguaggio coreografico e testo scritto, ha messo in scena una riflessione toccante e necessaria sul tema della genitorialità non biologica
Bergamo. “Mi chiamo Teodora, molte cose sono dipese da questo nome”. L’importanza del nome, i dati anagrafici, le relazioni personali, le caratteristiche fisiche: ogni elemento che ci caratterizza è in qualche modo categorizzato e normato dalla società. Quando mancano le definizioni, sembra che tutto svanisca o abbia meno importanza. È in questa sorta di limbo che si inserisce “Daughters” di Teodora Grano, spettacolo di danza protagonista delle giornate finali (sabato 11 e domenica 12 maggio) dell’undicesima edizione di Festival ORLANDO.
Uno spettacolo in cui è stato affrontato un tema importante e delicato come la genitorialità non biologica, a partire però da una riflessione sul proprio essere come individuo. Una riflessione che chiama in causa il pubblico e lo rende a suo modo protagonista della performance, già a partire dalla location, il Padiglione del Tè in Parco Caprotti, che lo ingloba e lo induce a confrontarsi con le proprie emozioni. Teodora Grano è già presente all’esterno della vetrata del Padiglione, girata di spalle, mentre un piccolo telo mostra, proiettato, un ideale monologo parte integrante della performance.
La figura, spalle al pubblico, si muove lentamente, prima di lato, poi di fronte. Il vetro protegge ed allo stesso modo mette a nudo, mentre il tappeto sonoro (di Massimo Pupillo) passa dal naturale all’elettronica, sempre in modo delicato, ad accompagnare i movimenti di Teodora Grano che si racconta tra il gesto e la parola scritta. Un doppio canale comunicativo, che riflette sul rapporto tra danza e scrittura, dove non esiste rischio di predominio alcuno. “Tutti dicono che sono la copia di mia madre, ma io non gli ho mai creduto. Misuro in lunghezza 150 centimetri esatti. Sono nata in primavera”. Si presenta al pubblico, Teodora Grano, esplicitando i propri dati personali. La parola si accompagna al gesto, per diventare coreografia, altro segno visibile ad indicare come, oltre ai dati, rimanga l’esistenza. Teodora appare e scompare, il corpo avvicinato alla vetrata che la separa dal pubblico. La parola e la scrittura assumono fisicità proprie, diventando canale comunicativo che diventa coreografico e viceversa. Un elemento che riflette sull’importanza del linguaggio e delle parole, così come delle difficoltà che si presentano quando le stesse parole non sono ancora state formate o non sono sufficienti ad esprimere compiutamente un dato concetto.
“Ho una figlia, ma non sono sua madre. E non abbiamo in comune nessuna parte del nostro corredo genetico. Sono io che le somiglio tantissimo. Quando ci chiedono cosa siamo, noi non sappiamo cosa dire. Ci guardiamo. E sorridiamo. Quel sorriso, è una parola segreta”. Relazioni senza definizione, che sfuggono ai comuni valori normativi, all’esigenza ossessiva di esplicitare e categorizzare tutto. Un’ossessione che si spezza nello sbaglio, nella cancellatura, nella scrittura non normata, ma comunque viva. Diventano molteplici i significati della parola “figlia”, assumendone anche di nuovi, di non incasellati, ma comunque esistenti.
Uno sfuggire alla norma che si riflette nella messa in scena della performance, che si sottrae ad una visione unidirezionale prendendo in causa lo spettatore, regista ultimo del proprio spettacolo. Uno sguardo che cambia, sfugge, rimbalza tra danza e parola. Tenendo a mente quel sorriso, riflesso di una scelta verso l’incontro e l’accoglienza, che vale più di ogni norma e canone.
Un sorriso ed uno sguardo che servono a riconoscersi, ma che non placano l’esigenza di definizioni normative. Un’esigenza che continua nel movimento, nella ricerca incessante di ciò che manca, della sintesi comunicativa tra corpo e parola. Un incontro che sembra trovare respiro in un sorriso, uno scambio di sguardi complice che racchiude in sé un modo nuovo di riconoscersi, uno sguardo grazie al quale può iniziare l’accoglienza verso l’altro. Uno sguardo che, però, deve essere allenato e consapevolmente direzionato. Uno sguardo nuovo, che non si fermi ad un documento, qualsiasi sia il nome o il grado di parentela.
“Daughters” di Teodora Grano è stato, ancora una volta, uno spettacolo denso di emozioni e significato, ideale chiusura di un’edizione di Festival ORLANDO capace di coniugare, ancora una volta, esigenza comunicativa e qualità artistica.


